La famiglia come risorsa terapeutica

 

F. Cardinali - Convegno Nazionale QUANDO LA DROGA ENTRA IN CASA, Senigallia, 1990

Sommario
1. La famiglia come sistema in evoluzione: il ciclo vitale.
2. Una fase del ciclo vitale: il periodo centrale e l'adolescenza.
3. Il sintomo come segnale di crisi; il sintomo droga.
4. Famiglia e individuo: verso l'autonomia.
5. La morte, una compagna di vita.

 

  1. LA FAMIGLIA COME SISTEMA IN EVOLUZIONE: IL CICLO VITALE

 

Possiamo partire, in questo nostro breve viaggio, cercando di pensare la famiglia come un organismo, capace di svolgere quelle funzioni necessarie alla sua sopravvivenza e in grado di procedere, lungo il tempo, verso la sua maturazione, attraverso certe tappe evolutive (come, del resto, ogni altro organismo).
Volendo usare una parola più tecnica, dovremmo parlare di 'sistema'; quindi possiamo esprimere la nostra idea dicendo che "la famiglia è un sistema attivo in costante trasformazione", cioè un organismo complesso che si modifica nel tempo, con lo scopo di assicurare continuità e crescita psicosociale ai membri che lo compongono.
Due aspetti, dunque, sono importanti da considerare: la continuità di questo organismo che si conserva nel tempo - la famiglia, cioè, non scompare, non muore - e la capacita di evolversi, cioè di accettare al suo interno dei cambiamenti, quei cambiamenti che gli permettono appunto di sopravvivere.
Tale processo evolutivo si muove utilizzando due forze, apparentemente contraddittorie tra loro: da una parte il bisogno di stabilità (omeostasi), dall'altra il desiderio di trasformazione.
Entrambe queste forze sviluppano un’interazione che mantiene la famiglia in un equilibrio costante, garantendone sia l'evoluzione che la stabilità.
Ogni fase di passaggio comporta un momento di riequilibramento delle dinamiche interne e delle regole dell'insieme. Come ogni sistema in evoluzione, però, anche la famiglia può trovarsi nelle condizioni di non riuscire ad oltrepassare la linea di confine tra una fase e l'altra, e quindi vedersi bloccata nel suo processo di crescita. Noi diremo che una famiglia sviluppa una crisi quando non ha la capacità o i mezzi per assimilare il cambiamento, in altre parole, quando la rigidità delle sue regole le impedisce di adattarsi al proprio ciclo vitale e a quello dei suoi membri.
In realtà, infatti, viene a svilupparsi un’interazione costante tra l'evoluzione dei singoli membri (padre, madre, figli) e l'evoluzione della famiglia nel suo insieme.
Per indicare questo processo evolutivo, noi parliamo di CICLO VITALE della famiglia.
Molti studiosi, sia psicologi che sociologi, hanno cercato di indicare le varie fasi del ciclo vitale di una famiglia nella società occidentale. Tutti questi studi sottolineano come gli uomini hanno in comune con gli altri esseri viventi molti momenti del loro ciclo evolutivo: la fase del corteggiamento, dell'accoppiamento, della costruzione del nido, della procreazione, dell'allevamento della prole, del conseguimento della vita autonoma da parte dei figli, dell'invecchiamento, ecc., ma anche come a causa dell'organizzazione più complessa dei rapporti sociali dell'uomo, certi problemi che si presentano lungo l'arco del ciclo vitale della famiglia siano patrimonio esclusivo della nostra specie.
Alcune fasi di questo ciclo vitale che sono particolarmente significative per il processo evolutivo della famiglia nel suo insieme e dei singoli individui come persone sono oggetto di particolare attenzione da parte degli studiosi del comportamento umano e dei clinici. Ne enumero alcune:
1. il corteggiamento
2. il matrimonio
3. la nascita dei figli
4. periodo centrale del matrimonio e adolescenza dei figli
5. l'emancipazione dei genitori dai figli
6. il pensionamento e la vecchiaia
7. la morte.

Senza entrare nel merito di ciascuna di queste, proviamo a guardare un momento quelle che abbiamo numerato come 4. e 5.: sono queste le fasi che si trova ad attraversare una famiglia "quando la droga entra in casa", come dice il titolo di questo convegno.

