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VOCE DELLA VALLESINA
Settimanale di informazione

LA MENTE E L'ANIMA - Colloqui con lo psicologo

di FEDERICO CARDINALI

cardinali@itfa.it
 


 

 

 

 

Sessualità e amore

 

15 marzo 2015

 

 

Ho partecipato anche di recente ad incontri in cui, per ragioni diverse, si faceva presente il tema dell’omosessualità. È ovvio che ciascuno di noi, come singoli e come appartenenti ad un gruppo (culturale, religioso, politico...), ha il diritto di guardare la cosa con i propri occhi, pur conservando il rispetto che si deve, in una società civile, ad ogni persona. Ho visto, però, che tanto spesso i pensieri e le valutazioni nascono da idee confuse. È questo che mi porta oggi a entrare nel tema, con l’intento di offrire un po’ di chiarezza nelle informazioni in modo che le posizioni personali, o del gruppo di appartenenza, siano almeno fondate su conoscenze corrette, evitando prese di posizione basate su stereotipi o pregiudizi.

 

Omo-sessuale noi diciamo quando parliamo di chi sente in sé una spinta a costruire una relazione di coppia con una persona del suo stesso genere. Etero-sessuale invece diciamo di chi ricerca una persona di genere diverso.

 

È un dato acquisito dalle scienze umane, ma prima ancora è esperienza di ciascuno di noi, che la sessualità umana non è riducibile alla sola funzione di conservare la specie mettendo al mondo altri individui, come sembra essere invece, allo stato attuale delle conoscenze, per gli altri esseri viventi. Essa esprime, prima di tutto, una forte pulsione affettiva, al punto che la stessa intimità sessuale diventa nello stesso tempo espressione e alimento di quella grande energia che chiamiamo amore. E che ci accompagna per l’intera vita. È esperienza di tutti che un incontro d’amore che si realizza è una delle più grandi fonti di felicità, come la mancanza di esso o un suo fallimento ci mettono in uno stato di sofferenza indicibile.

 

Considerare attentamente quest’aspetto della nostra vita ci porta a cogliere la limitatezza della parola omo-sessualità o etero-sessualità, e ci accompagna naturalmente verso un parola assai più ricca e, soprattutto, più fedele alla natura dell’uomo. Parliamo, allora, di omo-affettività, o etero-affettività. Proprio perché l’energia dell’amore si esprime nel bisogno e nel desiderio di incontrare l’altro/l’altra con cui condividere il tempo della vita.

 

Il bisogno di vivere una relazione d’amore, che si esprima anche nell’intimità sessuale, appartiene ad ogni essere umano. E ciascuno cerca la propria strada per realizzarlo. Parlare di omo-affettività o di etero-affettività significa evidenziare un aspetto, pur nella differenza, che ha il medesimo fondamento: il bisogno e desiderio di un incontro d’amore.

 

La differenza è nell’orientamento che guida questa ricerca. Mentre l’etero-affettivo, cioè la maggioranza degli individui, ricerca l’altro in una persona di genere diverso dal suo, l’omo-affettivo è guidato in questa ricerca da una pulsione che lo porta verso una persona del suo stesso genere. La differenza, o la diversità, è tutta qui. Non ci sono altre categorie da prendere in considerazione: non malattia, non patologia, non devianza. Su questo punto ormai le scienze umane, la psicologia e la medicina, si ritrovano concordi: l’omo-affettività non è una malattia né una devianza.

 

L’origine? Qui non sappiamo rispondere. Allo stato delle conoscenze due cose sappiamo dire con sufficiente certezza. La prima: che non appare significativo l’influsso dell’ambiente educativo (famiglia, scuola, gruppi sociali...); la seconda: che avere un orientamento piuttosto che un altro (omoaffettivo o eteroaffettivo) non è una scelta dell’individuo. È qualcosa che lui, o lei, sente e scopre dentro di sé. E rimane immutabile nel tempo.

Spesso la clinica ci fa incontrare persone che hanno voluto forzare il proprio orientamento, ma questo nel tempo è riemerso con tutta la sua carica energetica. Anch’io ho seguito persone che si sono trovate a dover fare i conti con questa dolorosa esperienza: uomini (e donne) adulti, anche con figli, che a un certo punto si sono trovati nell’impossibilità di continuare la convivenza con la propria moglie (o marito) e hanno trovato la loro serenità e la loro pace soltanto nella relazione con un compagno del loro stesso genere.

 

Per oggi ci fermiamo qui. Con un invito: iniziamo a usare le parole omoaffettività/eteroaffettività e mettiamo a riposo omosessualità/eterosessualità. È un primo passo per scoprire che questa differenza appartiene alla natura umana. Questo ci sarà di aiuto sul piano personale.

Ma anche sul piano sociale: anche il gruppo o la comunità cui sentiamo di appartenere – sia esso politico, culturale o religioso – pian piano cambierà il suo atteggiamento che, altrimenti, nascosto da belle parole quali accettazione o accoglienza, rischia di continuare a coltivare discriminazione e pensieri espulsivi.

 

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