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I DUE FIGLI DELLA SPERANZA
18 luglio 2010
La
settimana scorsa c’eravamo lasciati con un pensiero. Forte e
impegnativo. L’avevamo preso da S. Agostino. Un filosofo e vescovo
vissuto circa 1.600 anni fa: muore nel 430. Ci diceva: la speranza ha
due figli: l’indignazione e il coraggio.
Oggi lo
riprendiamo. Perché quelle parole, secondo me, sono una spinta a fare un
passo avanti. A risvegliare ed alimentare la speranza.
Molte
volte, nel mio lavoro, incontro persone che sentono di essere arrivate
al fondo. Esperienze dolorose, situazioni pesanti, personali o
famigliari, le stanno mettendo a dura prova. E nonostante sentano di
avercela messa tutta, nulla sembra cambiare. Nonostante tanta fatica,
tutto appare fermo. E il pensiero che emerge, pian piano, è che non
c’è più nulla da fare. Ormai le cose vanno così. Sempre peggio.
Sul piano
personale, quindi. Ma anche quando allarghiamo il nostro campo visivo e
guardiamo la vita sociale, tanto spesso ci diciamo che ‘tanto le cose
non cambiano’. Nel mondo del lavoro, nei servizi (sanità, scuola,
servizi sociali), nella politica, perfino nella chiesa. E ci fermiamo.
Come se davvero non ci fosse più niente da fare.
E la
speranza che le cose possano migliorare si affievolisce sempre più.
‘La
speranza è l’ultima a morire’ ci diciamo. Ma perché la speranza non
muoia, dobbiamo trovare la strada per tenerla in vita. E a me sembra
proprio interessante la strada che prova ad indicarci questo grande
pensatore cristiano. Lui ci invita ad incontrare i suoi ‘figli’. I
figli della speranza, ci dice, sono due: l’indignazione e il
coraggio.
Perché l’indignazione?
Perché
questa è la forza che ci fa cogliere ciò che non va e ci tiene svegli.
Il rischio più grosso che possiamo correre, infatti, è proprio quello di
abituarci al male. A ciò che ostacola la vita.
Non capita
anche a voi di fare l’abitudine a qualche dolore che esprime il nostro
corpo? Una spalla, un dito, lo stomaco… ci mandano segnali di allarme
(questa sembra essere una delle funzioni del dolore fisico) e noi li
trascuriamo: ci facciamo l’abitudine. Poi, però, questi
cronicizzano e noi rischiamo di non riuscire più a farli guarire.
In
famiglia. A tavola c’è sempre la TV accesa. Se il nostro bambino ci
racconta ciò che ha fatto a scuola, lo facciamo star zitto perché… c’è
il telegiornale. Se vuole giocare con noi, non abbiamo tempo. Poi
arriviamo che ha quindici anni, e ci lamentiamo perché ‘non ci dice mai
niente’. Ci siamo abituati a non parlare.
Andiamo in
un ufficio, a una visita medica, ai colloqui a scuola, e ci sentiamo
trattati come un numero. Ci stiamo male. Ma ci convinciamo che non
possiamo farci niente. ‘Tanto si sa che le cose vanno così’ ci diciamo.
E ci abituiamo anche a questo.
Guardiamo
il mondo della politica. Scandali, interessi privati che prevalgono di
gran lunga sull’impegno a lavorare per il bene comune. E noi ‘tanto sono
tutti uguali’ diciamo… e ci facciamo l’abitudine. Al punto tale
che molti di noi non vanno più neanche a votare.
Perfino
nella chiesa, dicevo. Un esempio. Parliamo molto dell’impegno dei laici.
Ma ci sono laici che vogliono davvero impegnarsi per portare quelle
spinte al rinnovamento (= ‘conversione’) che il vangelo continuamente ci
richiama? Ci sono sacerdoti disposti ad ascoltare chi porta una spinta a
oltrepassare il ‘si è fatto sempre così: adesso cos’è questa mania di
cambiare’?
Ecco dove
l’indignazione, figlia della giustizia, ci viene in aiuto. Mi chiedo se
anche tra noi cristiani - che, secondo il Vangelo, siamo ‘il sale della
terra’ e ‘la luce del mondo’ (cfr. Matteo 5,13.14) - non possa
ritrovarsi una sorta di passività indotta. Come se indignarsi
significasse non vivere nell’amore fraterno. Guardiamo Gesù di Nazareth:
non mi pare che in lui manchi la forza dell’indignazione. Con i farisei,
di fronte ai sacerdoti, con i mercanti nel tempio, con chi pretende di
imporre norme facendole passare per ‘leggi di Dio’, con chi fa del male
ai bambini…
E dopo
l’indignazione, il coraggio.
Se sappiamo
indignarci, sappiamo mettere in campo anche il coraggio. Il coraggio di
lavorare per cambiare ciò che non va. Perché l’equità e la giustizia
ritornino a guidare le relazioni tra gli uomini e tra i paesi. Perché il
rispetto dovuto ad ogni vivente ci porti a dare attenzione a chi ha meno
di noi (pensiamo agli immigrati, per esempio, ai disabili, a chi perde
il lavoro, agli anziani, a chi è solo…). Perché davvero l’attenzione ai
bambini ci insegni a rispettarli nei loro bisogni reali, a trovare il
coraggio di ‘perdere tempo’ con loro.
E’ vero, il
coraggio richiede impegno. A volte fatica. Ma “Nessuno che mette mano
all'aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio” (Luca
9,62) ci dice Gesù. E noi, dal momento in cui abitiamo questo mondo,
abbiamo messo mano all’aratro della vita. Di quella personale e
di quella della nostra famiglia. Ma anche della vita sociale e politica.
Così come, quanti ci riconosciamo nell’essere cristiani, abbiamo messo
mano all’aratro della vita della chiesa (= la comunità dei
cristiani).
Nessuno di
noi da solo ce la può fare. Ma se vogliamo davvero che la giustizia
abiti tra noi, nessuno, credo, può sentirsi esonerato dal continuare
a lavorare la sua-e-nostra terra.
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