 

2. Una fase del ciclo vitale:
IL PERIODO CENTRALE DEL MATRIMONIO E L'ADOLESCENZA DEI FIGLI
Verso l'emancipazione dei genitori dai figli

 

Mentre per le altre specie animali l’unità familiare, formata da genitori e figli, non dura a lungo (difficilmente oltre il primo anno di vita dei figli), nella specie umana i genitori continuano a prendersi cura dei figli per molti anni e a restare loro accanto.
Man mano, da bambini bisognosi di ogni cura, i figli crescono fino a diventare adulti 'alla pari' con i genitori in quanto capaci di dar vita essi stessi ad un'altra famiglia che percorrerà, a sua volta, le varie tappe del ciclo vitale.
Questa lunga convivenza di genitori e figli e questo muoversi continuo degli uni e degli altri lungo il cammino della vita nel proprio processo di crescita pongono l'intero nucleo familiare, e ciascuno dei membri che lo compongono, nella necessità di cercare nuove soluzioni ai cambiamenti, enormi, che si verificano al suo interno e nei rapporti reciproci.
È evidente che lungo questo processo di crescita la relazione coniugale - poniamo su questo la nostra attenzione - viene sottoposta ad un continuo processo di verifica. Proviamo ad indicare alcuni cambiamenti, significativi, cui i due adulti vanno incontro.
I coniugi hanno ormai raggiunto la loro stabilità professionale e di ruolo sociale. Il marito può essere soddisfatto o non soddisfatto delle affermazioni ottenute nel proprio lavoro, così come dello spazio che ha saputo e potuto costruirsi, come marito e come padre, all'interno della famiglia. La moglie, a sua volta, vede cambiare sempre più la sua 'funzione materna', visto che i figli hanno incominciato a gestirsi in prima persona la propria vita, personale e relazionale, in famiglia e fuori di essa. La diminuzione di spazio - se così si può dire - come 'madre' viene compensata dalla crescita potenziale dello spazio come 'donna'.
In questa fase appare molto più significativo, di quanto non lo sia nei periodi precedenti, il grado di autonomia personale che è riuscita a costruirsi anche in relazione all'ambiente extrafamiliare: professione, lavoro, amicizie, interessi, ecc.
I figli, che hanno già avviato da tempo il loro processo di individuazione, cominciano a lasciare la famiglia e ad allargare i confini del loro spazio vitale (amici, colleghi di lavoro o di studio, luoghi di ritrovo per il tempo libero, ecc.), solidificandone man mano le strutture portanti.
Quando i figli lasciano la famiglia, i coniugi si ritrovano da soli. A questo punto si rende necessario per la coppia avviare la costruzione di un nuovo equilibrio nel loro rapporto che prescinda dalla presenza dei figli.
È questo un momento di grossa crisi: sia i ragazzi che gli adulti devono fare i conti con tanti cambiamenti che si verificano, contemporaneamente, a più livelli:
- Sul piano personale molto significativi sono i mutamenti che avvengono a livello corporeo: il giovane vede il suo corpo trasformarsi e caratterizzarsi sempre più come un corpo sessuato, maschio o femmina. Sente che dovrà imparare a convivere con esso, sia che si piaccia o no. Tutti ricordiamo, credo, la fatica che abbiamo fatto per fare amicizia con il nostro corpo (che è l'immagine che noi diamo di noi stessi agli altri e lo strumento attraverso cui possiamo costruire ogni incontro). Anche l'adulto a questa età - siamo intorno ai quarant'anni - sente il suo corpo cambiare: l'immagine di esso (i capelli bianchi, le rughe, i primi acciacchi...) può piacerci o no, certo è che ci parla di un tempo che sta passando... e pure velocemente!
- Anche la mente è in un momento evolutivo: il ragazzo sente che deve costruire le sue idee, la sua immagine del mondo e della vita, i suoi valori; cioè non può più permettersi di accettare come suo il pensiero degli adulti (genitori per primi, poi insegnanti, ecc.); le sue certezze di poco prima ora non reggono più e si tratta di costruirne di nuove.  E gli adulti?  Come individui si comincia a guardare il mondo e la vita con altri occhi: tanti progetti o sogni, cullati da giovani, ormai sentiamo che o sono già realizzati o, molto probabilmente, non lo saranno più; non solo, ma anche i progetti realizzati spesso non sono così 'perfetti' come avevamo sognato.  Il rapporto con la realtà cambia e può orientarsi verso due strade: il senso della realtà e della pienezza per aver realizzato ciò che 'realisticamente' era possibile ci permette di continuare la nostra crescita personale; oppure il senso di delusione e di disfatta può prendere il sopravvento e farci perdere di vista le potenzialità che la vita che ancora abbiamo davanti (una buona metà?) ci riserva. Come genitori poi, l'esigenza di autonomia dei figli ci pone ancora di fronte a un bivio: godere della loro capacità critica di costruirsi un pensiero autonomo, anche se questo processo vede mettere in discussione i nostri valori; oppure cominciare a piangere con noi stessi perché ci sembra di veder crollare tanto lavoro di 'insegnamento' che abbiamo fatto in tutti gli anni precedenti e tanta cura.
