VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

30 nov 2025

A Sarajevo il tiro a segno sulla popolazione civile

Battute di caccia

Farsi domande è una grande capacità che, a quanto ci è dato di sapere, solo noi sapiens abbiamo raggiunto. E saperle tenere aperte nutre la ricerca. Ma ascoltando la notizia apparsa sui giornali questi giorni, m’è difficile conservare l’interrogativo che di fronte al dramma delle vittime dei lager nazisti Primo Levi ha la forza di non chiudere.[1] E di proporci. Considerate se questo è un uomo, scrive nel momento in cui prova a depositare sulla carta la tragedia dei mesi che ha condiviso, Häfling 174517, con gli altri detenuti ad Aushwitz. Questa domanda, oggi, gli chiedo in prestito. Non so proporne una migliore, infatti, leggendo delle battute di caccia cui partecipavano cittadini italiani durante la guerra in Bosnia Erzegovina. Testimonianze e denunce hanno portato ora la procura di Milano ad aprire un’inchiesta. Vediamo dove ci porterà. Perché se quanto emerso dovesse risultare vero, l’immagine stessa di noi umani ne uscirebbe così immiserita da vederci costretti a precipitare dal trono su cui ci siamo collocati e porci sul gradino ultimo fra tutti i viventi che condividono con noi questo pianeta. E implorare pietà.

 

Cos’è successo di tanto orribile? vi starete chiedendo. Ecco. Cittadini italiani durante la guerra dei Balcani compravano il biglietto per un giorno, un fine settimana, a Sarajevo e fare il tiro a segno su chi passava per strada. Turisti cecchini. E tornarsene poi, tranquillamente, a casa. Con la propria famiglia. Piuttosto che il tiro al piattello o la caccia al cinghiale, trovavano più divertente – piacevole? rilassante? soddisfacente? eccitante? nobilitante? – prendere la mira e abbattere una persona. Uomo o donna o bambino. Da Torino o Milano a Trieste, e in volo fino a Sarajevo. Bastava pagare le milizie serbe. Con un’attenzione, però: l’obiettivo scelto doveva essere dichiarato, perché il prezzo era diverso. Sparare ad un vecchio, quasi gratis: cosa vuoi che conti un vecchio per la sopravvivenza di un gruppo etnico? Il biglietto per una donna costava di più: una donna mette al mondo figli e i figli sono vita. Un bambino poi, già nato, è ancora più pericoloso: i bambini sono il presente che contiene il futuro. E se vuoi estinguere un popolo, un’etnia, sono i primi da togliere di mezzo. Russia docet. Da tre anni i bambini ucraini sono presi e deportati. Facevano così anche le SS con i bambini polacchi. Nuova famiglia, nuova patria: quanto di meglio per impoverire, ridurre, eliminare cultura lingua e tradizione del popolo nemico. Ma i nostri turisti non avevano nemici: c’erano solo persone. Da abbattere. A riprova d’una mira eccellente e di un coraggio di cui... andare orgogliosi.

Pare che non pochi fossero questi cacciatori della domenica. Con buona pace dei nostri governanti, affannati a difendere i confini della nazione dalle orde di migranti che c’invadono e inquinano la purezza dell’etnia italica – grazie a Dio non parlano più di razza –, i partecipanti a questi safari erano cittadini italiani. Italiani doc. Tra loro pare ci fosse anche il proprietario d’una clinica milanese. Così riferiscono i giornali. Quando si dice... orgoglio della nazione!

 

Non so voi. Ma se io provo ad ascoltare pensieri e sentimenti che si affollano nel mio cuore di fronte a tutto questo, vi ritrovo quelle parole: considerate se questo è un uomo. E provo ad immaginarlo al suo ritorno. È domenica sera. È fuori da venerdì. Entra in casa, un bacio con la moglie. Più tardi faranno l’amore: è qualche giorno che non si vedono. Poche ore prima ha abbattuto quella giovane donna che camminava per la strada di Sarajevo, mano nella mano col suo ragazzo. Stramazzata a terra. E con lei tutti i loro sogni. Abbattuta al primo colpo: superbo fucile di precisione! Abbraccia e si gode il suo bambino, ora. Si mette a giocare con lui che insiste perché il babbo son tre giorni ch’è fuori. Lui non lo sa, ma il suo babbo fuori ha abbattuto un bambino. Come lui. Che, come lui, fino alla sera prima era la felicità della sua famiglia. Poi una telefonata alla mamma, anziana, che pure non sente da tre giorni: Sì, sono stato bene, mi sono riposato. Ci siamo divertiti. Lei non lo sa, ma quella donna sconosciuta che suo figlio ha abbattuto spendendo appena quattro soldi, era anziana anche lei. Una sua coetanea? Di certo da ieri non c’è più. Né per i figli né per i nipotini. Semplice trofeo di caccia.

Meditate che questo è stato, concludeva Primo Levi.

 

C’è speranza? Sì. Che tutto questo non sia vero. E se invece lo fosse? Altre parole, allora, risuonano: È meglio per lui che gli sia appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare.[2] Così diceva Gesù di Nazareth di chi con il suo comportamento fosse di scandalo agli altri fratelli, specialmente se più fragili. E di fronte alla domanda con cui abbiamo iniziato, che non so lasciare aperta, No non è un uomo! risponderei a voce alta.

 

[1] P. Levi, Se questo è un uomo

[2] Matteo 18,6