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VOCE DELLA VALLESINA
Settimanale di informazione

LA MENTE E L'ANIMA - Colloqui con lo psicologo

di FEDERICO CARDINALI

cardinali@itfa.it
 


 

 

 

 

 Tra teoria del gender e omoaffettività

 

L’uomo, tra natura e cultura

(2)

 

12 luglio 2015

 

 

Dopo aver visto, la settimana scorsa, quanto la biologia ci dice sul sesso degli esseri umani, c’eravamo lasciati con il compito di entrare nella distinzione tra sesso e genere. Distinzione obbligata dal momento che la nostra identità si gioca tra due appartenenze fondamentali: l’essere umano, infatti, appartiene sia alla natura sia alla cultura. Appartenenze inscindibili. Ed è proprio questa duplice appartenenza, che ci differenzia da tutti gli altri esseri viventi, che ci fa cogliere la ricchezza e la complessità dell’uomo. Ricchezza e complessità che ci portano ad aver bisogno di diverse discipline (= scienze) se vogliamo comprendere noi stessi, le nostre potenzialità, le nostre capacità. E i nostri limiti.

 

La settimana scorsa l’occhio della biologia ci ha fatto vedere che il nostro sesso è scritto nel nostro patrimonio genetico. La 23a coppia di cromosomi ci definisce: o maschio (XY) o femmina (XX). Tertium non datur direbbero i filosofi: non c’è una terza via.

 

Oggi andiamo a chieder aiuto ad altre scienze: l’antropologia culturale e la sociologia, prima di tutto, accompagnate dalla psicologia, e proviamo ad ascoltare il dialogo che queste fanno quando guardano l’uomo.

Per prima cosa, a proposito della sessualità, esse ci parlano della necessità di tenere aperta la distinzione tra sesso e genere. Con la parola sesso indichiamo la dimensione biologica di una persona. Parlando di genere andiamo a guardare come le diverse culture portano ciascuno di noi a vivere la propria identità, di maschio o di femmina.

 

Prendiamo qualche esempio. Prima da culture lontane dalla nostra. Poi daremo uno sguardo in casa.

 

In certi paesi, in alcune culture che si giustificano perfino con la religione, le donne non possono accedere all’istruzione, non possono uscire di casa senza essere accompagnate dal marito o da un altro uomo di famiglia, non possono andare per strada se non coperte dalla testa ai piedi, non possono guidare una macchina, né si vedono riconosciuto il diritto ad esprimere la propria opinione politica con il voto.

Gli uomini sono i proprietari della donna: moglie o figlia o sorella. Lui può ripudiare sua moglie, anche per delle sciocchezze. Lei no. Può punirla, anche picchiandola, perché a lui spetta il compito di ‘educare’ la donna. All’uomo è riconosciuto il diritto ad avere anche più mogli contemporaneamente: gli si chiede solo di essere in grado di mantenerle. E nessuna di loro può opporsi. A lui spetta scegliere il marito per sua figlia: che lei sia d’accordo o no non ha nessuna importanza.

In quale cromosoma del patrimonio genetico dei maschi di quella cultura è scritto tutto questo? Se andiamo ad analizzare la 23a coppia (XY) del loro DNA vi troveremo il diritto a disporre a proprio piacimento delle donne della famiglia? O nel DNA di una donna (XX) è scritto che lei deve essere sottomessa al maschio, vivere come fosse una sua proprietà, incapace di decidere della propria vita, incapace perfino di scegliere il compagno con cui costruire la propria famiglia?

 

Una sguardo in casa nostra, ora.

L’uomo è cacciatore; la donna è preda. Direte: come sei vecchio, questo valeva cent’anni fa! Oggi le cose sono cambiate.

Sicuri? Guardiamo come facciamo crescere i nostri bambini. Quali giochi mettiamo nelle loro mani? Se è un maschio non gli diamo palloni e archi e frecce e fucili e carrarmati e macchine e mostri vari? Ad una bambina non continuiamo a regalare bambole, cucine, fornelli, ferri da stiro e cose simili? Cioè cose... da bambina?

Domanda: in quale delle 23 coppie di cromosomi, compresa la 23a (XX), è scritto che lei deve giocare con le bambole, e che se le piacesse giocare dando calci al pallone, allora c’è da preoccuparsi perché si comporta come un maschiaccio? E lui, invece, se dovesse amare leggere, fare giochi tranquilli, magari anche giocare ‘alla famiglia’ dobbiamo preoccuparci perché fa giochi da femminuccia?

E i nostri ragazzi. Proponiamo proprio le stesse regole di vita per i maschi e per le femmine? Certi comportamenti, anche a scuola, se è un maschio o se è una femmina a metterli in atto, noi adulti abbiamo la stessa reazione? E a casa: chiediamo allo stesso modo a lui e a lei di mettere in ordine la propria camera, diamo a entrambi lo stesso orario di rientro il sabato sera quando escono con gli amici?

E noi adulti? Diamo lo stesso giudizio di un uomo che ha le sue storie con altre donne e le sue scappatelle, e di una donna che pure ha le sue storie e le sue scappatelle? Non succede che di lui diciamo che è un dritto e lei, invece, una p...? Eppure siamo nel duemila avanzato!

 

Ecco a cosa deve servirci questa distinzione che stiamo facendo tra sesso e genere. A guardare con onestà e coraggio i nostri stereotipi di genere. Per ritrovare la strada che ci porti a riconoscere che maschi e femmine, pur nelle differenze, abbiamo pari dignità.

(3. continua)

 

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