Ruolo paterno in situazioni di grave difficoltà

 

di F. Cardinali - Convegno Nazionale "Essere padre, oggi", Senigallia, 1993 - in Atti del convegno, Ancona, 1995
Sommario
PREMESSA
I PARTE  Le coordinate di riferimento
1. La famiglia
     a) La famiglia come organismo vivente
     b) Il ciclo vitale
     c) Le generazioni
  2. Il ruolo paterno in situazioni di "normalità"
     a) l'uomo come animale culturale 
     b) Il ruolo paterno nella nostra cultura
II PARTE  Il ruolo paterno in situazioni di grave difficoltà
  1. La crisi
  2. La gestione della crisi: il ruolo del padre
  3. Un caso clinico
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

 

PREMESSA

 

Per entrare nell'argomento che mi è stato proposto ritengo necessario poter condividere con voi due premesse che costituiscono le coordinate dentro le quali muoveremo il nostro pensiero.
La prima: è necessario collocare il discorso sul "ruolo paterno" all'interno di un quadro di riferimento più ampio: la famiglia. Non possiamo parlare di padre, quindi di ruolo paterno e di funzione paterna, se il nostro pensiero non coglie, nello stesso tempo, la famiglia.
La seconda: per comprendere il ruolo paterno in situazioni di gravi difficoltà, è necessario poter cogliere, come punto di riferimento, quale è il ruolo paterno e quindi la funzione paterna in situazioni di "normalità".
Queste premesse costituiscono la prima parte della relazione.
Nella seconda parte entreremo più specificamente nell'argomento indicato nel titolo: rifletteremo sul ruolo e le funzioni del padre in situazioni di grave difficoltà.
Alla fine, poi, vorrei invitarvi a riflettere su un'ipotesi di prevenzione per favorire la crescita di una famiglia "sana", cioè vitale.

 

I parte

LE COORDINATE DI RIFERIMENTO

 

1.  La famiglia

 

Prenderemo in considerazione tre aspetti della famiglia: la famiglia come organismo vivente, il ciclo vitale (o ciclo evolutivo) e uno sguardo alla sua struttura (o organizzazione interna).

 

a) La famiglia è un organismo vivente
Probabilmente è sufficientemente ovvio per tutti voi che non è possibile parlare di famiglia immaginandola come la somma di più persone: un padre, una madre e dei figli; la famiglia è una realtà diversa dalla somma delle persone che la compongono1 ed è necessario che i nostri occhi possano cogliere l'insieme di questa realtà per poter poi, all'interno di essa, cogliere i singoli individui con la loro storia, i loro bisogni e i loro desideri.
E' all'interno di questa realtà nuova e più ampia, che è appunto la famiglia, che possiamo muoverci per incontrare i singoli personaggi che ci vivono all'interno e che ne sono gli elementi costitutivi. Solo se non perdiamo di vista la famiglia nel suo insieme possiamo cogliere la ricchezza di ciascun individuo che
a) da una parte ne fonda l'esistenza, ma che,
b) nello stesso tempo, vi trova la ragione e la significatività del proprio esistere e della propria individualità.
La famiglia diventa così il luogo in cui, attraverso l'interazione dinamica con gli altri, ciascuno può avviare la costruzione della propria identità e contribuire all'evolvere dello stesso processo negli altri componenti.
Essere padre, madre o figlio significa essere in relazione a qualcun altro. Un padre non esiste in sé stesso: un padre esiste solo in quanto esistono dei figli; nessuno di noi è padre o madre di per sé: un uomo è padre se c'è un figlio che lo fa essere tale. Un padre e una madre nascono quando nasce un figlio; in altre parole possiamo dire che, se è vero che sono un uomo e una donna a far nascere un figlio, è altrettanto vero, paradossalmente, che è il figlio a far nascere un padre e una madre.

