VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

21 dic 2025

Riflessioni e domande per riscoprire un Buon Natale

Possiamo dirci cristiani?

È da un po’, Gesù, che non parlo con te su questa pagina. E visto che Natale esiste perché ricordiamo la tua nascita, con chi altri posso condividere tanti miei pensieri e tante domande? A volte mi sembra che l’abbiamo così svuotato di senso questo giorno che forse aveva ragione chi, già qualche anno fa, proponeva di cambiargli nome. Festa d’inverno, dicevano. Coprendosi dietro la scusa di non imporre le nostre tradizioni a chi viene da altri paesi o altre culture. Segno evidente, secondo me, che te t’avevano già messo nel cassetto. O nel... cassonetto. E io provo a parlarti. Da cristiano. Non so neppure se a te piace, poi, questo nome con cui ci chiamiamo, noi tuoi discepoli. Capaci, in duemila anni, di dividerci e frantumarci in gruppi e sottogruppi, in un bel disaccordo. Sempre nel tuo nome. E quel pensiero che tu condividevi col Padre Che tutti siano uno, come tu Padre sei in me e io sono in te, mi pare sia rimasto un desiderio del tuo cuore, che noi ci siamo subito dati da fare per deludere.[1]

 

Grandi festeggiamenti quest’anno per Nicea. 1700 anni sono passati. Stufo dalle tante dispute che tra i cristiani si stanno facendo sempre più aspre e divisive, Costantino convoca tutti i vescovi. Il primo concilio della storia. Preoccupato, da uomo di governo, che queste divisioni religiose – il cristianesimo ormai è religione di stato – possano nuocere all’unità dell’impero, già con le sue fragilità. Su cosa litigano? Sei proprio tu l’oggetto delle contese. Dispute teologiche su chi tu sia veramente: uomo? Dio? figlio di Dio? Dio come lui? inferiore a lui? Discussioni animate. Alla fine ne escono soddisfatti. Così tanto che le loro parole continuiamo ancora a recitarle di domenica in domenica. Parlano di te: Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre (omoùsios in greco, consustanziale!).

Mi chiedo quanto ne sarai soddisfatto tu. Sì, hai ragione, questa mia è una domanda retorica. Tu, che sai leggere il cuore, già vedi il pensiero che vi abita. S’erano così incastrati, allora, su questioni filosofico teologiche da mettere completamente da parte il Vangelo, la Buona Notizia (eu buono e ànghelos notizia) che sei venuto a portarci. L’immagine di Dio che vuoi farci vivere: non giudice e padrone da riverire e imbonire con offerte e sacrifici, ma Padre-e-Madre che con noi, figlie e figli, desidera solo vivere in una relazione d’amore. Capace, come ogni buon genitore, di rispettare i nostri tempi e pronto ad accoglierci quando, consapevoli del male in cui ci siamo incastrati, ritroviamo la strada di casa. Capace, addirittura, di uscire lui e venirci a prendere quando le poche forze non ci permettono di ritornare con le nostre gambe. Desideri così tanto che ne cogliamo la premura che ha per noi, che ti sei spinto a dire: Se voi che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il padre vostro che è nei cieli darà cose buone a coloro che gliele chiedono.[2]

È questo, a quanto mi sembra di cogliere dalle pagine che ci hanno lasciato alcuni tuoi discepoli, che tu chiami Regno di Dio. E che continuamente c’inviti a vedere presente tra noi. Prigionieri come siamo dei regni che noi sappiamo costruirci. Dove legge fondamentale è egoismo, violenza e sfruttamento del più debole.

Qualche giorno fa, uno dei quotidiani più diffusi scopriva gli altarini di chi, persona di potere, vuol presentarsi paladino di pace. Make money not war, facciamo i soldi, gli affari, non la guerra: questa la regola che guida le relazioni tra i potenti.[3]  Più volte, prendendo a paragone i nostri regni, quelli che ci costruiamo, ci ripeti: Tra voi non sia così, ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà servo di tutti.[4]

 

Ma torniamo a Nicea. Ne erano usciti con quelle dichiarazioni di alta teologia che continuano a farci ripetere quando c’incontriamo, la domenica, per ascoltare la tua Parola e condividere tra noi il Pane della Vita che tu ci dai. E quando sento quelle parole mi chiedo dove sia andato a finire il messaggio d’Amore che ci hai portato. Perché, vedi, non solo il messaggio, ma perfino la parola amore s’è persa. La parola dei teologi di Nicea ha sopravanzato la tua. E noi, nonostante i 1700 anni di distanza, continuiamo, imperterriti, su quella strada.

 

Un’altra cosa prima di salutarci. Un uomo di cultura ottant’anni fa scrisse Perché non possiamo non dirci “cristiani”.[5] Domanda legittima, visto il riferimento ai duemila anni di cultura e di storia che abbiamo vissuto. A me, però, verrebbe da scrivere Perché non possiamo dirci cristiani, visto che l’essere tuoi discepoli l’abbiamo ridotto ad un cumulo di dottrine da professare e di regole da seguire. Disconoscendo (quasi) completamente il tuo messaggio d’Amore.

Aiutaci tu, per un Buon Natale, a ritrovare la chiave per aprire il cuore al tuo Vangelo.

 

 

[1] Giovanni 17,21

[2] Matteo 7,11

[3] Wall Street Journal

[4] Marco 10, 43-44

[5] B. Croce, 1942

 

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Per approfondire:   Tra mente e cuore  2024  (Vol. 8 pag. 295)