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VOCE DELLA VALLESINA
Settimanale di informazione

LA MENTE E L'ANIMA - Colloqui con lo psicologo

di FEDERICO CARDINALI

cardinali@itfa.it
 


 

 

 

 

Riflessioni sulle molte facce della violenza

 

Novembre 13 e 25

 

 

29 novembre 2015

 

Due date. Due tragedie.

13 novembre. Giorni difficili quelli che stiamo vivendo. Televisione, giornali, web, tutto ci bombarda di notizie: blitz, bombe, feriti, morti. Tutto ci parla di violenza. Con il risultato che l’ansia cresce e il nostro sguardo non sa cogliere più il bene. Che pure ci abita. La paura, il panico perfino, ci offuscano il campo visivo. E noi ci ritroviamo persi, sperduti in un mondo che sembra impazzito.

 

Parigi in Europa, Bamako in Africa, solo per citare le due ultime tragedie provocate da fanatici che si coprono sotto l’ombrello di un presunto Dio, Allah akbar (Dio è grande). Proprio come i nazisti del secolo scorso con il loro Gott mit uns (Dio è con noi), o i nostri crociati di otto nove secoli fa con il grido Dio lo vuole. O la vergogna dell’Inquisizione che dava la morte a tutti quelli che non si allineavano alla dottrina di chi teneva il potere, politico o religioso. Sempre in nome di Dio.

Ma la storia è antica. Vecchia, direi. Perfino di Costantino si racconta che vinse contro Massenzio, siamo nell’anno 312, perché davanti alle sue legioni aveva messo il segno di una croce, che aveva visto in sogno, con la scritta In hoc signo vinces (con questo segno – una croce, appunto – vincerai). Povero Dio, quante gliene abbiamo fatte dire e fare! Ditemi se era possibile che quel Gesù che aveva dichiarato beati i costruttori di pace e aveva insegnato ad amare anche i nemici, poteva prendere parte con un esercito con un altro... Ma il fatto è che sempre ci siamo fatti un qualche Dio a nostra immagine, con i nostri pregi, ma soprattutto con i nostri limiti. Importante, comunque, è stato sempre metterci sotto il suo ombrello per giustificare quel potere che permetteva a chi lo deteneva di prevaricare sugli altri. Un Dio di parte.

 

La tentazione di costruirci un Dio di parte è il primo pensiero sul quale abbiamo bisogno di riflettere. Seriamente. Anche noi cristiani molte volte coltiviamo il pensiero che Dio sia dei nostri. Cristiano e cattolico. Come fanno gli altri, musulmani o ebrei. Invece di provare ad entrare noi nel Regno di Dio, portiamo Lui nel nostro regno. Ciascuno dalla propria parte.

 

C’è un’altra cosa, però, che non possiamo permetterci di non guardare. Il frastuono degli attentati di questi giorni è enorme. Il rumore sconvolgente. La violenza che li accompagna ci aggredisce al punto da toglierci il respiro.

Ma c’è un’altra violenza. Silenziosa. Subdola. Ma non meno feroce. È il 25 novembre a ricordarcela. A ricordarci la vergogna di una violenza che ancora teniamo in vita. E stavolta non c’entra l’Isis né Boko Haram né la jihad. Perché questa nasce e cresce nelle nostre case. Nella vita di tutti i giorni. La giornata internazionale contro la violenza sulle donne sembra essere ancora una necessità. Secondo uno studio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità del 2013, il 35 % delle donne (una su tre) ha subìto violenza fisica e/o sessuale, e dato ancora più grave, il 70% delle donne (due su tre) hanno subìto violenza fisica e/o sessuale dal proprio partner.

 

In pieno XXI secolo, con la presunzione di educare il resto del mondo alla civiltà e alla democrazia, con duemila anni di cristianesimo alle spalle, ancora noi uomini (maschi) ci rapportiamo con le nostre donne come se fossimo su due piani diversi. Noi i padroni del mondo, loro... un po’ sotto.

 

Qualche giorno fa un amico mi racconta di un ragazzo, neanche vent’anni, che vive da solo. La madre se n’è andata di casa da qualche tempo. Poi aggiunge: “La madre è una poco di buono: ha sparso figli per il mondo, non si sa quanti uomini ha avuto...” e altre note di questo genere. Gli chiedo: “E il padre?”. Rimane senza risposta. Disorientato. Meglio, sconvolto che io gli abbia fatto questa domanda. Come se fosse scontato che un uomo... che c’entra? Eh sì, lui che c’entra? Domanda, un po’ brutale, ma necessaria: quando un uomo va a letto con una donna, lui è una persona o solo un organo genitale che raggiunge l'orgasmo? Qualcuno di voi – spero pochi, ma temo che siate molti – mi dirà: ma ci deve pensare lei!

Ecco, qui è il punto.

Il nostro pensiero di uomini civili è ancora questo: l’uomo (maschio) non è tenuto a prendersi le sue responsabilità. I figli sono della madre. Come quando un padre separato non dà l’assegno di mantenimento per i figli perché ‘non ha i soldi’. E lei? Lei i suoi figli deve comunque crescerli. Ma, domanda: i figli non sono di loro?

 

Vedete? Oggi non ho parlato di femminicidio. Ho parlato della violenza quotidiana. Quella sottile. Silenziosa. Ma non meno grave. Della violenza che ancora non ci colloca, donne e uomini, sullo stesso piano. Di dignità e di responsabilità.

Allah akbar. Sì, Dio è grande. E noi? Noi sembra che abbiamo ancora molta strada da fare per diventarlo!

 

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