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VOCE DELLA VALLESINA
Settimanale di informazione

LA MENTE E L'ANIMA - Colloqui con lo psicologo

di FEDERICO CARDINALI

cardinali@itfa.it
 


 

 

 

 

Il lungo cammino verso l’incontro tra credenti

 

Religioni, risorsa e handicap

 

 

4 settembre 2016

 

Domenica 31 luglio, musulmani e cristiani a messa. Un incontro per esprimere solidarietà ai cristiani per l’uccisione di un prete, e nello stesso tempo un tentativo di affermare unità e concordia nel rifiuto del terrorismo che una parte del mondo islamico, sia pur minoritaria, continua ad alimentare. In altre occasioni abbiamo riflettuto sulla crisi dell’Islam e sui pericoli che esso corre.[1] Paradossalmente, proprio nel momento in cui sembra conquistare nuovi spazi: guerre e fame costringono cittadini del medio oriente e dell’Africa a migrare verso l’Europa, perché nazioni a loro più vicine, sia geograficamente sia culturalmente, non sono disponibili ad accoglierli. Arabi che rifiutano altri arabi. È anche questo uno degli aspetti sui quali l’Islam oggi ha bisogno di riflettere. Il tentativo di Mohamed, quattordici secoli fa, di unificare un popolo disgregato e alla diaspora, anche attraverso il Libro, sembra oggi presentare elementi che ne evidenziano seri aspetti di ‘fallimento’.

Ma credo che noi possiamo solo offrire questo interrogativo ai nostri fratelli musulmani. Alla loro riflessione. Politica e religiosa. Oggi, a mille400 anni dai tempi del Profeta.

 

Vorrei, invece, entrare con voi in una domanda che riguarda tutte le religioni.

 

Religiosità e religione: sono solo parole diverse o esprimono cose diverse? Si può essere religiosi senza aderire ad una religione e, viceversa, si può aderire ad una religione senza essere religiosi? Questa, a mio parere, è una domanda di fondo.

 

La parola latina re-ligare (da cui nasce religione) significa tenere insieme. Che cosa? Il mondo, l’universo, gli uomini, la divinità? Sì. Tutto questo. Ma se pure hanno la medesima origine, dobbiamo osservare bene queste due parole, per coglierne le differenze.

 

Quando parliamo di religiosità, facciamo riferimento ad un atteggiamento interiore degli esseri umani nei confronti della vita e del mondo. A quel senso di unione (re-ligare) che l’uomo sa cogliere con la natura, con l’universo. Anche con la divinità, per chi ne riconosce la presenza. È la dimensione spirituale: quella dimensione che ci fa tenere aperta la domanda sul senso. Della vita. E del mondo.

Quando parliamo di religione, facciamo riferimento alle forme storiche in cui la religiosità ha trovato e trova espressione. Alla loro pluralità. Perché, come umani, abbiamo bisogno di dare una dimensione sociale anche alla nostra interiorità. Di poterla condividere. Una religione, infatti, nasce per rispondere a questo bisogno. Ed è l’aspetto positivo e buono di una religione.

Ma qui nasce anche un problema: perché le religioni si presentano come dottrine. Come un insieme di verità-di-fede. Verità che gli aderenti devono accettare e con le quali identificarsi. Un po’ come avviene per tutte le istituzioni. Un partito politico, un movimento sindacale, un’associazione culturale... tutte, che nascono come risposta al bisogno di appartenere, richiedono a chi appartiene di fare propri determinati princìpi, scale di valori, regole di vita o di comportamento.

 

Ma una religione si differenzia dalle altre istituzioni perché si presenta, necessariamente, come assoluta. Una religione si identifica con le sue verità. E dato che una delle sue verità riguarda l’immagine dell’Assoluto (= Dio), essa non può che dire di sé stessa che è la sola, la vera, l’unica. Perfino le religioni ‘atee’ (come il buddismo ad esempio) presentano la loro verità, la loro strada, come la migliore. Di più: come la sola, l’unica.

 

Possono le religioni dialogare tra loro? No. Non possono farlo, perché sarebbe come rinunciare alla propria identità. Cioè alla propria unicità e alla propria verità.

 

Attenzione, però. Non possono farlo le religioni, come sistemi dottrinali e istituzionali. Ma possono, anzi, debbono farlo gli uomini che si riconoscono in una religione.

Ma per poterlo fare, c’è una condizione irrinunciabile: che non facciano prevalere la dottrina sull’uomo. Che non cadano nella tentazione di voler costruire una società civile subordinata alle regole della religione. Alle sue ‘verità’. Uno Stato islamico o un Stato cristiano, una democrazia islamica o una democrazia cristiana, sono in sé una contraddizione. Un simile Stato si ritroverebbe a non poter dialogare con nessun altro. Proprio perché espressione di un assoluto. L’assoluto della religione-verità.

 

Allora la dimensione religiosa va vissuta solo nel privato? No. Essa ha bisogno di esprimersi anche in una dimensione sociale. Ma non può cadere nella trappola di una religione che pretende di governare la società civile. Lo stato. Una religione deve riconoscere che la società civile ha bisogno di darsi delle regole proprie. Può dialogare con le religioni. Ma non essere subordinata ad esse.


[1] La Mente e l’anima, vol. 3°, pag. 249 (Qui nel sito: Not in my name)

 

 

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