- Sul piano delle relazioni i cambiamenti che si verificano richiedono la costruzione di un nuovo 'equilibrio familiare'. Come già detto, i figli in questo momento cominciano ad andare per la loro strada, con le loro stesse gambe, senza più bisogno di essere tenuti per mano dai genitori; anche gli adulti continuano il loro processo di crescita che a questo punto si realizza attraverso il potenziamento del livello di autonomia dai figli. Noi infatti abbiamo chiamato questa fase "emancipazione dei genitori dai figli".
Quando in una famiglia nasce un bambino, spesso un modo tipico per mantenere la stabilità del rapporto coniugale è quello di imparare a comunicare, tra i genitori, attraverso i figli. Quando nasce un figlio, nascono anche due genitori. Questa è una considerazione abbastanza evidente, direi piuttosto ovvia; è una fase fisiologica del ciclo vitale di una famiglia. Ciò che spesso accade, però, è che la nascita di due genitori porta, pian piano alla 'morte dei coniugi' (o al loro 'pensionamento')! Il marito e la moglie, cioè, cedono pian piano il posto al padre e alla madre senza curarsi di garantire uno spazio di coppia, privato, tutto per loro, dentro il quale non ci sia posto per nessun altro, figli compresi.  Succede così che quei due giovani che si erano incontrati e avevano progettato di costruire una vita insieme non sanno più guardarsi l'un l'altro, parlarsi, sentirsi e farsi sentire vicini, compagni di strada, innamorati e ancora curiosi l'uno del mondo dell'altro e capaci di tenersi per mano. È come se ogni comunicazione potesse ora passare solo attraverso una terza persona: il figlio, come se fosse il telefono tra papà e mamma.
Il bambino, quando nasce, trova il suo posto tra la coppia dei genitori; e questo è naturale, fisiologico. Il problema nasce quando diventa parte integrante e veicolo indispensabile nel processo di comunicazione tra gli adulti. Non appena diventa sufficientemente grande per cominciare ad andarsene da casa, marito e moglie si ritroveranno di nuovo soli, faccia a faccia, senza avere il figlio come schermo tra loro. Quei problemi che la nascita di un figlio avevano acquietato senza evidentemente risolvere, se non affrontati successivamente, riemergono ora in tutta la loro forza.
Ciò vale naturalmente non solo per i genitori, che si ritrovano soli nella ricostruzione delle regole, ma anche per il figlio che rischia di trovarsi con sulle spalle il compito di reggere la coppia dei genitori che altrimenti non ce la farebbe a sopravvivere. In questa situazione due sono le possibilità che gli si prospettano: la fuga dalla famiglia nel tentativo di rompere i legami con essa, o la permanenza 'a vita' dentro di essa, impedendosi così la possibilità di procedere nella sua crescita verso la costruzione di una nuova famiglia, la sua, conservando quei legami di affetto e di stima che sempre lo terranno in qualche modo vicino ai suoi genitori, ma non invischiato con essi.
Se dunque ogni famiglia attraversa un periodo piuttosto critico in questa fase,  la crisi progressivamente si dissolve quando i genitori, mentre il figlio sta preparando la sua uscita o una volta che se n’è andato, riescono a stabilire un nuovo rapporto a due, continuando il processo di riequilibramento avviato all'inizio della loro vita di coppia. Reimparano a trovare risposte adeguate ai loro conflitti riuscendo in pari tempo a consentire ai figli di costruirsi una vita affettiva e professionale autonoma.
I due, genitori e coniugi, potranno ora procedere per le successive fasi del ciclo vitale. Quando sopraggiungerà il pensionamento, con tutta la problematica che esso comporta (si pensi al processo di emarginazione che di norma accompagna la cessazione dell’attività lavorativa) essi saranno in grado di raccogliere i risultati del lavoro di crescita in autonomia che come singoli e come coppia hanno portato avanti. Potranno godere dell'affetto dei figli (e dei nipoti) che pure stanno procedendo lungo la loro strada.

