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VOCE DELLA VALLESINA
Settimanale di informazione

LA MENTE E L'ANIMA - Colloqui con lo psicologo

di FEDERICO CARDINALI

cardinali@itfa.it
 


 

 

 

 

Riflessioni intorno al dibattito sulle unioni civili

 

Adozioni

 

21 febbraio 2016

 

 

Tutti sappiamo cos’è l’adozione. Ma non tutti partiamo con il piede giusto quando ne parliamo. Anzi. La maggior parte di noi pensa che l’adozione sia un modo perché le coppie che non riescono ad avere figli possano diventare genitori.

No. Non è per questo che esiste l’adozione. Perché adottare non è un diritto. Il diritto sta nell’essere adottati. La differenza è fondamentale. Adottare non significa poter, finalmente, avere un figlio. Adottare significa aprire la nostra casa ad un figlio che una casa non ce l’ha. Significa farsi genitori per un bambino che non ha i suoi genitori.

Ne abbiamo già parlato più volte in questi nostri incontri, quindi non mi dilungo ulteriormente su questo pensiero.[1] Ma non possiamo perdere queste coordinate: se non partiamo da qui, andiamo subito fuori strada.

 

La legge attuale (L. 184/1983) stabilisce che ‘di norma’ un minorenne può essere adottato da «coniugi uniti in matrimonio da almeno tre anni» (art. 6). Poi, però, prende in considerazione anche delle situazioni particolari. Una di queste prevede che un bambino può essere adottato «dal coniuge nel caso il cui il minore sia figlio (...) dell’altro coniuge» (art. 44/b). Se, per esempio, due persone si sposano e lei ha già un figlio, orfano di padre, o perché deceduto o perché non l’ha riconosciuto, il marito della mamma può adottarlo. Così questo bambino viene ad avere sia una madre sia un padre anche di fronte alla legge – che si muove sempre nell’ottica di garantire al bambino il diritto ad avere due genitori.

Ora la proposta di legge intende ampliare questa norma, prevedendo che un minore possa essere adottato non solo «dal coniuge», com’è oggi, ma anche «dalla parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso» (art. 5). Se cioè uno dei due partner di un’unione civile tra persone omoaffettive ha un figlio, questi potrà essere adottato anche dall’altro (stepchild = figliastro, il figlio biologico del partner). Così anche questo figlio avrà due genitori: due madri o due padri.

 

Chiarito ciò, proviamo a farci qualche domanda.

 

La prima. C’è bisogno di una nuova norma per tutelare un minore in caso di morte o incapacità totale del suo genitore biologico? No. Perché la legge attuale prevede già che una persona, anche se non coniugata e senza distinzione di sesso, può adottare in condizioni particolari: quando, per esempio, un bambino, privo dei suoi genitori, ha un legame affettivo importante con questa persona (art. 44, punti 1/a e 3).

 

La seconda. Tutti diciamo che è meglio che un bambino viva con due padri o con due madri piuttosto che resti in un istituto. Certo! Ma dimentichiamo una cosa: in Italia non ci sono bambini in istituto perché mancano famiglie disponibili per l’adozione. Tutti sappiamo che tante coppie adottive si rivolgono ad associazioni che curano le adozioni da paesi esteri (Asia, Africa, America latina, dell’Est europeo), perché il numero dei bambini italiani non è sufficiente a soddisfare tutte le richieste di adozione da parte delle coppie italiane. In Italia, cioè, ci sono più coppie in attesa di adozione che bambini in stato di adottabilità.

 

La terza. Una legge che parla di unioni civili è una legge che tratta di diritti degli adulti: in questo caso il diritto delle persone omoaffettive a vedersi riconosciute dalla legge in una relazione di coppia. Cosa sacrosanta. Ma cosa c’entra una norma che parla di adozioni? A mio parere si perde ancora una volta il punto focale: l’adozione è per i bambini, non per gli adulti. Quindi va trattata in un contesto diverso.

 

Un’ultima domanda. Questa è ancora più seria e richiede ancora più attenzione. In che modo abbiamo fatto nascere questo bambino, figlio di una persona che non ha una relazione affettiva-sessuale con un partner dell’altro sesso? Con la fecondazione eterologa, se ha solo una madre; con l’utero in affitto, se ha solo un padre. Anche di questo abbiamo parlato.[2] Come vedete, ritorna sempre il punto. La domanda di fondo. Siamo noi adulti ad avere diritto a un figlio o è un figlio ad avere diritto a due genitori?

 

In sintesi, il mio pensiero. Che le persone omoaffettive abbiano il diritto a vivere una relazione di coppia, nell’amore e nel rispetto reciproci, con diritti e doveri riconosciuti dalla legge, è sacrosanto. Altrettanto sacrosanto è non confondere i diritti degli adulti con quelli dei bambini: i diritti dei bambini – fra questi il diritto ad avere una madre e un padre – vanno anteposti a quelli di chiunque altro.

Voi che ne pensate?

 

[1] La Mente e l’Anima, vol. 2°, pagg. 41-49, 267-272.

[2] La Mente e l’Anima, vol. 3°, pagg. 27, 36, 84, 87, 114, 120, 186, 237. Voce 2015, n. 44.

 

 

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