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RISVEGLIARE LA SPERANZA…
11 luglio 2010
Qualche
giorno fa i giornali ci davano notizia che un cittadino italiano
nel 2009 ha avuto un reddito personale 11.490 volte superiore al
reddito di un operaio. Sì, undicimilaquattrocentonovanta volte
superiore. In altre parole: questo cittadino ha guadagnato, in un anno,
tanto quanto hanno guadagnato 11.490 operai messi insieme.
Lo
sapevate?
Quando ho
letto questa notizia, che ci è stata fornita da un giornalista ben
informato su un giornale nazionale, ho detto ‘non è possibile!’. Poi mi
son dovuto ricredere: i conti erano troppo precisi per essere non veri.
Chi sa, può anche darsi che, invece di 11.490, dobbiamo
correggere il numero e pensare che il reddito di questo cittadino è
stato superiore a quello di un operario soltanto 11.489 volte!
Certo, se così fosse, dovremmo proprio correggere il numero. E
chiedergli scusa per aver sbagliato i conti. Per dovere di onestà.
Onestà verso chi? Onestà verso questo ‘povero’ cittadino italiano che
risulterebbe calunniato, per di più… ingiustamente!
Ma, tant’è.
Che ci volete fare? Lo sapevamo che la nostra società non è che brilli
poi tanto per giustizia sociale. Quella giustizia che fa sì che la
ricchezza sia distribuita con una certa equità tra tutti i cittadini.
Equità non significa uguaglianza. Attenzione. Perché è anche
giusto che un lavoro più faticoso e di maggiore responsabilità sia
remunerato diversamente rispetto a lavori più semplici e meno
impegnativi. Sia fisicamente che mentalmente.
Equità,
però, non significa neanche che una persona ha diritto a ‘mangiare’
tanto quanto ne hanno diritto 11.490 persone messe insieme. Come se
dicessimo: queste devono avere un piatto di pasta ciascuno; lui ha
diritto ad averne 11.490.
O non vi
pare così?
Ora mi
direte: ma che ti ha fatto questo signore? Mi verrebbe da dire ‘niente’.
Poi, però, ci ripenso, e sento che la parola ‘niente’ non è proprio la
parola che abita i miei pensieri. Perché se c’è tanta sperequazione (=
ingiustizia sociale) nella distribuzione dei beni di questa terra, la
madre di tutti i viventi, non è che questo mi renda proprio felice.
Anzi. Mi fa proprio indignare il fatto che possa esserci, in una
società avanzata come la nostra, qualcuno che sa pensare soltanto ad
accumulare 11.490 volte quanto un operaio, magari pure in cassa
integrazione, riesce a mettere insieme con la sua fatica quotidiana.
Ora però il
punto è anche un altro.
C’era una
volta un tale che, avendo cinque monete, decide di fidarsi delle
promesse di due signori. Questi lo assicurano che, mettendole in terra,
opportunamente innaffiate, sarebbe poi spuntata una pianta piena di
monete d’oro. Questo tale ci crede, si fida di loro, e le mette sotto
terra. Ma la storia lo sapete bene come va a finire. Perché quel tale,
ormai l’avete riconosciuto, si chiamava Pinocchio. E quei signori
erano il gatto e la volpe.
Direte: che
c’entra Pinocchio con la situazione che stiamo vivendo noi in Italia?
Immaginate
ora che a quel signore delle 11.490 volte la maggior parte degli
italiani decida di affidare le monete d’oro del nostro paese.
Perché questo signore ci racconta che, come ha fatto fruttare le sue
monete, così, ora, farà fruttare le nostre: basta solo che ci fidiamo di
lui.
Questo è il
problema: Pinocchio. Ma lui, poverino, aveva la testa di legno. Certo,
il legno è una bella cosa, è un dono della natura. Ma quando è una bella
pianta o quando lo usiamo per riscaldarci o per costruire i nostri
mobili. Quando, però, entra nelle nostre teste, non è che le faccia
funzionare poi così bene.
E’ vero,
tante volte ci diciamo che stiamo perdendo la speranza che le cose
possano cambiare veramente. Qui da noi, in Italia. E non solo qui.
Certo. Vi ricordate le parole di Confucio che abbiamo incontrato qualche
settimana fa? Ci diceva che se vogliamo cambiare il nostro paese
dobbiamo cominciare col cambiare noi stessi…
Ebbene,
credo che il cambiamento di cui più abbiamo bisogno sia proprio quello
di ritrovare la speranza. S. Agostino, un filosofo vissuto
circa 1.600 anni fa, diceva che la speranza ha due figli:
l’indignazione e il coraggio.
L’indignazione
serve per imparare a scandalizzarci di fronte all’ingiustizia sociale
che regola la vita del nostro paese (e del mondo). Perché le cose
restino come sono - nel solo interesse di chi ha di più - basta non
farci più caso. Farci l’abitudine. Come con una malattia cronica.
Il
coraggio serve per cambiare. Per uscire dal paese degli allocchi.
Per imparare a riconoscere i travestimenti che il gatto e la volpe
oggi sanno assumere. Guardiamoli bene. Sono ben vestiti, sempre con il
sorriso a quarantadue denti, giovanili (anche se piuttosto attempati -
ma non si deve dire!), rassicuranti (ci dicono sempre che le cose vanno
bene - le loro, naturalmente!).
E noi?
Quest’estate vogliamo fare una cosa? Rileggiamo Pinocchio! Sarà
un buon maestro. Per svegliarci dall’incantesimo in cui siamo caduti. E,
soprattutto, per non perdere la speranza. Con i suoi due figli…
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