 

3. IL SINTOMO COME SEGNALE DI CRISI.
IL SINTOMO DROGA

 

La crisi è un momento fisiologico di crescita per ogni organismo. È la rottura e il superamento di un equilibrio che non si mostra più capace di rispondere ai cambiamenti, sia interni che esterni all'organismo stesso. L'organismo, attraverso la fatica della crisi, lavora per costruire un equilibrio nuovo che risponda alle 'novità' che la fase successiva comporta.
L’impossibilità di uscire dalla fase precedente e l’incapacità di tollerare la rottura del vecchio equilibrio nell'attesa di ricostruirne uno nuovo fa entrare la famiglia in una situazione di tensione che, se protratta troppo a lungo nel tempo e irrigidita, sfocerà, prima o poi, nella creazione di un sintomo. Uno dei membri della famiglia (può essere uno dei figli o uno dei genitori o anche dei nonni) comincia a sviluppare un atteggiamento o un comportamento 'sintomatico':  una crisi depressiva, una malattia psicosomatica, insonnia, inappetenza, anoressia mentale, incapacità di applicarsi sul lavoro o a scuola, comportamenti aggressivi o asociali, ecc. sono tanti segnali di disagio e di sofferenza; sono segnali che la persona che porta il sintomo e il nucleo familiare in cui vive stanno attraversando una fase di cambiamento che non riescono ad affrontare con le loro sole forze.
Il sintomo dunque diventa un segnale d’allarme e una richiesta di aiuto. L'instaurarsi di una tossicodipendenza in uno della famiglia (generalmente un figlio o una figlia in fase adolescenziale) assume il significato di un sintomo che svolge, ora, la sua duplice funzione: di segnale d’allarme e di richiesta di aiuto.
Noi troviamo spesso, nel nostro lavoro, che la mancata comprensione delle funzioni del sintomo conduce da una parte all'aggravamento di esso (il sintomo diventa sempre più pesante) e dall'altra ad un irrigidimento della funzione di 'malato' in colui che ne è il portatore e della funzione di 'sani' in tutti gli altri: spesso le persone dicono: se non ci fosse questo problema, noi staremmo benissimo!
È stato scritto da uno psicologo inglese (Laufer) che nell'adolescenza la diagnosi rischia di diventare una prognosi: in altre parole, se noi definiamo un ragazzo 'psicotico', o 'aggressivo', o 'asociale', o 'tossicodipendente' o in qualunque altro modo volete, questa diagnosi rischia di attaccarglisi addosso come un marchio che si porterà dietro per il resto della vita.
È molto diverso affrontare il problema partendo dal presupposto che l'atteggiamento o il comportamento sintomatico sono dei segnali (di allarme e di richiesta di aiuto) o partire invece dal presupposto che quel ragazzo o quella ragazza 'sono' aggressivi, asociali, psicotici, tossicodipendenti, ecc. È, in realtà, più facile attribuire un'etichetta anziché accettare una sfida che, per sua natura, spinge verso il cambiamento. Ma è anche altrettanto sterile e improduttivo; noi, magari, ci fa sentire a posto: se lui 'è' così, che ci possiamo fare? ma la situazione rischia di imboccare una strada senza uscita.

 

4. LA FAMIGLIA NELLA SUA POTENZIALITÀ TERAPEUTICA.
FAMIGLIA E INDIVIDUO VERSO L'AUTONOMIA

 

