VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

31 ago 2025

I 90 anni del Dalai Lama e il panico della Cina

Né i carrarmati né l’atomica

Sembrerà strano, in tempi di riarmo generale, quando ognuno fa sfoggio della sua potenza e si vanta dei nuovi ordigni di morte di cui dispone, eppure, in un’area remota della terra, dimenticata dal resto del mondo, la grande (!?) Cina trema di fronte ai novant’anni d’un monaco. Che non ha armi nucleari né missili né carrarmati. Non ha neppure una fionda con cui lanciare un sasso in testa a Xi Jinping come il piccolo David con Golia. C’è un problema: il 6 luglio questo monaco, il Dalai Lama, ha compiuto novant’anni e, non avendo troppi anni davanti, a breve dovrà essere scelto un successore. Tutto qui. Ma il governo cinese, in grado di competere con gli Stati Uniti e di fronte al quale si prostra il dittatorello di Mosca, trema. E rivendica il diritto di scegliere la nuova guida spirituale: La reincarnazione del Dalai Lama, del Panchen Lama e di altre grandi figure del Buddismo devono essere scelte per estrazione a sorte da un’urna d’oro e poi approvate dal governo centrale, ha sentenziato il Ministero degli Esteri.

 

È una storia lunga. Nel ’59 il cosiddetto Esercito Popolare di Liberazione, l’armata di Mao, invade il Tibet. Da allora questa nazione scompare dalle carte geografiche. La Cina decide che il Tibet le appartiene. Meglio, che il Tibet è Cina. Secoli di storia e di cultura soffocati dalla forza dei carrarmati. Non dissimile, mi pare, il progetto di Putin sull’Ucraina: anch’essa, a suo dire, è Russia. Ma torniamo a noi. Nonostante gli oltre sessant’anni di dominazione cinese, il Tibet non è morto. Da allora il Dalai Lama, prima guida spirituale (al tempo anche politica), vive in esilio a Dharamsala, nel nord dell’India, ai piedi dell’Himalaya. E con lui migliaia di Tibetani, anch’essi scappati dal paese.

Trent’anni fa, 1995, un bambino di 6 anni, indicato come il Panchen Lama, seconda carica del buddismo tibetano, scompare. Preso dalle autorità cinesi, viene sostituito con un loro incaricato. E poche settimane fa, questo signore, incontrando il presidente Xi, gli promette il proprio contributo al rafforzamento del processo di sinizzazione della religione. Il messaggio di Pechino è chiaro: la Cina controlla il presente e il futuro del Tibet. Anche spirituale.

Da anni ormai il Dalai Lama, guida per il buddismo tibetano, e figura di riferimento per il resto del mondo, ha dichiarato che nessuno rivendica più l’indipendenza politica, ma ciò che si chiede è una forma di riconoscimento che rispetti la cultura e le tradizioni del popolo. Quando nell’89 riceve il Nobel per la pace dichiara: Credo che il premio sia un riconoscimento degli autentici valori dell’altruismo, dell’amore, della compassione e della non violenza... Accetto il premio con profonda gratitudine a nome degli oppressi di tutto il mondo e di tutti coloro che lottano per la libertà e lavorano per la pace nel mondo. E a proposito della questione tibetana aggiunge: E naturalmente accetto il premio a nome dei sei milioni di tibetani, i miei coraggiosi compatrioti, uomini e donne del Tibet che hanno sofferto e continuano a soffrire così tanto... Il premio riafferma la nostra convinzione che il Tibet sarà liberato con le armi della verità, del coraggio e della determinazione. Ma la politica cinese non cambia. La sinizzazione del Tibet è azione quotidiana. Lingua tradizioni religione cultura, tutto deve scomparire.

Il partito comunista cinese, intento a cancellare ogni sentimento religioso nel popolo, pretende di nominare un leader spirituale. Strano? No. Il tema è sempre lo stesso, il potere. Assoluto. Su tutto e su tutti. Perfino sulle coscienze. Anche per i cattolici, del resto, è da anni che sono in corso trattative per la nomina dei vescovi, che il governo vorrebbe riservare tutta a sé senza neppure concordarle con la chiesa.

 

Ci lasciamo, oggi, con una domanda. In tempi in cui sono il potere militare e quello economico a guidare la geopolitica, una grande potenza, economica e militare, va in crisi di fronte alla successione d’una guida spirituale. Verrebbe da chiederci di cosa possa aver paura, cosa abbia da temere. Tuttavia, se guardiamo bene, pur con le dovute differenze, la storia sembra riproporsi ancora simile a sé stessa. Ora è la Cina che trema davanti ad un Dalai Lama. Ventiquattro secoli fa Atene manda a morte Socrate perché corrompe i giovani, insegnando che non sono credibili Dèi che presentino gli stessi limiti degli umani. Quattrocento anni dopo, a Gerusalemme, le autorità religiose e politiche mandano a morte il Maestro di Nazareth che insegna a vivere relazioni fondate sulla libertà e sull’amore.

 

Povera Cina! È nell'anno del Serpente di Legno. Dove il legno dice crescita e rigenerazione, e il serpente saggezza e capacità di superare le difficoltà. Riuscirà questo popolo a dissotterrare la saggezza? Una buona notizia, però, si direbbe: sembra che né la cicuta o la croce ieri, né i carrarmati o l’atomica oggi siano in grado di... uccidere lo Spirito.