VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

3 set 2022

[Per la rubrica Appunti Pastorali]

Il credo di Gesù Credere. Un viaggio tra dottrina e relazione

Questo pezzo non fa parte de La mente e l'anima
ma è scritto in dialogo con la rubrica Appunti Pastorali

 

 

 

Io credo. Parole non facili. Intanto per una confusione insita nel linguaggio stesso. Con significati diversi infatti le usiamo. Il primo, e più frequente, ci permette di dire un’opinione: credo che le cose stiano così, penso che stiano così. Quando invece con io credo vogliamo esprimere un atto di fede, allora assume valore di dichiarazione: io credo in questo che affermo.

Ma qui subito abbiamo bisogno di fare un’ulteriore distinzione. Quando parliamo di fede, due aspetti sono da considerare: la relazione che la mia fede esprime, e le verità che sono i contenuti del mio credo. In altre parole, le dottrine di questa religione. Il rischio di con-fondere queste due dimensioni è costante. Anzi, a ben vedere, il secondo aspetto, quello dottrinale, spesso prevale al punto che la relazione con Dio rischia non solo di passare in second’ordine, ma di essere addirittura (totalmente?) trascurata. Quand’ero bambino, andare al catechismo si diceva andare alla dottrina. Per fare la Comunione dovevo sapere la dottrina. Non poi così preistoria: più d’una volta ho sentito non solo nonni ma anche giovani genitori parlare così con i figli.

Nella messa domenicale c’è tutta una formula che racchiude le verità cui un cristiano cattolico deve aderire. È il Credo. Ma questa presenza così massiccia può perfino diventare ostacolo per il passaggio dalla dottrina alla relazione. Cioè alla fede, intesa nel senso di fiducia, di affidamento a Dio. Al punto che la domanda diventa quale Dio? Ma se a questa domanda continuiamo a rispondere sul piano cognitivo – siamo cioè alla ricerca di formulazioni filosofico-teologiche –, resteremo incartati dentro formule. Neppure troppo comprensibili. Per di più fissate e irrigidite nel tempo da dichiarazioni dottrinali che mai saranno all’altezza di soddisfare neppure il nostro intelletto (dimensione cognitiva). Ma che, soprattutto, mai arriveranno al cuore (dimensione affettiva).

 

Qualche domenica fa abbiamo letto una pagina di Luca: c’è la risposta che Gesù dà ai suoi quando gli chiedono insegnaci a pregare.[1] In questa pagina, a mio parere, è scritto il credo di Gesù. Quello che ha guidato la sua vita, la sua crescita. Personale e spirituale. E l’ha proposto anche a noi.

Proviamo a riprenderlo, pensiero per pensiero.

 

- Quando pregate dite Padre. Questa parola non è dottrina. È relazione. È nella relazione d’amore tra mia madre e mio padre che io sono nato. E nella relazione d’affetto e di fiducia che sapevano darmi che son potuto crescere. Facciamo attenzione a comprendere bene il significato della parola padre. Al tempo di Gesù la madre non era significativa rispetto ai figli. Ciò che dava al bambino il diritto a vivere era il riconoscimento da parte del padre: accanto al nome c’era sempre figlio di. Come una sorta di cognome. Gesù figlio di Giuseppe, Giovanni e Giacomo figli di Zebedeo, ecc. È necessario quindi uscire da questo condizionamento del linguaggio: Dio-padre significa Dio-padre-e-madre. La Bibbia ci ricorda che immagine di Dio è l’essere umano maschio-e-femmina. Dio non ha genere. Con i limiti del nostro pensiero potremmo dire in Dio c’è maschile-e-femminile.

Chiarito questo, l’altra osservazione: quando Gesù parla di Dio o parla con Dio usa sempre e soltanto la parola Padre (che noi traduciamo padre-e-madre). L’hanno contata: oltre 180 volte è presente nei testi dei Vangeli.