Una famiglia 'sana', attraverso le crisi che accompagnano le diverse fasi del suo ciclo vitale, cresce e procede lungo la sua storia permettendo a ciascuno dei membri, genitori e figli, di raggiungere la capacità di vita autonoma e di realizzare, essi stessi, ciascuno il proprio progetto di vita.
L'obiettivo e il compito di ogni famiglia è quello di nutrire lo sviluppo dei suoi membri. Questo, non solo per i figli, ma per tutti i membri, a qualunque generazione essi appartengano: quella dei figli, quella dei genitori e quella dei nonni. Tutte e tre queste generazioni prendono e si danno nutrimento per la propria crescita in una relazione di costante reciprocità.
L'amore, l'odio, la speranza, la disperazione, l'ansia, il pensiero e la confusione trovano nella famiglia il luogo privilegiato di crescita e di elaborazione. L'individuo procede attraverso le tappe evolutive della sua storia personale in un’interazione continua con i familiari che diventano, così, per lui modello di riferimento e di confronto. L'individuo, in altre parole, apprende una regola fondamentale che l’accompagnerà per tutta la vita: la famiglia è il suo ambiente naturale. Anche il ragazzo, o la ragazza, che sente la sua casa troppo stretta e ne esce, mettendo, quasi a garanzia di autonomia, tra sé e la famiglia una grossa distanza, si accorgerà, prima o poi, che la famiglia in realtà se l'è portata con sé, nel suo spazio vitale interno. La famiglia mentale accompagna, sempre, ogni persona.
Questa 'presenza' è la carta di credito, emozionale, che gli permette di acquistare quanto gli serve per costruire la sua vita. Di qui l'importanza e la necessità di fare i conti con questo 'capitale energetico' che ci appartiene.
Essa infatti può anche diventare una presenza persecutoria quando non è sentita come fonte di sicurezza interna e un tale vissuto porta l'individuo a investire tutte le sue energie per creare e mantenere la distanza. In questo contesto la stessa droga può essere vissuta, sia pure a livelli inconsci, come potenziale fonte di energia, estrema, nel tentativo disperato di allontanamento e di fuga.
Le comunità terapeutiche, tutte, comprendono nei loro programmi il lavoro con le famiglie dei ragazzi che ospitano: le modalità sono diverse da progetto a progetto, ma la  necessità di aiutare il giovane e la famiglia a guardare e elaborare le proprie difficoltà evolutive è ormai sentita come un lavoro indispensabile per l'opera di disintossicazione mentale che costituisce l'obiettivo di ogni intervento di recupero.
L'autonomia dei figli dai propri genitori cammina di pari passo all'autonomia dei genitori dai propri figli. In altre parole, queste due generazioni hanno bisogno di apprendere che tenersi per mano è altrettanto importante quanto sapersi lasciare: ognuna di queste due funzioni ha il suo tempo... proprio come le stagioni dell'anno. La cosa più difficile da apprendere sembra proprio essere, nel nostro contesto culturale, che lasciarsi non significa abbandono reciproco: lasciarsi significa separazione. Quando un bambino nasce, il cordone ombelicale viene tagliato: la mamma e il bambino si separano, non c'è abbandono e perdita reciproci.

 

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Vorrei dire una parola su un fenomeno che si sta verificando in Italia in questo periodo: le madri-coraggio, così come vengono definite spesso le mamme dei giovani con problemi di tossicodipendenza. Spero di non essere frainteso. Lo dico comunque nella certezza che questo potrà poi diventare oggetto di confronto nel dibattito successivo.
Il mio, ovviamente, è il punto di vista dello psicologo clinico che lavora come psicoterapeuta con gli individui e con le famiglie.
Io credo che ci sono troppe mamme, e troppo pochi padri, in genere, nelle famiglie italiane; quindi anche nelle famiglie dove entra la droga. Quel taglio del cordone ombelicale di cui ho parlato e che tutti noi abbiamo avuto – tutti come figli, maschi e femmine, e le donne anche come madri - è in realtà solo l'inizio di quel processo di separazione che si rivela indispensabile per la crescita sana di un individuo. Sia alla mamma che al figlio rimane, per il resto della vita, la ferita di questo taglio e appare fisiologico che ambedue siano portati a mettere in atto tentativi di 'ricongiunzione’, nella speranza, inconscia, di ritrovare il paradiso perduto dell’unione totale, quasi che fossero una sola persona, come durante la gravidanza. È solo la presenza del padre che può garantire, invece, la crescita dell'autonomia, nel figlio e nella madre; il padre, attraverso la sua presenza, fornisce l'alimento necessario alla crescita di quel processo di separazione che con la nascita inizia, ma che dovrà continuare per il resto della vita.
L'uomo fa questo lavoro nel momento in cui, con la sua presenza, mantiene e alimenta lo spazio di coppia per sé e per la sua donna. Al momento della gravidanza e della nascita di un bambino ogni donna vive un periodo che gli psicoanalisti definiscono di 'regressione': la donna cioè è come se ridiventasse un po' bambina perché solo così diviene capace di comprendere il suo bambino e di entrare in così profonda comunione con lui. Successivamente, però, lei dovrà ritornare donna adulta, compagna di un uomo, anche egli adulto. In questo 'viaggio di ritorno' all’età adulta la donna ha bisogno dell'aiuto e della presenza del compagno. Insieme, allora, tutti e due si possono permettere di continuare la loro crescita come individui adulti, in uno spazio privato di coppia, e svolgere le funzioni di genitori verso la nuova generazione che pure sta crescendo, in uno spazio familiare.
Quindi, per completare il mio pensiero dovrei aggiungere non solo che ci sono troppe mamme e pochi papà, ma che ci sono troppi genitori e troppo pochi coniugi!