 

b) Il ciclo vitale

Un altro punto che dobbiamo prendere in considerazione è che questa famiglia, proprio come ogni organismo vivente, è in continua evoluzione. Non c'è staticità, ma movimento a caratterizzarne l'esistenza.
Se ci avviciniamo alla famiglia con l'occhio allenato a coglierne questa peculiarità di "insieme", possiamo osservare come essa si muove lungo un processo evolutivo, che gli psicologi chiamano "ciclo vitale", di cui si possono anche individuare dei punti nodali, o fasi, o tappe evolutive.
Il corteggiamento, il matrimonio, la nascita dei figli, il periodo centrale del matrimonio e l'adolescenza dei figli, l'emancipazione dei genitori dai figli, il pensionamento e la vecchiaia, la morte... sono alcune delle tappe evolutive più significative attraverso cui passa e cresce una famiglia.
Il motore di questo processo di crescita è dato dall'interazione di due forze, apparentemente contrapposte, ma in realtà in continuo equilibrio dinamico: una forza che mira al mantenimento di uno stato di equilibrio raggiunto, quasi nel tentativo di salvaguardare una identità, l'omeostasi, e una forza che spinge verso il superamento di quanto già conquistato e costruito, perché già non più funzionale alle esigenze e ai bisogni dei singoli membri – anch’essi in evoluzione costante - e alle richieste della realtà esterna: questa forza la chiamiamo spinta al cambiamento.
L'interazione continua tra queste due forze, l'omeostasi e il cambiamento, fa sì che la famiglia, nel suo insieme, possa costruire la sua storia e procedere nella sua crescita evolutiva.

 

c) L'organizzazione della famiglia (la struttura)

All'interno di questa realtà che abbiamo visto vitale e dinamica, ciascun membro viene definito attraverso un determinato ruolo: il posto che occupa (quello di marito-padre, di moglie-madre, di figlio-fratello) con le funzioni che è chiamato a svolgere proprio in quanto in relazione con gli altri componenti.
Per cogliere la complessità di queste funzioni è necessario che facciamo un passo avanti nella descrizione della famiglia.
Abbiamo visto finora
a) come essa sia un insieme (o "sistema"), cioè una realtà strutturalmente diversa dalla somma delle parti,
b) come questa realtà sia vitale e quindi si sviluppi lungo un proprio ciclo evolutivo (il ciclo vitale).
Dobbiamo ora entrare un po' di più dentro la sua struttura per cogliere un terzo aspetto fondamentale: tra i membri di questo insieme è necessario introdurre una distinzione legata al concetto di generazione. I componenti di una famiglia appartengono a generazioni diverse: la generazione dei genitori e la generazione dei figli2.
Possiamo dunque immaginare che esistano come due aree, o due regioni, ciascuna appartenente ad una generazione: l'area genitoriale e l'area dei figli.
Volendo entrare ancora un po' più all'interno di questo affascinante mondo del famigliare, dovremmo poter cogliere ciascuna di queste aree sia singolarmente che nelle sue relazioni con l'altra. Ci proviamo.

 

c/1. L'area genitoriale
L'abbiamo chiamata così, ma in realtà, osservandola un po' più da vicino, ci accorgiamo che dovremmo anche chiamarla, almeno con pari intensità, l'area coniugale, cioè l'area dei coniugi, meglio ancora, l'area della coppia.
Prima ancora di essere padre e madre, questi due signori sono una coppia e proprio come coppia ciascuno di essi ha una funzione assai chiara e specifica rispetto all'altro: quella di coniuge. L'uomo è il marito di sua moglie e la donna è la moglie di suo marito. Il diventare poi padre e madre non cancella questa relazione.
La coppia ha bisogno, per vivere, di uno spazio proprio che non è condivisibile con altri, né può tollerare invasioni da parte di altri (figli o genitori, per es.).
Su questo punto ritengo necessario sottolineare che, anche se un qualche cambiamento sembra potersi intravedere, un pericolo costante è dato dal fatto che la nostra cultura tende ancora ad enfatizzare assai di più la funzione genitoriale rispetto quella coniugale, al punto che troppe volte - e lo vedremo poi, parlando delle situazioni di crisi - quest'ultima, cioè la relazione di coppia, viene soppiantata dalla funzione genitoriale. Diventando padre e madre, cioè, si coglie come una spinta a mettere a riposo il marito e la moglie...

