Due anni fa ci lasciammo con un pensiero: Ci siamo persi Giuseppe ci dicevamo.[1] Accompagnati in questa ricerca da due potenziali alleati, la psicologia e la riflessione teologica. Dico potenziali perché le scienze non godono di vita autonoma. Una scienza vive attraverso le donne e gli uomini che la coltivano: gli strumenti con cui cerchiamo di conoscere il mondo, e noi stessi, hanno bisogno di qualcuno che li usi per essere in vita.
In questo periodo, con tante festività religiose, più volte abbiamo incontrato quest’uomo. Giuseppe. L’unico, tra i principali protagonisti nella vita di Gesù, di cui i documenti non ci trasmettono neppure una parola. L’uomo del silenzio, potremmo dire. E, nello stesso tempo, l’uomo dell’azione. Ma, cosa più unica che rara per noi donne e uomini d’oggi, è l’uomo le cui scelte nascono da una profonda riflessione e dalla continua ricerca di significato su ciò cui la vita lo mette di fronte. E una guida la trova nei suoi sogni. Linguaggio aleatorio? No. Primo, perché nella Bibbia il sogno è come una sorta di genere letterario. Più volte incontriamo personaggi che intuiscono la strada da percorrere attraverso i sogni: Abramo, Giacobbe, il figlio Giuseppe, Daniele, i magi... L’altra ragione ce la dice la psicologia. È un dato acquisito che i nostri sogni, a saperli ascoltare, sono strada maestra per accedere al profondo di noi stessi. Da Freud in poi nessuno si sognerebbe di togliere credibilità ad un sogno. Visto, naturalmente, con l’opportuna lettura e interpretazione. Non per avere i numeri da giocare al lotto, ma come via per incontrare noi stessi. Conoscerci. E cogliere i desideri più profondi del cuore.
La prima situazione che Giuseppe deve affrontare è un dramma: sua moglie è incinta e lui si chiede fortemente che senso possa avere e a cosa tutto questo lo stia mettendo di fronte. Intuisce che c’è qualcosa di superiore, di molto alto per lui, e non sa come sia più giusto muoversi. Cosa fare. È un giovane uomo, sì e no vent’anni. Anche se allora, diversamente da oggi, vent’anni segnavano già l’età adulta.
Vi chiedo attenzione con queste riflessioni, lo so: siamo così condizionati da una lettura tradizionale, a senso unico, che i suoi interrogativi li riduciamo al semplice sospetto che lei non gli sia stata fedele. E le parole che egli sente nel sogno, le ascoltiamo con una sorta di visione a tunnel. Tanto che per uscirne, ci rifugiamo subito sul... soprannaturale. Ma proviamo ad ascoltare. Non aver timore di prendere con te Maria, la tua donna, perché quanto è generato in lei è opera di Spirito Santo, così intuisce nel sogno.[2] Questo figlio che aspettano lo mette in crisi. Come, del resto, dovrebbe essere per ciascuno di noi l’attesa di un bambino se ci poniamo veramente di fronte al compito che la vita ci dà come genitori: aiutare il figlio a scoprire in sé il progetto di vita con cui viene al mondo, ed essergli accanto nella sua realizzazione. Ma non siamo dentro questi pensieri noi. Molto più terra terra, preoccupazione prevalente, se non unica, sembra essere come faremo a mantenerlo. Ma, si sa, noi viviamo in superficie. E guardare questo bambino che sta per arrivare pensando che se viene al mondo ci viene con un Progetto di Vita da realizzare, non ci appartiene troppo. Forse, per niente.
Ma chi è questo Spirito Santo di cui Giuseppe sente nel sogno? Se vogliamo comprendere quanto stiamo ascoltando o leggendo, lo dobbiamo guardare nel contesto in cui nasce. Lo sappiamo. Collochiamo allora queste parole all’interno della tradizione biblica. È qui, infatti, che lo ritroviamo: Spirito Santo di cui Giuseppe sente nel sogno lo vediamo all’origine del tutto. Nella prima pagina della Bibbia, quella che con un linguaggio mitologico ci racconta le origini del mondo, è immerso nelle acque primordiali. Quelle da cui tutto prende vita. Spirito di Dio fecondava le acque dice il testo.[3] Come adesso feconda la famiglia di Giuseppe e Maria. Come feconda ogni famiglia quando decidiamo di aprire la casa ad un figlio.
