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VOCE DELLA VALLESINA
Settimanale di informazione

LA MENTE E L'ANIMA - Colloqui con lo psicologo

di FEDERICO CARDINALI

cardinali@itfa.it
 


 

 

 

 

Il bambino... più buono d’Italia!

 

Bambini

 

 

23 ottobre 2016

 

Mah, sarà perché a me le graduatorie non piacciono. Meno ancora amo le gare in cui deve uscire un vincitore. Perfino nello sport preferisco vedermi un bel gioco o godere di una bella prestazione. Ma tra tutte le gare, questa che va a nominare il bambino più buono d’Italia proprio non mi va giù. Anche se i giornali ne hanno parlato, facendo tanto di nome e cognome, di residenza e di composizione familiare. Esposto come un pezzo da ammirare. Un capolavoro della bontà.

No. Non mi convince tutto questo. E sapete perché? Non perché io non creda che Luca – questo è il suo nome – non sia davvero vicino a suo padre, disabile, e disponibile ad aiutarlo. No. Non mi convince perché prima di tutto lui, a soli 8 anni, ha bisogno di viversi serenamente e tranquillamente i suoi affetti familiari. Senza strombazzamenti intorno. Poi – e questo vale anche di più – perché noi adulti abbiamo bisogno di imparare a scoprire il ‘Luca’ che si trova in ogni bambino. Perché nel cuore di ogni bambino abitano generosità, affetto, disponibilità. Amore.

Chi di noi non ha mai visto un bambino che, se pure rimproverato o addirittura picchiato dal babbo o dalla mamma, non passa un minuto che non si riavvicini, piano piano, a quel genitore per dargli un abbraccio e per riceverlo? Perfino bambini maltrattati, o addirittura vittime di violenza, continuano a ricercare le più piccole occasioni per dare e ritrovare con quel genitore momenti di calore.

 

Il bambino più buono d’Italia è quel bambino che noi adulti facciamo crescere in un ambiente affettivo sufficientemente sano. In mezzo a relazioni familiari che fanno respirare serenità. Con adulti che, pur trovandosi a volte fra incomprensioni o conflitti, fanno di tutto per non restarcene incastrati. Che provano a mettercela tutta per vivere nel rispetto reciproco. Per coltivare l’anima del dialogo e dell’ascolto. In famiglia. A scuola. Nelle società sportive. Nelle parrocchie.

 

I bambini non nascono cattivi. Né dispettosi. Né irrequieti o agitati.

Già sento quell’insegnate che mi dice: ma lei dovrebbe venire a scuola qualche volta, così li vede i bambini come sono: cominciano appena arrivano, corrono, si urtano l’un l’altro, buttano lo zaino sul banco, poi, sempre con la testa per aria, distratti, agitati... Oppure quella mamma – perché il babbo risolve subito il problema: lui va a dormire in un’altra camera – che ha il piccolo che ha scambiato il giorno con la notte, si sveglia tutti i momenti. Un incubo.

Certo, tutto questo è vero. Ma proviamo a chiederci qual è il clima in cui cui viviamo noi e facciamo vivere i nostri figli.

Solo qualche domanda. Quanti minuti in una giornata passiamo tranquilli e un po’ in pace? Quanto silenzio abita le nostre case? Non il silenzio dell’assenza di dialogo: questo è anche troppo. Ma il silenzio che è soffocato dal rumore continuo della tv sempre accesa o del telefonino incollato alle nostre mani. Avete fatto mai caso, quando andate a prendere un caffè o a mangiare una pizza, a due cose? C’è sempre la tv accesa, insieme a un cd o a una radio; e le persone la prima cosa che fanno è tirar fuori il telefonino (spesso i telefonini) e piazzarlo sul tavolo, una posata tra le altre. Questo non è silenzio. E del silenzio ne abbiamo bisogno. Come dell’aria. Noi adulti. E, soprattutto, i bambini.

Per quale ragione, fin dal primo mattino, devono sorbirsi i cartoni dalla tv sempre accesa? Se no non mangiano, mi sento rispondere. Bugia! È così perché ce li abbiamo abituati noi: quante volte, quando il piccolino non vuol mangiare, gli accendiamo la tv o un altro giochino (sempre rumoroso), così, mentre lui si distrae a guardare lì, noi gl’infiliamo il cucchiaino in bocca... Ci ricordiamo?

 

I nostri bambini sono... affamati di silenzio – ma su questo ci ritorneremo.

Qualche giorno fa ho incontrato una famiglia. Due figli, entrambi adottati. Di fronte alle preoccupazioni per il comportamento del più piccolo, 10 anni, subito i genitori dicono: chi sa che genitori ha avuto, sa, la genetica... La genetica? chiedo. Non ci metta in discussione questa cosa, dicono subito, anche lo psicologo del consultorio ha parlato di ereditarietà del carattere!

Cari genitori, e caro collega, il punto non è la genetica. Ritorniamo al nostro Luca. Non troveremo mai scritto nei suoi geni che lui è il bambino più buono d’Italia. Dove lo troviamo scritto, allora? Nelle relazioni familiari in cui sta crescendo. Se un bambino è generoso e disponibile, è perché lui per primo riceve generosità e disponibilità. Se sa essere attento agli altri, è perché riceve attenzione. Dai suoi, prima di tutto. Dagli insegnati. Dagli altri educatori.

 

Un bambino sa mettere in campo ciò che vive. Sa dare ciò che riceve.

 

 

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