 

c/2. L'area dei figli
Anche i figli hanno un proprio spazio che appartiene a loro soltanto e non può tollerare invasioni da parte degli adulti, né richieste di sconfinamenti.
All'interno di questo spazio si struttura l'area dei fratelli. E' questa una relazione specifica da cui gli altri, pure appartenenti al sistema familiare, sono estranei, cioè ‘altro’. I genitori intervengono, suggeriscono, aiutano i figli, ma alla fine devono riconoscere che lo spazio dei fratelli non è il loro spazio. La camera dei fratelli non è la camera dei genitori, proprio allo stesso modo in cui la camera della coppia non appartiene ai figli.
 

 

2. Ruolo paterno in situazioni di "normalità"

 

Entriamo ora in quella che avevo indicato come seconda premessa: il ruolo paterno in situazioni di "normalità".

 

a) L'uomo come animale culturale


L'animale-uomo nasce e cresce in un ambiente che ha una dimensione propria, peculiare, che non appartiene a nessun'altra specie vivente. Tutte le specie, compresa la specie-uomo, pur differenziandosi l'una dall'altra, condividono l'appartenenza ad una dimensione dell'esistenza che chiamiamo "biologica". L'uomo ha in più un'altra dimensione: quella culturale. E' questa una dimensione costruita dall'uomo, ma dalla quale nello stesso tempo lui stesso viene formato, al punto che non solo l'organizzazione sociale, il sistema di valori, così come lo stesso pensiero sul mondo e su sé stesso vengono forgiati dalla cultura, ma perfino la dimensione biologica - che pure sembrerebbe porsi come ‘altro’ - assume i propri significati soltanto all'interno di essa.
Non possiamo dunque parlare di funzione paterna al fuori di questo quadro di riferimento che colloca la dimensione biologica all'interno della cultura. Le modalità, le richieste, il significato stesso della funzione paterna e della funzione materna possono essere colti solo in un contesto definito da una data cultura.

 

b) Il ruolo paterno nella nostra cultura: la legge-del-padre

Definito dunque che ogni nostro discorso viene fatto sulla premessa "nel nostro contesto culturale...", possiamo procedere nella costruzione di queste nostre riflessioni.
L'essere umano inizia la sua avventura nel mondo prima ancora di poterci muovere i suoi passi. Un bambino, cioè, ha bisogno di nascere nella mente dei genitori per poter trovare, quando arriva realmente, lo spazio necessario alla sua crescita vitale. Il periodo della gravidanza diventa il momento in cui la coppia costruisce questo spazio nella propria casa: parlo di casa nella duplice dimensione di ‘casa reale’, ma anche e soprattutto, di ‘casa mentale’.
Durante questo periodo l'uomo svolge già la funzione paterna, attraverso la sua capacità di influenzare l’atteggiamento della madre nei confronti del figlio che è dentro di lei. Così come la donna esercita la sua funzione materna contenendo il figlio, la funzione paterna richiede all'uomo di porsi, in questo periodo, come colui che può dare contenimento alla nuova coppia formata dalla sua donna e dal bambino che sta crescendo dentro di lei.

La crescita di un individuo (Individuazione) si muove tra due istanze fondamentali: l'istanza di appartenenza e l'istanza di separazione. Appartenenza e separazione sono le due coordinate entro cui ogni individuo sviluppa sé stesso, realizza, cioè, la propria individuazione.
In questo lavoro di crescita i due genitori diventano i collaboratori di queste due forze propulsive, in una sorta di con-divisione di compiti: uno psicoanalista, molto attento ai processi evolutivi, E. Gaddini, scrive (1985): "mentre la madre resterà sempre la condizione dell'esistere, il ruolo del padre è quello di aiutare ciò che esiste a divenire". In altre parole potremmo dire che se alla madre è affidato il compito di essere custode dell'appartenenza (del legame), spetta al padre sostenere e supportare la spinta verso l'individuazione3.
Il pensiero che si rifà alle scuole psicoanalitiche vede nel padre colui che porta all'interno della sua casa "la legge", colui che porta il divieto genitoriale nel processo edipico: la legge della proibizione dell'incesto. E' un modo diverso per dire come è propria del padre la funzione di porsi a supporto dell'istanza di separazione, (mentre proprio della madre è il porsi come custode dell'istanza di appartenenza).
Mentre l'esercizio della funzione materna garantisce al neonato, al bambino e al ragazzo adolescente la continuità del legame, del processo di appartenenza, l'esercizio della funzione paterna chiede all'uomo di porsi come colui che offre al figlio il supporto necessario nel processo di separazione dalla sua famiglia e di individuazione rispetto alle figure genitoriali, garantendo, nello stesso tempo, quel passaggio fondamentale per il processo di crescita che è il passaggio dal registro del bisogno (che si esprime nella ricerca della soddisfazione immediata dei bisogni stessi) a quello del desiderio (che trova la sua espressione nella domanda dell’incontro con l’Altro). E’ attraverso la frustrazione del bisogno che può nascere il desiderio: decisiva in questo passaggio è la funzione simbolica del padre in quanto fonte della legge e quindi origine della frustrazione.

