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VOCE DELLA VALLESINA
Settimanale di informazione

LA MENTE E L'ANIMA - Colloqui con lo psicologo

di FEDERICO CARDINALI

cardinali@itfa.it
 


 

 

 

 

509mila

 

22 febbraio 2015

 

 

Con questo numero l’Istat c’informa che in Italia abbiamo toccato il livello più basso di natalità degli ultimi centocinquant’anni, dall’unità d’Italia ad oggi. Nel 2014 sono nati 509mila bambini. Lo sapevamo che stiamo invecchiando, ma di fronte a un dato così chiaro, sentiamo il bisogno di fermarci. E cominciare a farci qualche domanda.

Poi arrivano quelli che ci ricordano che la popolazione nel mondo ha superato i 7 miliardi e, allarmati, sostengono che la terra non sarebbe in grado di alimentarci tutti. Salvo poi accorgerci che se un terzo della popolazione soffre di malattie da denutrizione, arriviamo noi a compensare ampiamente, ricchi come siamo di malanni da sovralimentazione. E questo dovremmo ricordarcelo bene se non vogliamo lasciarci prendere da allarmismi infondati.

 

Ma torniamo a noi, e ai nostri 509mila bambini. Allarmati prima perché il mancato ricambio della popolazione metterebbe a rischio la nostra economia, poi iniziamo a lamentarci e a piangerci addosso parlando di crisi di valori e di crisi della famiglia. Non che questi pensieri non riflettano una parte di verità, ma il punto è che ne riflettono solo una parte, lasciando fuori aspetti importanti e significativi.

 

Due, in particolare, vorrei provare a guardarne con voi.

 

Il primo. È vero che la popolazione italiana sta invecchiando. E questo, ampliando il rapporto tra giovani e vecchi, porterà che i trenta-quarantenni di oggi non potranno godere di quei benefici pensionistici che ancora sostengono i nostri vecchi. Ma mi chiedo quanto sia legittimo continuare a guardare l’Italia come un paese isolato dal resto del mondo. Ormai il movimento migratorio è un dato di fatto, anche se una parte di noi si ostina a guardarlo con timore e sospetto, fino al punto di appellarsi a ostracismi e chiusure di frontiere, quasi dovessimo difenderci da germi patogeni che assalirebbero le difese immunitarie di una nazione. Forse possiamo anche pensare che, se pure gli italiani fanno meno figli, saranno i figli degli immigrati a ringiovanire la nostra popolazione...

 

Ma c’è un altro aspetto che ritengo dobbiamo guardare bene.

Non è la crisi della famiglia che fa nascere meno bambini. È la mancanza di servizi, la mancanza di attenzione all’economia delle famiglie che porta queste a pensarci dieci volte prima di mettere al mondo il secondo o il terzo figlio.

Che oggi sia diventata una necessità che entrambi i coniugi svolgano un’attività lavorativa, è ormai un dato di fatto. Per due ragioni. La prima, e la più terra terra, è una ragione economica: un solo stipendio non è più sufficiente per una famiglia.

L’altra ragione, molto più profonda, fa riferimento al ruolo della donna oggi.

 

Qui vorrei che provassimo a non perderci in rimpianti del passato, ma a cogliere l’importanza e la positività del cambiamento che stiamo vivendo. Cinquant’anni fa la divisione dei ruoli e dei compiti in famiglia (e nella società) era molto chiara: l’uomo doveva lavorare e portare lo stipendio. Fatto questo, lui era a posto. Con altrettanta rigidità alla donna spettava la cura della casa e dei figli – e del marito! Il suo posto era in casa. E la sua posizione del tutto subalterna a quella dell’uomo.

 

Oggi, finalmente, la donna sta ritrovando uno spazio che la pone su un piano di pari dignità con l’altro. Ora anche a lei è riconosciuto il diritto-dovere di sviluppare le sue potenzialità come persona. Come essere umano. Alla pari con l’uomo.

A questo punto, allora, la domanda vera diventa un’altra: come può una donna scoprire e attuare il proprio progetto di vita – la propria vocazione – se quando fa un bambino si ritrova sola a doversene prendere cura, in casa e fuori? È vero che i giovani padri di oggi sono più presenti dei loro padri nella crescita dei figli, ma quanta strada c’è ancora da fare... ed è ancora piuttosto normale che lei si ritrovi con il doppio o triplo lavoro sulle spalle.

E fuori casa? Quali servizi ci sono per i bambini? Avere un posto al nido è più difficile che vincere al lotto – per non parlare dei costi e degli orari. Nella scuola dell’infanzia ci ritroviamo con 25-30 bambini e un’insegnante. E gli orari della scuola primaria? Chi si prende cura dei bambini nel pomeriggio? Ci sono i nonni! E quando questi non ci sono?

 

C’è poi un altro aspetto. Non certo meno pesante. Quante volte la donna si vede rifiutare un posto di lavoro perché, ancora giovane, potrebbe... rimanere incinta. Per non parlare poi di quando le si chiede, all’atto dell’assunzione, di firmare le dimissioni in bianco, da tirar fuori al momento opportuno: quando, cioè, aspetta un bambino!

 

Poi ci diciamo tanto preoccupati del tasso di natalità negativo... A voi sembra vero?

 

 

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