VOCE DELLA VALLESINA Settimanale di informazione - Colloqui con lo psicologo - di Federico Cardinali

5 set 2021

[Per la rubrica "Appunti Pastorali"]

Clericalismo: farmaci e vaccini (2)

Questo pezzo non fa parte de La mente e l'anima
ma è scritto in dialogo con la rubrica
Appunti Pastorali

 

(2)

 

Avevamo chiuso la settimana scorsa parlando di laboratori da aprire, alla ricerca di possibili vaccini per quella pandemia nella chiesa che Francesco vede come perversione e dal cui rischio continuamente ci mette in guardia, il clericalismo.Clericalismo viene dalla parola clero (greco kleròō, scegliere). Che ormai da secoli indica gli uomini che ricevono l’ordine sacro, preti e vescovi. Coloro che nella chiesa esercitano il sacerdozio ministeriale.

La settimana scorsa abbiamo provato a guardarlo. Ad analizzarne qualche aspetto. Due oggi ne prendiamo: il celibato obbligatorio e l’esercizio del ministero a tempo pieno. Aspetti che accanto a elementi di grande valore, a mio parere sono potenziale concime per questa patologia. Non certezze ìndico, ma ipotesi da mettere alla verifica della riflessione e della ricerca.

 

Da oltre mille anni la chiesa cattolica chiede al clero di vivere nel celibato. Nel primo millennio c’erano preti e vescovi celibi accanto ad altri che avevano famiglia. Gli apostoli erano quasi tutti sposati e vivevano con le loro mogli.[1] Ne abbiamo parlato anche in altre occasioni.[2] Oggi guardiamo un aspetto che a me pare possa essere terreno fertile per questa perversione.

Il prete celibe conduce una vita assai diversa da quella della maggior parte delle persone, donne e uomini. Vive da solo. Sì, ha amici, tante persone che l’incontrano e lo frequentano. I parrocchiani, i collaboratori, i confratelli. Ma la sua casa è quella di un single. Non ci sono figli e moglie con cui scambiare una parola, condividere tempi e spazi. Costruire progetti. Confrontarsi. Nessuno che quando esce gli chieda dove vai o l’accolga con un saluto al ritorno. Lui non sa quali gioie e quali dolori accompagnano la vita in famiglia. Non ne ha esperienza. Terreno pericoloso questo per l’insorgere di quella rigidità che Francesco indica come una delle manifestazioni del clericalismo.

Ma il prete non è un monaco. Questi vive in un monastero, con altri monaci come lui. Il prete vive nella società, come tutti, e nello stesso tempo non ne condivide la vita. Le persone, quando gli si avvicinano, lo guardano ponendolo su un altro piano: è un prete. E su un altro piano si colloca lui stesso. Appartiene al clero. Il richiamo del clericalismo è... forte.

Diverso è il diacono. Anch’egli partecipa dell’ordine sacro. Ma vive in famiglia. E questo lo fa sentire uomo comune. È padre e marito. Come gli altri. Nel bene e nel male. La sua vita non è diversa da quella di tutti. Questo lo rende uno di loro. Nella normalità della vita. Agli occhi degli altri e, cosa altrettanto importate, agli occhi suoi. Appartiene al clero? Sul piano teologico sì. Non su quello esistenziale. Certo, la sirena del clericalismo suona anche per lui: ma la famiglia, se vigile, lo tiene all’erta.

 

Ora l’altro pensiero. Partiamo dal diacono.

L’altro aspetto che rende il diacono pienamente inserito nella vita di tutti è il lavoro. Al momento in cui accede all’ordine sacro, lui ha già la sua professione, il suo mestiere, il suo lavoro. Che gli dà da vivere. A lui e alla famiglia. Anche quest’aspetto lo colloca appieno nella normalità della vita. Pur essendo diacono, continua la sua attività. In fabbrica, a scuola, in ufficio, nei campi. Svolgere un lavoro come tutti gli permette di viverne le soddisfazioni e il peso. Come tutti. Se non lavora non mangia. Né lui né la sua famiglia. Nessuno stipendio da parte della chiesa.

E il prete? Che lavoro fa? Fa il prete. Chi gli insegna cosa significa alzarsi la mattina, tutte le mattine, e andare in fabbrica o in ufficio? Avere a che fare con i colleghi. I superiori. Chi gl’insegna cosa significa perdere il lavoro e non vedere una prospettiva davanti agli occhi? Cosa significa arrivare alla fine del mese con il conto corrente che si fa piccolo. Certo, lo comprende. Ma in teoria. Lui ogni mese ha il suo stipendio. Intendiamoci, è sì e no quello di un operario! Ma la sicurezzaalla fine del mese è garantita. E non è poco. Questa situazione lo indica come un funzionario. Stipendiato dalla chiesa. Lo so, suonano male queste parole. Ma non è questa l’immagine che arriva? Alle persone. E a lui stesso.

 

Aprire il tema del superamento del celibato obbligatorio e promuovere la possibilità di svolgere un lavoro come fonte di sostentamento, a mio parere aiuterebbero il prete a porsi su un piano di maggiore normalità. E a difendersi dal richiamo del clericalismo. Potrebbero essere due validi farmaci per guarirne, e due buoni vaccini per non cadervi tanto facilmente?

Ecco, due pensieri. Non certezze, ma ipotesi. Da sottoporre al vaglio della riflessione e della ricerca, dicevo. Possiamo guardarne molti altri. Li attendiamo. Chi ne ha li metta sul tavolo. Li porti in laboratorio. Non lasciamoci sopraffare da rassegnazione e immobilismo: si è sempre fatto così! Aiutiamoci. In ascolto della voce dello Spirito.

(2. fine)

(1. Clericalismo, pandemia nella chiesa?)

 

 

[1] V. Matteo 8,14; 1 Corinzi 9,15 e altri

[2] Preti sposati?  Il celibato e i due papi