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VOCE DELLA VALLESINA
Settimanale di informazione

LA MENTE E L'ANIMA - Colloqui con lo psicologo

di FEDERICO CARDINALI

cardinali@itfa.it
 


 

 

 

 

ALLAH AKBAR

 

 

18 gennaio 2015

 

Sì, Dio è Grande!

Comunque lo vogliamo chiamare, Allah, Jaweh, Elohim, Geova, Vishnù, Gesù, Budda, o con i mille altri nomi che Gli abbiamo dato... Sì, Dio è grande. Ma come possono stare queste parole in bocca a uomini che nel Suo nome rivendicano il diritto di uccidere altri uomini? Perché proprio così urlavano quei due criminali che hanno assalito la sede del settimanale Charlie Hebdo a Parigi uccidendo i giornalisti che vi si trovavano. Così continuano a gridare i fanatici del cosiddetto Stato Islamico. Così i criminali di Boko Haram che in Nigeria, negli stessi giorni, hanno ucciso più di duemila persone, e qualche giorno dopo hanno sacrificato perfino una bambina di dieci anni, imbottita di esplosivo, per l’ultimo attentato.

 

Allora una domanda: Sì, Dio è grande. E noi?

 

Qualche giorno fa parlavo con una collega che mi chiedeva come avrebbe potuto parlare con la sua bambina di quattro anni che le domandava dove fosse adesso il suo cagnolino morto e cosa volesse dire ‘morire’. E nel farmi questa domanda si premurava di aggiungere che lei era atea. Come per dirmi che per lei era più difficile trovare una risposta. Al di là del cagnolino – che potrebbe essere anche una delle tante stelle del cielo, un po’ come il Piccolo Principe che ritorna nel suo pianeta dopo il viaggio sulla terra –, riflettemmo insieme su un’idea. Secondo me, le dicevo, non ci sono gli atei: ci sono i religiosi fanatici. E ci sono coloro che reagiscono a tanto fanatismo, impossibilitati ad accettare l’idea di un Dio, altrettanto fanatico e rigido, proprio come quei ‘religiosi’ lo rappresentano e lo propongono. Un Dio padrone, e nello stesso tempo prigioniero, di regole e princìpi irremovibili e invalicabili, non negoziabili.

Un’immagine tremenda. Così lontana da quel Padre-e-Madre, custode e amante della Vita e dei viventi – di tutti i viventi! – che troviamo nel Vangelo. E cito di proposito il Vangelo perché a me sembra che anche tra noi cristiani questa malattia non perde occasione per ripresentarsi.

 

Ma torniamo ora al fanatismo esasperato di chi uccide in nome del Dio in cui dice di credere. Ora finalmente sentiamo tante voci che si levano dal mondo islamico. Voci di dissociazione e di protesta nei confronti della violenza e del terrorismo. Voci che si richiamano allo spirito vero dell’Islam, che è spirito di pace e di sottomissione. Islam significa sottomissione, abbandono, affidamento a Dio.

 

Qualche mese fa, agli inizi di ottobre, riflettevamo insieme sul rischio che questa religione sta correndo oggi. E ci dicevamo come, piuttosto che guardarla come un pericolo per la nostra civiltà, sia necessario vederla in pericolo. Perché ora, dovendosi misurare con il mondo occidentale dentro il quale chiede di entrare, si vede costretta a superare certi suoi limiti, primo fra tutti quello di con-fondere – nel senso di fondere insieme – società civile e società religiosa.

E non mi riferisco nemmeno tanto alle esasperazioni della sharìa, che pretende di fare le leggi di uno Stato con il Corano in mano, quanto piuttosto alla necessità di costruire una buona separazione tra stato e religione. Potremmo dire tra Stato e Chiesa, intesa nel suo senso originario di comunità dei credenti. In questo caso, dei credenti nell’Islam.

Ma se tanti musulmani continuano a voler considerare il marito padrone della moglie e suo ‘educatore’, autorizzato quindi perfino a picchiarla se non si comporta come vuole lui; se lei deve perfino vestire come lui decide e avere il suo permesso per uscire di casa; se, in poche parole, continuano a voler vedere la donna come un essere inferiore rispetto all’uomo. E se questa religione non impara a coniugare il Libera Chiesa in libero Stato, rischia di perdere terreno e mordente nel momento in cui ormai si deve misurare, ogni giorno, con la civiltà occidentale.

 

I seicento anni di storia che separano l’origine di queste due grandi religioni, Cristianesimo e Islam, dovranno essere percorsi piuttosto rapidamente. È il progetto di convivenza nel quale l’Islam vuole entrare a chiederglielo con urgenza.

 

È vero che tentazioni integraliste sopravvivono tuttora in certi uomini della religione anche in casa nostra. Ma ormai, magari con rassegnazione e mugugni, la separazione tra società civile e società religiosa è una conquista con la quale anche i movimenti più chiusi si devono misurare. Certo, desiderio di donne e uomini maturi e sufficientemente equilibrati è che certi integralismi, sia cattolici sia laici, siano superati e sostituiti da un dialogo aperto e continuo, nel confronto di valori che gli uni e gli altri possono alimentare e condividere.

 

Un tale atteggiamento, senza steccati e dogmi dentro i quali trincerarsi, sarebbe oggi, oltre che una necessità e segno di maturità umana e sociale, anche di stimolo e di esempio per l’Islam che sta cercando strade percorribili nel dialogo con il mondo occidentale.

 

 

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