 

- Sia santificato il tuo nome. Il nome è la persona. In esso è racchiuso il suo essere, la sua essenza. Quando sento chiamare il mio nome, rispondo. Mi sento chiamato in causa. Io sono il mio nome. Chiedergli di santificare il suo nome è come dire: noi ti conosciamo, ma tu fatti conoscere per chi sei veramente. Molti ti vediamo giudice severo. Onnipotente. Pronto a coglierci in fallo. Legislatore austero che ci impone un sacco di regole. Sempre pronto... a giudicare i vivi e i morti. Fatti conoscere nella tua verità, padre-e-madre nostra. Nella relazione d’amore. Tutto qui.

 

- Venga il tuo regno. Per Marco queste sono le prime parole che Gesù dice quando inizia il suo insegnamento.[2] E in seguito ci dirà come funzionano le cose nel suo regno. Noi sappiamo bene come funzionano le cose nei regni di questo mondo. Chi governa si ritiene migliore e più importante di chi è governato. Il più grande comanda sul più piccolo. La lotta per il potere guida le relazioni personali e internazionali. Tra voi però non è così: se qualcuno vuol diventare grande tra voi, sia vostro servo, e se qualcuno vuol essere il primo tra voi, sia il servo di tutti.[3] Non solo. Se Dio è per noi madre-e-padre significa che noi siamo fratelli. Se ci riconoscessimo fratelli, continueremmo ad aggredirci con le guerre, a vivere nell’abbondanza e nello spreco accanto a popoli che non hanno nemmeno da mangiare? Insegnaci a collaborare per la venuta del tuo regno.

 

- Continua a darci ogni giorno il nostro pane. Noi ci mettiamo il nostro lavoro: il pane non cresce nei campi. Tu non farci mancare il necessario per averlo, per vivere. Possiamo dire veramente queste parole a chi è madre-e-padre di tutti? Con quale faccia, se continuiamo ad accaparrarci e ad accumulare, ignorando, o addirittura respingendo, coloro che il necessario per il pane non possono trovarlo nella loro terra?

 

- E perdona a noi i nostri peccati: anche noi, infatti, li perdoniamo a ogni nostro debitore. Il perdono. Parola difficile. Tra persone. Perfino tra fratelli di sangue. Rancori, offese o torti ricevuti, scritti nella memoria con inchiostro indelebile. Tra nazioni. In perenne conflitto. Sempre pronto ad esplodere. O già esploso e distruttivo. La terza guerra mondiale a pezzi di Francesco ce lo ricorda ogni giorno. Lo sappiamo che il perdono ci rende felici. Ma l’orgoglio, il pregiudizio, la fragilità dell’immagine che ciascuno coltiva di sé, persona o popolo o nazione, c’impediscono di coglierlo e di coltivarlo.

 

- E non farci entrare nella prova. Altra possibile traduzione: non abbandonarci nella prova. Ogni giorno la vita ci mette davanti a delle prove. Piccole o grandi. Negative o anche positive. Una malattia, perfino un successo possono essere causa di disorientamento. Affaticati, corriamo il rischio di perderci. E andiamo a chiuderci in noi stessi, perdendo di vista che, donne e uomini, siamo parte di un’unica famiglia. La famiglia umana.

 

In queste parole io amo leggere il credo di Gesù. Un credo che prima di parlare all’intelligenza parla al cuore. Non Dio onnipotente, ma Dio padre-e-madre. La relazione filiale con Dio e la relazione fraterna con noi. E tra noi. Nient’altro. Non dottrine o teorie o spiegazioni o enunciazioni da studiare e da sapere. In queste parole c’è il nostro cammino di fede. E il suo. Nella consapevolezza che credere non è vedere: io cammino quanto gli altri, immagino, tra le ombre della fede scriveva Teilhard de Chardin.[4]

 

 

 

[1] Luca 11,1-4

[2] Marco 1,15

[3] Marco 10,43; Luca 22,26

[4] La mia fede, 1938