3 mag 2026
Il confronto, anche il disaccordo, sono ossigeno per la mente e l’anima
I miti. Saggi e vitali
Volentieri m’inserisco nel dialogo apparso su queste pagine tra don Fabio e Silvano Sbarbati in merito alla lettura che possiamo fare dei miti. E li ringrazio per l’attenzione che hanno dato a questa rubrica, La Mente e l’Anima che, nata nel 2008, quest’anno raggiunge... la maggiore età! Due premesse, prima.
L’una. Il confronto è ossigeno salutare per la mente e l’anima. Non sono l’eventuale disaccordo o la diversità di opinioni a impedire l’incontro. Sterile è soltanto l’indifferenza. Non a caso Dante, di fronte agli ignavi, che per viltà o opportunismo mai hanno avuto il coraggio di prendere una posizione in vita, si sente dire da Virgilio non ragioniam di lor, ma guarda e passa.[1]
L’altra premessa. Abbiamo uno strumento, questo settimanale, che tante realtà come la nostra c’invidiano. Anziché pensare a chiuderlo, come purtroppo ogni tanto sento vociare colà dove si puote ciò che si vuole, rendiamolo ancora di più luogo di dialogo e di confronto.
I miti. Tutte le culture ne sono ricche. Dèi, eroi, donne, uomini, perfino animali capaci di pensiero e di parola ne sono protagonisti. Essi sono espressione del pensiero che noi sapiens abbiamo saputo coltivare dagli inizi della nostra storia. Si pongono come ricerca di possibili risposte a quegli interrogativi che da sempre ci abitano. Perché c’è il male nel mondo? Perché la malattia? Perché la morte? Cos’è che ci porta ad ucciderci l’un l’altro? Perché ci ritroviamo schiavi della ricerca di potere, come fossimo immortali o onnipotenti? E mentre il filosofo cerca le risposte attraverso il ragionamento e il confronto di idee, il mito le propone con un racconto. Così forti, infatti, arrivano le sue immagini che il pensiero rischia di perdersi, e la mente, di fronte ad esse, si trova in una sorta di vertigine.
Edipo che, vittima del Fato, giunge ad uccidere il padre e sposare sua madre; Telemaco che, a tutela della madre e di sé stesso, parte alla ricerca di un padre lontano; Ulisse che nel suo viaggio verso Itaca richiama i compagni a non disperdere le potenzialità dell’umano Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza;[2] Medea, la mamma che non ha altra strada che uccidere i figli per vendicarsi del marito che la ripudia per sposare la figlia del re; Antigone, la giovane donna che in nome di leggi universali si ribella al potere di chi, al governo, vuol imporre leggi ad esse contrarie, come impedire la sepoltura ad un morto; Prometeo che pur sapendo che riceverà un grande castigo da Zeus, non rinuncia a portare agli uomini il fuoco degli dèi...
Miti, certo. Come mito è quanto troviamo nelle prime pagine della Bibbia a proposito dell’origine del mondo e dell’umanità. È nella loro profondità che possiamo, meglio, dobbiamo tuffarci per coglierne i tanti significati che contengono. Sofocle, nel raccontarci Edipo, non aveva certo nel suo pensiero ciò che Freud, ventiquattro secoli dopo, vi ha potuto e saputo leggere. E la sua lettura ha reso il mito stimolo prezioso per l’uomo contemporaneo. Nell’incontrare Medea o Antigone o Ulisse, oggi siamo in grado di cogliervi modelli di comportamento. Sano o anche disturbato.
Perché allora abbiamo paura di entrare con Adamo ed Eva nel cosiddetto paradiso terrestre (paràdeisos giardino) che essi condividono con il Creatore e con gli altri viventi, e riflettere insieme con loro? Ascoltare le prime parole di Adamo, il dialogo tra il serpente, il più accorto tra gli animali, e la donna. Il comportamento e le parole con cui viene rappresentato il Creatore.[3] E ri-leggere il tutto arricchiti delle conoscenze che la riflessione filosofica e teologica, insieme con le scoperte scientifiche, oggi ci mettono a disposizione.[4]
Già sento: non puoi mettere sullo stesso piano il teatro greco e una pagina della Bibbia. No, certo. Ma se da una parte non posso dimenticare il contesto in cui l’uno e l’altra nascono e sono collocati, dall’altra devo sempre ricordare che entrambi appartengono al genere letterario che chiamiamo mito. Quindi gli strumenti che usiamo per leggerli, per tradurne i significati, sono quelli che il genere mito ci richiede.
Un pensiero di fondo. Il mito come racconto, una volta che dalla tradizione orale prende forma scritta, è fermo. Non cambia. Ma la lettura, la comprensione dei significati, ha bisogno d’essere rapportata all’oggi. Perché è proprio del mito l’essere statico nel racconto, ma vivo e vitale nei significati. A che servirebbero altrimenti tanta ricchezza e tanta profondità? L’intelligenza umana – non quella artificiale! – è intelligenza creativa. Mente e anima e cuore si parlano, e insieme costruiscono la conoscenza. Leggere Adamo ed Eva restando fermi a come e quanto potevano comprendere duemila anni fa, sarebbe come voler bloccare l’astronomia e la cosmologia alle scoperte di Copernico e di Galileo, o la fisica alle intuizioni di Newton.
[1] Inferno III
[2] Inferno XXVI
[3] V. Genesi 2 e 3
[4] V. Vol. 8 pagg. 146; 175-180; Voce 13 lug. ’25
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Per approfondire: Come uno specchio 2025, E se invece... (1 e 2) 2024 (Vol. 8 pagg. 175-180), Adamo ed Eva? 2023 (Vol. 8 pag. 146), Dalla costola di Adamo (1 e 2) 2014 (Vol. 3 pagg. 171-176), 8 marzo... 1000 a.C. (1 e 2) 2012 (Vol. 2 pagg. 174-179)