È l’uomo dei sogni Giuseppe. Nel senso più profondo. L’uomo capace di ascoltare sé stesso, la sua anima. Di essere costantemente alla ricerca del senso della vita. La sua, quella di sua moglie, quella dei loro figli. Anche lei, in realtà, ci viene presentata come una donna in profondo dialogo con sé stessa. Pur molto giovane, neanche quindici anni, anche Maria si domanda dentro quale progetto di vita si trovi. E quale sarà quello con cui sta arrivando questo figlio. E anche lei ascolta parole simili quando, nel silenzio e nella meditazione, sente Non temere, Maria... Spirito Santo scende su di te e la potenza dell’Altissimo ti copre con la sua ombra.[4] Di nuovo lo Spirito di Vita. Così nessuno dei due si sente solo. Sola. E insieme vanno avanti. Mano nella mano. Come all’inizio, quando si sono incontrati la prima volta.
Mi viene da dire: con due genitori così, ti credo che il figlio, crescendo, svilupperà una consapevolezza di sé fuori dal comune. Un’attenzione all’altro capace di cogliere anche le più profonde sfumature dell’anima...
Ma riprendiamo Giuseppe. In altre due circostanze lo ritroviamo. Nient’affatto facili. Con il bambino ancora piccolo, sente in sogno aria di pericolo. Se continuano a restare lì a Betlemme dove abitano, il suo Gesù rischia addirittura la vita. Da buon padre intuisce allora che bisogna andarsene. Partono. Emigrano. Vanno verso l’Egitto, terra in quel momento più sicura per loro – come i tanti migranti di oggi, costretti a cercare un’altra terra se vogliono sopravvivere, loro e i loro figli. E lì restano fin quando non sentirà, ancora in sogno, che le cose in Palestina sono cambiate e si può tornare con buona sicurezza. Ma anche il ritorno non è facile. In Giudea adesso re è Archelao, il figlio di Erode, non meno criminale di suo padre. Così con tutta la famiglia, guidato da un sogno, sale in Galilea, a Nazareth. E lì si sistemeranno definitivamente.
Due pensieri ora per chiudere.
Guardiamolo quest’uomo. Non colto. Non ricco. Un artigiano che vive del suo lavoro. Semplice, fra gente semplice. Per di più in un momento storico piuttosto duro e turbolento. Con i romani in casa. Giuseppe non ha bisogno di urlare o d’imprecare di fronte a tante contrarietà. Nel silenzio, nel dialogo profondo con la propria anima, sa vedere. E si assume le responsabilità che la vita gli mette davanti. Per sé stesso e per la sua famiglia.
L’altro pensiero. In questi quattro sogni il testo di Matteo dice di un Angelo del Signore che parla a Giuseppe. Vediamo di comprendere bene il senso di questo linguaggio. Per non cadere nel pensiero-trappola “se venisse un angelo a dirmi cosa devo fare, sarebbe tutto molto più facile”. Angelo del Signore, questa parola presente spesso nei testi sacri, altro non è che ascolto profondo di sé stessi. Ricerca di quella che chiamiamo la nostra vocazione o, con linguaggio più laico, il nostro progetto di vita. Spirito, Dio, o comunque lo vogliamo chiamare, non sta nell’alto dei cieli e da lì ci manda qualche messaggio (il gr. ànghelos significa messaggio). Dio è la Vita che ci abita. Un ascolto profondo di noi stessi è ascolto di Dio. E ascolto di Dio è ascolto profondo della nostra anima.
[1] Vol. 8 pag. 64
[2] Mt 1-2
[3] Gen 1,2
[4] Lc 1,35
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Per approfondire: Ci siamo persi Giuseppe (Vol 8, pag 64) 2023, Nazareth, una famiglia da recuperare (Vol 8, pag 110) 2023, Tra scienza e fede (tre articoli - Vol 5, pagg 258-266) 2018