 

5. LA MORTE, UNA COMPAGNA DI VITA

 

Una realtà che sempre ha accompagnato il problema droga è la morte: sembrano tenersi per mano lungo un sentiero faticoso di sofferenza e di solitudine, quasi avessero bisogno di farsi compagnia. Questa intimità ora pare rinforzata, in questi ultimi anni, tanto da rendere impensabile parlare di droga e lavorare con essa senza contemporaneamente parlare di morte e sentirla al proprio fianco. L'AIDS ha forzato, con estrema violenza, ogni progetto terapeutico.
Tutti gli operatori (delle comunità, dei servizi sanitari), le famiglie, i ragazzi stessi che portano il problema sulla loro pelle sentono il dramma di questa violenza.
Tutti sentiamo che di fronte alla morte, in qualunque modo e in qualunque momento essa si presenti (in casa nostra, in un parente, in un amico, in un nostro paziente, in un collega di lavoro) possiamo assumere due atteggiamenti: tentiamo di fuggirne, non ne parliamo, proviamo a dimenticare, cerchiamo di far finta che non sia successo nulla; oppure prendiamo il coraggio a quattro mani e  ci lasciamo interrogare da essa. Diceva un saggio messicano: la morte cammina a un passo dietro di te, alla tua sinistra, e tu devi cercare di parlarci ogni tanto, per fartela amica e non averne paura il giorno in cui, allungando il suo passo, ti raggiunge.
Si può aiutare un giovane che sente i suoi mesi o i suoi giorni ormai contati?  Ancora una volta vorrei sottolineare la funzione della famiglia per dire quanta forza essa contiene dentro di sé in un momento così essenziale.
Tutti, quando ci si sente vicini alla morte, desiderano (desideriamo) 'sistemare' le cose, specialmente con i propri familiari, le persone più importati nella vita. C'è il desiderio, profondo, di aggiustare i rapporti, di rinforzare i legami, quasi per assicurare a se stessi e a chi rimane qui la sopravvivenza nel ricordo che, solo, sembra poter superare la morte.
Molti ragazzi chiedono di essere aiutati a re-incontrare le loro famiglie, i genitori, i fratelli, anche se per tanti anni ne sono stati lontani e anche se queste famiglie, ormai, vivono solo nella loro mente avendo perduto ogni consistenza di realtà: genitori separati, lontani, che si sono perduti di vista, fratelli che si sono formati la loro famiglia e non vogliono più - cioè non riescono più a - sentir parlare delle loro famiglie d’origine tanta è stata la sofferenza che hanno dovuto incontrare al loro interno... Gli stessi familiari chiedono di essere aiutati ad accettare questa ulteriore violenza che la morte porta dentro casa: sensi di colpa, assopiti nel tempo magari, ora riemergono e diventano troppo pesanti per essere portati da soli...
Agli operatori (delle comunità, dei servizi sanitari) è affidato ora il compito di attivare e potenziare queste risorse vitali che la famiglia come tale, nella sua duplice dimensione di famiglia reale e di famiglia interna, mentale, conserva nello spazio della sua esistenza. È importante che essi possano cogliere la richiesta di aiuto anche quando essa viene formulata attraverso il rifiuto, che spesso è solo la faccia esterna della disperazione e della paura.
Accompagnare una persona a percorrere l'ultima tappa della sua vita credo sia il più alto intervento terapeutico, perché è senz'altro il più alto atto umano.

 

Pubblicato a cura della I.R.S. L'AURORA Cooperativa S.r.l., Ancona, 1990