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VOCE DELLA VALLESINA
Settimanale di informazione

LA MENTE E L'ANIMA - Colloqui con lo psicologo

di FEDERICO CARDINALI

cardinali@itfa.it
 


 

 

 

 

Anche le religioni hanno bisogno di scoprire l’8 marzo

 

Donne, figlie di un dio minore?

 

 

6 marzo 2016

 

«Le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare; stiano invece sottomesse, come dice anche la legge. Se vogliono imparare qualcosa, interroghino a casa i loro mariti, perché è sconveniente per una donna parlare in assemblea (assemblea = gr. ekklesìa)», così la Bibbia (1 Corinti 14,34-35); «Gli uomini sono preposti alle donne, a causa della preferenza che Dio concede agli uni rispetto alle altre...», così il Corano (4,34).

Ma anche: «O uomini, vi abbiamo creati da un maschio e da una femmina e abbiamo fatto di voi popoli e tribù, affinché vi conosciate a vicenda. Presso Dio, il più nobile di voi è il più timorato» (Corano 49,13); «Dio non fa preferenze di persone» e di fronte a lui «non c’è più giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna...» (Bibbia, Atti 10,34 e Galati 3,28).

 

Sono solo esempi. Ma vedete, perfino nei testi sacri ritroviamo la vecchia questione: uomini e donne, chi conta di più?

Qui è il punto. Perché non possiamo dimenticare che ogni volta che leggiamo un testo dobbiamo collocarlo nel suo contesto: nella cultura in cui è nato. Potremmo riempire tutto il giornale con citazioni dai libri sacri (Bibbia, Corano, Veda, ecc.) che contengono una cosa e il suo contrario. Perché ogni testo è figlio del suo tempo e dei valori che lo scrittore, inevitabilmente, riflette quando esprime i suoi pensieri. Se dimentichiamo questo, allora continueremo a ritagliare e usare un brano, poi un altro, poi un altro ancora per giustificare e sostenere il nostro pensiero. Convinti che anche le sacre scritture... ci danno ragione!

 

Ma le sacre scritture non sono scritte o dettate direttamente da Dio. Esse sono la riflessione di uomini. Saggi, senz’altro, guidati dallo Spirito (che, nella lingua ebraica è una parola femminile: Ruhà), ma anch’essi condizionati dai valori della loro cultura. E in tutte le culture la questione uomo-donna è una questione aperta. Di conseguenza anche in tutte le religioni lo è. Perché le religioni nascono in una cultura. Se ne alimentano e a loro volta la nutrono. Rafforzandola, nel momento in cui pretendono di trovare l’origine di certi pensieri e di certe strutture in Colui/Colei che chiamano Dio. Con il rischio, così facendo, di attribuire a Lui/Lei gli stereotipi culturali e i pregiudizi che hanno codificato.

 

Ho scritto Lui/Lei, perché è questo che rischia di diventare, se non ne acquisiamo consapevolezza, il nodo centrale. L’immagine di Dio.

 

Fermiamoci un momento e osserviamo questa nostra straordinaria capacità: la parola. Tutta la psicologia ci evidenzia un fatto. Semplice e nello stesso tempo complesso. Il linguaggio (= le parole, le frasi, la grammatica, la sintassi...) esprime il pensiero e contemporaneamente lo forgia. Lo costruisce.

 

Due esempi prendiamo. Due parole.

UOMO. Gli antichi greci dicevano anèr per indicare l’uomo maschio e ghyné per la donna. Avevano poi una terza parola per dire l’essere umano: ànthropos. Questo permetteva loro di non fare confusione. Per noi la parola ‘uomo’ ha un doppio significato. Essa indica l’uomo in contrapposizione-complementarietà con la donna. Ma con essa indichiamo anche tutto il genere umano: gli uomini dicono... gli uomini fanno... gli uomini pensano... ecc.

Un’altra parola: DIO.

Se la osserviamo bene, notiamo che essa contiene in sé anche l’idea di genere: è una parola al maschile. E rischia di diventare una parola che al nostro inconscio trasmette l’idea di un Dio al maschile. Essa contiene e trasporta una sorta di attribuzione di genere. Se vi sembra strano, provate un momento a usare al posto di Dio, la parola Dea. La parola al femminile. E dire, per esempio: Dea ci ama, Dea è creatrice del mondo, Dea è amorevole e misericordiosa, Dea è nostra madre-e-padre. Non suona un po’... strano?

 

Cosa c’entra tutto questo ragionamento con l’8 marzo?

È un ragionamento non semplice, mi rendo conto. Ma c’entra eccome! Perché se non ne diventiamo consapevoli, usiamo perfino la religione, le religioni, per continuare a dividerci tra noi in una divisione che diventa gerarchica. Di potere. Di umani (maschi) su altri umani (femmine).

Un Dio al maschile è un tradimento della Sua immagine. Ma è un meccanismo, inconscio, che sostiene l’attribuzione di potere ai maschi sulle femmine. Non sarà un caso che in (quasi) tutte le religioni sono i maschi che hanno autorità, che occupano i posti di potere – anche se queste parole non ci piacciono. Vescovi o preti, imam o rabbini o pastori (tra le chiese cristiane riformate, in realtà, inizia ad esserci qualche donna-pastore)... non sono tutti al maschile?

 

Mi piacerebbe poterci augurare un 8 marzo... anche nelle religioni!

 

 

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