Se ora possiamo ritornare ad una delle nostre premesse, quella che ci impone di riportare ogni discorso sul padre (o sulla madre) all'interno del contesto familiare, ci troviamo a dover dire che la legge-del-padre diviene la legge-della-famiglia.
Il padre, allora, come fonte della legge che induce il passaggio dal registro del bisogno a quello del desiderio, è colui che dice ai figli di trovarsi la propria donna (o il proprio uomo) al di là dei confini familiari; ma è anche colui che porta questa stessa legge verso la madre dei figli, cioè verso la "sua" donna.
Potremmo dire, in altre parole, contestualizzando più compiutamente il discorso nell'ambito familiare, che proprio della funzione paterna, complementare al compito già delineato verso i figli, è, sull’altro versante, quello di porsi come custode della coppia. Di quello spazio, cioè, che appartiene soltanto all'uomo e alla donna di questa famiglia, lo spazio dei coniugi.
Esercitare la funzione paterna significa essere impegnato sui due versanti: favorire l'individuazione/separazione dei figli e custodire lo spazio della coppia.

 

II parte

IL PADRE IN SITUAZIONI DI GRAVE DIFFICOLTÀ

 


1. La crisi

 

Che cos'è la crisi?
Potremmo definire una situazione di crisi come un’impasse evolutiva, un momento di difficoltà che una famiglia sta attraversando lungo una delle varie fasi del suo ciclo vitale. Un momento in cui, in genere, l'istanza omeostatica prevale sull'istanza di cambiamento.
E' chiaramente difficile fare un discorso generale sulle situazioni di crisi, ma volendo tentare uno sguardo d'insieme sulle mille modalità in cui la crisi può manifestarsi, attraverso un'attenta osservazione, potremmo individuare due direttive lungo le quali può evolvere una devianza: quella più propriamente sociale (che si manifesta in azioni che si pongono al di fuori della legalità, nella non osservanza di qualcuna delle norme sociali) o quella più propriamente psichiatrica (che si manifesta attraverso una serie di sintomi psichici o psicosomatici che ci parlano di nevrosi o, nelle forme più serie, di situazioni psicotiche...).
E' importante riuscire a cogliere come sia l'una che l'altra forma ci parlano di sofferenza e di dolore: diversa è solo la direzione che l'espressione di tale sofferenza assume. Questa sofferenza e questo dolore appartengono sia all'individuo che esprime e incarna la devianza, sia all'intero nucleo familiare proprio in quanto essi sono l'espressione di un blocco evolutivo, di un’impossibilità a procedere, sia individuale che familiare.
  


2. La gestione della crisi: il ruolo del padre

 

(Dato che stiamo parlando di situazioni di crisi all'interno di una giornata di studi sul padre e sul ruolo paterno, le osservazioni e le considerazioni che seguiranno sono fatte sul presupposto che il comportamento deviante (ripeto, sia in direzione di una devianza sociale che in quella di una devianza psichiatrica) viene posto in essere da un figlio. Dico questo, perché la clinica ci pone spesso a dover affrontare situazioni in cui è uno dei due coniugi a portare il sintomo...)

