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VOCE DELLA VALLESINA
Settimanale di informazione

LA MENTE E L'ANIMA - Colloqui con lo psicologo

di FEDERICO CARDINALI

cardinali@itfa.it
 


 

 

 

 

Siamo diventati figli della luce... artificiale

 

Via Lattea, addio

 

 

 19 giugno 2016

 

 

Sabato scorso le principali testate internazionali davano una notizia allarmante: a breve, per la maggior parte del mondo, non sarà più possibile vedere la Via Lattea. L’Istituto di Scienza e Tecnologia dell’Inquinamento Luminoso c’informa che il 60% degli europei e quasi l’80% dei nord americani non possono più vederla. L’Italia, con la Corea del Sud, ha il triste primato di ‘abbagliamento’ tra i Paesi del G20; Canada e Australia sono i più bui. Su scala globale, lo smog luminoso nasconde la Via Lattea ad un terzo dell’umanità.

 

Già la maggior parte dei nostri bambini non l’ha mai vista.

 

La Via Lattea è la galassia cui appartiene il nostro sistema solare. La nostra grande casa. Si calcola il suo diametro in circa 100mila anni-luce. Se volessimo rappresentarla con un modellino, facendolo con un diametro di 130 km, il sistema solare occuperebbe appena due millimetri. Pensate la terra!

 

I miti greci, a modo loro, ce ne raccontano perfino l’origine. A Zeus, il padre degli dèi, era nato un figlio, Eracle, uno dei tanti avuti nelle sue innumerevoli scappatelle. Alla nascita lo mette accanto al seno di sua moglie, Era, mentre lei dorme, perché ne prenda il latte ‘divino’ e diventi, così, immortale. Ma Era, svegliandosi, si accorge di questo bambino sconosciuto e lo respinge. Così il suo latte, uscito dalle mammelle, scivolò sul cielo notturno.

Per i greci, quella che poi i romani chiameranno Via Lactea, era la Galassia (dal greco gàla-gàlactos, che significa latte). Nel Medio Evo era considerata la guida dei pellegrini che si recavano a Santiago de Compostela.

 

La luce. Il mondo vive nella luce. Essa è energia di vita. Nel mito biblico delle origini, questa è la prima parola che il Dio Creatore pronuncia nel dare vita al mondo. Yehý ‘Or esce dalla sua bocca, Sia luce; poi il testo continua: «Wayehý ‘Or, e fu luce. E vide il Signore che la luce era buona» (Genesi 1,3).

La luce è vita. Siamo così immersi in essa e ne abbiamo così bisogno che tutti, da bambini, abbiamo incontrato la paura del buio. La paura della non-luce. Ora, però, questa paura atavica, che ci ha visto bambini, sembra aver preso possesso della nostra mente. E guardandoci, ci scopriamo ancora immersi in essa. Incapaci perfino di tollerare che la luce che accompagna il giorno possa riposare e attenuarsi per il breve tempo della notte, in attesa che riemerga e accompagni ancora i nostri risvegli. In un naturale ciclo. Ininterrotto.

 

Su cosa, allora, abbiamo bisogno di riflettere? Io credo, sulla perdita del contatto con il tempo della natura. E sul rispetto di essa.

Gli spazi delle città hanno bisogno di luce. Per muoverci. Per fugare incontri indesiderati. Per non perderci nei viaggi notturni. Per il lavoro, con il quale l’organizzazione della nostra vita ormai ci chiede di occupare anche il tempo della notte. Niente di male in tutto questo, certo. Ma forse abbiamo bisogno di ascoltare un po’ di più la voce della natura e di guardare un po’ meglio all’organizzazione della nostra vita.

 

Sempre nei miti biblici troviamo un’altra storia. Quando il Dio di Abramo vuole rassicurarlo sulla sua discendenza «lo conduce fuori e gli dice: “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle”; poi soggiunge: “Tale sarà la tua discendenza”» (Genesi 15,5).

Se qualcuno di noi avesse sentito quelle parole, non gli avrebbe forse risposto: le stelle? Dove sono? Di giorno non le vedo e di notte il cielo è tutto uguale. Nebbioso. Grigio. Offuscato. E se alzo lo sguardo, come dici tu, io vedo solo i lampioni accesi. Vuoi dire, forse, che la mia discendenza sarà numerosa come i lampioni che riempiono le nostre città?

Lo so, qualcuno mi dirà di non scherzare con queste parole. Ma non credo che sia questa una mancanza di rispetto verso un testo che parte dell’umanità ritiene sacro.

 

La vera mancanza di rispetto è quella che stiamo attuando nei confronti della Natura. Sia essa la terra. Sia essa la nostra umanità.

L’inquinamento luminoso – così gli scienziati chiamano questo fenomeno pervasivo nel mondo industrializzato – arreca danno non solo alla nostra piccola terra, di cui stiamo consumando smisuratamente le risorse, ma anche a noi umani. Il recupero dei ritmi circadiani (giorno-notte-giorno) è un bisogno che il nostro stesso organismo reclama. La sera abbiamo bisogno che la luce, pian piano, sia tenue, così anche il rumore, per incontrare il riposo buono della notte. E non è sano svegliarci abitualmente a mezzogiorno e andare a dormire alle due del mattino. Neanche per i ragazzi. Anzi, tantomeno per loro.

 

Se poi quest’estate potremo prenderci qualche giorno di vacanza, che siano giorni in cui anche noi possiamo cantare: E quindi uscimmo a riveder le stelle!

 

 

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