Un dato piuttosto costante ci viene offerto dalla clinica: chi per primo coglie un problema, rimanendo poi comunque in prima linea nel gestirlo è, per la maggior parte delle volte, la madre. Se un figlio (o una figlia) non va più bene a scuola, o si chiude in casa e non frequenta gli amici, o entra nel mondo della droga, o ha problemi per il mangiare o il dormire, ecc., è la madre che lo coglie per prima ed è lei che continua a reggere la situazione e anche quando sente che non ce la fa più da sola, è lei che decide quando è giunto il momento di chiedere l'intervento dello specialista. E' a lei, in conclusione, che in famiglia viene affidata la gestione del figlio-problema.
S’instaura, cioè, una sorta di ‘complicità’ tra il figlio-problema e la madre; una specie di rapporto privilegiato o di filo diretto dal quale gli altri membri della famiglia - primo fra questi il padre - sono tenuti (e si tengono) o fuori del tutto o comunque in disparte, quasi in religioso rispetto verso questo legame particolare. Chi lavora con i tossicodipendenti, per esempio, sa che nella maggior parte delle volte il padre è l'ultimo ad "accorgersi" del problema, quando ormai la madre non ne può proprio più, magari perfino dopo che ne ha già parlato con qualche tecnico o si è rivolta a qualche gruppo di auto aiuto...
Parallelamente al coinvolgimento materno si può cogliere in tutte queste situazioni un estraniamento paterno, quasi un disinvestimento emozionale e di partecipazione. Come se il padre sentisse di dover/voler restare fuori: la cura dei figli, tanto più la cura del figlio ‘malato’ (o deviante) appartiene alla persona che svolge la funzione materna.
Se potesse non ingenerare equivoci, dovremmo riprendere a questo punto proprio un termine che abbiamo usato prima parlando della legge-del-padre: potremmo usare la parola "incestuoso" per definire, su un livello metaforico, questo legame così privilegiato e intenso tra un figlio (o una figlia) e la propria madre? Se riusciamo e cogliere e a tollerare questa metafora, direi proprio di sì.

A questo punto possiamo dire di aver toccato un punto nodale nell'aver individuato queste costanti nell'atteggiamento paterno e nell'atteggiamento materno di fronte alle situazioni di crisi. Credo che ora siamo in grado di procedere nella nostra riflessione cercando di costruire un’ipotesi di risposta al problema indicato nel titolo della relazione.
"Il ruolo del padre in situazioni di gravi difficoltà" potremmo, in modo molto sintetico e quasi schematico, delinearlo come il ruolo di chi può/deve svolgere una duplice funzione:
a) la prima è quella di porsi come marito che va alla ricerca della propria donna, per riprendersela e aiutarla a riprendere il suo posto accanto a lui;
b) la seconda è quella di recuperare il proprio spazio come padre e co-gestore della crisi (e della vita familiare nel suo insieme).

In altre parole, riprendendo la metafora richiamata poco fa, la funzione del padre è quella di riportare all'interno della casa la legge paterna: la legge della "proibizione dell'incesto".
Questo processo soltanto potrà permettere ai due di svolgere la funzione genitoriale che, come abbiamo già detto, è proprio quella di garantire a ciascun figlio la possibilità di appartenere e di separarsi, favorendo così la spinta verso l'individuazione.
La crisi altro non è che un segnale di allarme che parla di blocco evolutivo, dicevamo prima, blocco evolutivo di un nucleo familiare e blocco evolutivo individuale. Un eccesso di appartenenza, istanza propria della funzione materna, non equilibrato dalla spinta alla separazione, non favorisce una crescita sana e vitale (il processo di individuazione).
Allo stesso modo, ovviamente, in cui un eccesso di separazione, istanza propria della funzione paterna, non equilibrato dalla presenza materna come richiamo all'appartenenza porta inevitabilmente verso la disgregazione e quindi verso una crisi con funzioni di richiamo e di ricompattamento...
Il bisogno che queste due istanze fondamentali convivano e interagiscano nell'ambiente familiare è così alto, che possiamo osservare come la crisi stessa si pone proprio come richiamo alla presenza verso i due genitori, come coloro che di queste forze, appunto, sono i depositari e la fonte.
    

Una nota. L'intervento dei tecnici

 
Il padre, allora, ha bisogno di trovare il supporto per "ri-entrare" nelle dinamiche familiari così che possa con la sua presenza ri-costruire quei confini generazionali che si erano logorati e venivano, necessariamente, violati.
Il tecnico chiamato ad intervenire nelle situazioni di crisi, sa che non può fare a meno del padre per ricostruire l'equilibrio frantumato e riattivare il processo fisiologico di crescita di questa famiglia lungo il suo ciclo vitale.
Fornire l'aiuto al padre per ritrovare la sua donna e far sì che questa possa ritrovare il suo uomo: questo è il compito del tecnico, perché questo è il punto di disfunzione che la crisi segnala.
L'uomo e la donna che possono permettersi un nuovo incontro ridiventano capaci di porsi come coppia di fronte alla situazione di crisi che la famiglia sta attraversando. La presenza della coppia in quanto tale farà sì che la funzione paterna e la funzione materna possano recuperare la loro relazione dinamica: una rinnovata offerta può arrivare ora alla generazione dei figli, proprio come ripresa della dinamica dell'interazione fra l'istanza di appartenenza e l'istanza di separazione.
      

3. Un caso clinico


(Vi descrivo brevemente questo caso come un esempio di situazione in crisi. Naturalmente i nomi e alcuni dati sono alterati per rispettare il segreto professionale e il diritto di ogni persona alla privacy).

Luciano è un ragazzo di 24 anni, è il secondo di quattro figli; è nell'esercito e dice che questa sarà la sua professione. Ora ha avuto un figlio con una ragazza di 20 anni: l'ha riconosciuto, ma non riesce a "riconoscere" in lei la sua donna: perché, in realtà, lui non può accettare di legarsi con una donna, pur desiderandolo...
Luciano ha avuto tante ragazze, nella sua vita, di cui ogni volta era "pazzamente innamorato", ma ogni volta, inesorabilmente, la sua storia non poteva durare più di due-tre mesi e andava a finire con feroci liti e gravi atti di maltrattamento: tutte le ragazze venivano prima o poi picchiate e lasciate.
Ora il dramma si ripete, ad aggravarlo c'è questo bambino. Luciano non riesce a lasciare questa donna, ma non può permettersi neppure di sentirla come la sua donna. Non vivono insieme. L'ha perfino portata, per un po' di tempo, in casa dei suoi genitori, ma l'ha lasciata lì, per una quindicina di giorni, mentre lui se ne andava in cerca di altre storie da costruire e, nuovamente, da distruggere. Quando la vede la insulta, la maltratta, le mette ancora le mani addosso... in altri momenti la cerca.
Luciano è un giovane uomo che sa fare solo "sfuriate". Forte in lui è la legge del legame (la legge materna) - lui si lega molto intensamente alla ragazza di turno -, poi, però, questo legame diventa soffocante, perché in lui non è bilanciato dalla legge della separazione (la legge paterna).
Il padre di Luciano è un professionista che il suo lavoro ha tenuto sempre fuori casa. Nonostante tutte le sere rientrasse in casa e quindi avesse avuto la possibilità di rendersi presente presso i figli, lui ha delegato tutta la funzione educativa - lo dice espressamente - alla moglie che, pur lavorando fuori casa, tuttavia è stata sempre molto presente nella vita dei figli. E lo è tuttora: è lei, per esempio, che adesso è molto preoccupata per il figlio, ci parla, cerca di aiutarlo in tutti i modi, a differenza del marito che fatica perfino a cogliere la gravità della situazione.
Luciano, nella sua famiglia, ha potuto vivere soltanto la legge del legame, la legge dell'appartenenza: la legge materna. Ma il legame diventa soffocante se non è bilanciato dall'istanza di separazione. Questo lo porta a vivere quasi ossessivamente, in una specie di compulsione a ripetere, il bisogno di legarsi a qualcuno (le sue varie ragazze, per es.), poi, però, non riesce a trovare dentro di sé la forza per continuare, perché non appena un legame si intensifica, diventa per lui soffocante: un legame da cui fuggire se vuol sopravvivere: e la fuga può avvenire solo attraverso la distruzione - e non il superamento - di esso (si consideri la ripetitività delle sfuriate aggressive e violente verso le sue ragazze...).
Luciano sta correndo grossi rischi anche per la sua scelta professionale. Ma non voglio dilungarmi su questo aspetto.
Voglio invece sottolineare come dal colloquio clinico un dato immediatamente emergente è che in questa famiglia non c'è più lo spazio della coppia, sia come genitori, che, prima ancora, come coniugi. In tempi diversi e successivi, i figli, i genitori dell'uno e dell'altra, hanno potuto invadere l'area della coppia fino ad impedirne la sopravvivenza. I due vivono insieme, dormono nella stessa camera, ma è come se un muro, tanto invisibile quanto impenetrabile, ora si frapponesse tra loro.
Ora, la fatica che questo ragazzo sta facendo è davvero grande. Il superamento di questa situazione non sarà facile.
Riuscirà il padre a riportare la "sua" legge (la legge della separazione)? Riuscirà a recuperare il suo spazio, a riprendersi la preoccupazione di un figlio cresciuto negli anni, ma ancora in piena adolescenza? Potrà ritrovare la sua donna e aiutarla a condividere con lui la preoccupazione che ora la invade? Potrà riportare il necessario bilanciamento dell’istanza di separazione alla legge del legame che ora, non bilanciata appunto, ha potuto invadere tutta la vita familiare?
E la madre: potrà "restituire" lo spazio paterno senza viverlo come una grave perdita per sé e la propria sopravvivenza come donna e come madre? Potrà ritrovare dentro di sé la possibilità (la voglia, l'energia per) di re-incontrare il suo uomo e lasciare così che suo figlio possa "liberarsi di lei" e continuare il suo processo di individuazione?
Si tratta ora di impostare un lavoro terapeutico con questa famiglia. E' certo che per tanto tempo la legge del padre è rimasta fuori della porta: potrà rientrare?
In questo caso, poi, a rendere ancora più difficoltosa la situazione c'è anche un'urgenza, data dalla presenza di questo bambino che ha bisogno, anche lui, di un ambiente vitale per poter crescere: potrà "aspettare" che suo padre ritrovi il necessario equilibrio nel suo mondo interno? Potrà aspettare che i suoi nonni ritrovino il loro equilibrio, aiuto indispensabile perché Luciano possa imparare che legarsi non significa morire? Fino a che punto è giusto chiedere a un bambino di... aspettare?
(Mi fermo qui. Voglio sottolineare solo una cosa per gli addetti ai lavori: un’analisi più approfondita di questo caso, in vista di un possibile intervento terapeutico, ci chiederebbe di prendere in considerazione vari altri aspetti, quali, per es., la storia familiare dei genitori di Luciano (dove e come hanno imparato il padre a lasciare la "paternità" a sua moglie e questa ad appropriarsene...), la storia della donna di Luciano che, pure, non riesce a lasciare quest'uomo e che, pur vivendo in casa con i propri genitori, continua a cercarlo nella speranza, forse, che egli possa cambiare...; i giochi collusivi che questi due giovani stanno ponendo in atto; ecc. Questo, solo per dire la complessità con cui il pensiero "familiare" si impone al terapeuta o comunque all'operatore in genere).

 

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

 

Prevenire è meglio che curare è diventato uno slogan, ma non per questo ha perduto la sua forza. Il contatto continuo con la sofferenza che ogni crisi porta con sé dovrebbe portarci a riflettere sulla possibilità di investire le nostre energie, o parte di esse, per pensare servizi e interventi che si pongano come prevenzione e cura della salute, piuttosto che soltanto come cura della malattia.
Voglio raccontarvi una nostra esperienza come un esempio e un'ipotesi di prevenzione. Mi viene suggerita, del resto, proprio dal contesto di questa giornata: se ci troviamo qui a riflettere su questi temi è perché un Consultorio Familiare - cioè un servizio per la famiglia - ce ne ha dato la possibilità.
Il nostro Istituto collabora, in Ancona, con un'associazione che pure si occupa di nascita: il Melograno.
Da più parti, nei servizi pubblici come anche in alcuni centri privati, si fa un lavoro con le donne in gravidanza. E' questa una delle prime fasi del ciclo vitale di una famiglia. L'intento di questo lavoro è naturalmente quello di offrire la possibilità di vivere più compiutamente la gravidanza come un periodo di preparazione alla nascita di un figlio.
E' questo un momento assai prezioso per la costruzione di quell'ambiente familiare in cui vivranno sia i figli che i genitori. Ebbene, fin da questo momento io credo sia necessario che il padre possa trovare uno spazio maggiore di quanto non stia ancora avvenendo (... prima di tutto nella mente degli operatori!).
Questo, fondamentalmente per due ragioni.
La prima è che l'uomo-padre ha ancora un ruolo troppo "debole" rispetto a quello della donna-madre (lo dicevamo prima riflettendo sui ruoli paterno e materno nel nostro contesto culturale).
Nel lavoro che facciamo con il Melograno è la coppia il soggetto e l'oggetto dell'intervento, perché partiamo dal presupposto che, se ad essere incinta da un punto di vista biologico è solo una donna, in stato di gravidanza noi riteniamo che ci sia una coppia: è la coppia che aspetta un figlio, è nella casa mentale della coppia che è necessario preparare lo spazio per il bambino, proprio allo stesso modo e con la stessa cura con cui è nella casa reale della coppia - e non della donna soltanto - che si prepara lo spazio fisico.
Se l'uomo può entrare fin da questo momento come padre, gli sarà più facile in seguito, nelle varie fasi del ciclo vitale, conservare il suo posto e assicurare la presenza della "funzione paterna" a integrazione della "funzione materna", assicurata e garantita dalla sua donna.
La seconda ragione è che il diritto di cittadinanza che gli viene riconosciuto come padre, gli permette di portare tutto il suo contributo nel tutelare lo spazio della coppia: quello spazio di cui abbiamo parlato prima, così indispensabile alla vitalità dei due coniugi, ma altrettanto irrinunciabile per la salute dei figli!
Una volta invece che la coppia muore, o comunque si trova a vivere in uno stato di perenne agonia, diventa inevitabile che l'uno o l'altro dei due coniugi - più spesso la donna, nella nostra cultura - invada lo spazio dei figli impedendo loro quell'autonomia di movimento tra le istanze di appartenenza e di separazione di cui abbiamo parlato prima.
Con una frase un po' forte, ma senza dubbio chiara, potremmo dire che solo la madre orientata verso il marito può permettere al figlio di "liberarsi di lei", cioè di esistere, nell'accezione etimologica di ex-sistere, essere-fuori. Ma solo un padre orientato verso la moglie può aiutare la sua donna a non sentirsi "abbandonata" dai figli che se vanno per la loro strada e a ritrovarsi, viva, in una relazione vitale: quella, appunto, della coppia.

Per chiudere con uno slogan, potremmo dire che i figli possono crescere sani all'interno di una famiglia "sana", cioè in una famiglia dove ci sia uno spazio per i figli, ma anche uno spazio per la coppia: in altre parole, dove gli adulti, possono essere in due come genitori e continuare, nello stesso tempo, ad essere anche coniugi.

 

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1 Nel linguaggio della matematica diremmo che la famiglia è un "insieme"; nel linguaggio della cibernetica la definiremmo un "sistema". Ma non è questa la sede per approfondire questi termini.
2 In questa sede limitiamo la nostra osservazione alla famiglia nucleare e quindi a sole due generazioni. In realtà per cogliere più compiutamente la complessità e la ricchezza di una famiglia - di ogni famiglia - dobbiamo ampliare il nostro sguardo ad almeno tre generazioni: questo, sia volendo considerare la famiglia come oggetto di studio che pensandola come luogo di intervento.
3 Queste osservazioni ci fanno cogliere quanto siano parimenti indispensabili, per una crescita sana, ambedue i genitori, ciascuno con la sua funzione specifica che è complementare a quella dell'altro.