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PADRI E FIGLI
4 luglio 2010
Una sera
stavo facendo due passi. Le mie gambe, anchilosate da una giornata
intensa di lavoro, passata, seduto, ad ascoltare e condividere con
alcune persone un po’ di quel dolore che la vita spesso ci propone nel
nostro cammino, le mie gambe, dicevo, avevano proprio bisogno di
ritrovare un po’ di movimento.
A un certo
punto un manifesto richiama la mia attenzione. Forse perché il colore lo
distingue dagli altri, compagni che, solitamente tristi, annunciano la
morte di qualcuno. Vi era scritto:
A mio
figlio.
Queste
poche righe per ringraziarti dei giorni trascorsi insieme che mi hanno
permesso di conoscerti adulto, uomo, con i tuoi progetti, i tuoi
desideri e per scusarmi per non averti mai detto “ti voglio bene”. Sono
orgoglioso di averti conosciuto e avuto come figlio. Mi dicevi: “Babbo,
piangerai tre giorni poi mi dimenticherai”. Figlio mio, finché avrò
vita, resterai e vivrai sempre nel mio cuore e quando un giorno ci
rivedremo, permettimi di abbracciarti. Tuo padre.
Penso sia
difficile immaginare un dolore più grande di quello che inonda il cuore
di un genitore alla perdita di un figlio. Per questo il mio pensiero,
l’altra sera come oggi, va subito a quest’uomo che ha provato a dirci
della sua sofferenza. Mi piacerebbe poter dire a lui, e alla sua
famiglia, la vicinanza, non solo mia, ma di tutti noi che abbiamo
ascoltato le sue parole.
Il suo
dialogo con il figlio sicuramente continuerà. Chi può interromperlo?
Altrettanto
sicuramente questo ragazzo, oggi, sa perdonare suo padre che non è stato
capace di dirgli, finché vivevano insieme, ti voglio bene. Oggi
lui sa guardare la vita con altri occhi, da un altro punto di
osservazione. Dove lo sguardo oltrepassa i limiti e i confini dello
sguardo umano.
Mi
piacerebbe, però, che il coraggio di quest’uomo, capace oggi di chiedere
scusa al figlio per non avergli mai detto ti voglio bene, possa
diventare per noi una lezione di vita.
Mi domando
quanti sono i padri che sanno dire ai loro figli ti voglio bene.
Che lo sanno dire oggi, quando i figli sono vivi. Affaticati a volte, o
contrariati dalle difficoltà del quotidiano. Disorientati, nella ricerca
della propria strada. Contestatori spesso, difficili da trattare.
Bisognosi, comunque, di sentirsi ascoltati e sostenuti nel loro cammino.
E’ vero,
certe volte te le fanno proprio scappare. E tutto vorresti dirgli meno
che ti voglio bene.
‘Ma certo
che voglio bene a mio figlio!’ mi direte adesso. Sì, lo so. Ma avete mai
pensato, cari uomini, che i figli hanno bisogno di sentirselo dire?
Almeno qualche volta. E non solo quando sono bambini. Anche a quindici
anni, a venti e oltre ancora. A tutte le età.
Quanto
siamo congelati, noi maschietti, nell’esprimere i nostri sentimenti! Con
i figli. Con la moglie. Con i genitori. Come se i sentimenti fossero
‘roba da donnette’. Noi dobbiamo lavorare, portare a casa i soldi.
Coltivare i nostri hobby. Magari uscire con gli amici.
Congelati
nei sentimenti. E nell’organizzazione concreta del quotidiano?
Proviamo a
chiederci quanto tempo passiamo con loro. Ma c’è la madre che ci pensa!
Sì, la mamma. Lei, certo, c’è. Ma, domanda: li avrà messi al mondo da
sola questi figli? Forse sì. Il padre, chi sa, era giusto di passaggio.
Vai a
scuola: chi va a parlare con gli insegnanti? La mamma. Il figlio sta
male. Chi rimane in casa? La mamma. Chi lo porta dal medico? La mamma.
C’è da andarlo a portare in piscina, o a scuola di musica, o a judo. Chi
ci pensa? La mamma. Qualche volta il padre, quando la moglie glielo
ricorda.
Figli,
orfani di padre vivente. Questo nostro mondo sembra pieno di orfani
di padre vivente.
Avete mai
pensato cosa succede quando i genitori si separano? I figli, di solito,
sono affidati alla mamma. Anche se oggi si fa l’affidamento condiviso,
sono comunque collocati presso la madre. E i padri? I padri allora si
sentono trascurati, offesi, trattati ingiustamente. Perché noi, padri,
vogliamo stare con i nostri figli. Così diciamo. Abbiamo creato perfino
associazioni per difendere ‘i nostri diritti’. Ma anche qui, di nuovo,
non rischiamo di chiudere la stalla quando non ci sono più i buoi?
Cari
uomini, stimolati e un po’ provocati dal dolore di uno di noi che sta
attraversando una prova così difficile come la morte di un figlio,
abbiamo provato a condividere qualche riflessione. L’abbiamo fatto anche
sorridendo un po’, tra noi, di certi nostri limiti.
E’ vero,
molto probabilmente non ce l’ha insegnato nessuno a dire ai
nostri figli “ti voglio bene”. Forse nostro padre non ce l’ha mai detto.
Magari perché neanche lui se l’era mai sentito dire dal padre suo. Oggi,
però, siamo nel 2000 e non possiamo continuare a vivere in famiglia
secondo i modelli di cento anni fa.
Se
ascoltiamo il nostro cuore, lì di sicuro ci troviamo l’affetto e l’amore
per i nostri figli. Come per le nostre compagne di vita. Proviamo a
dirci che non è una vergogna (!) esprimere i sentimenti. Dare loro la
parola. Poterli dire.
Se proprio
non ci riusciamo, facciamoci aiutare da chi ci sta vicino. Loro sono più
brave, perché sono più libere di ascoltarsi e di ascoltare, e sanno far
vivere gli affetti e i sentimenti.
Oggi ci
salutiamo con un compito. Per le vacanze. Quando vedete vostro
figlio provate a dirgli “ti voglio bene”. Glielo dite solo dentro di
voi, senza parole. Così, una delle prossime volte che lo incontrate,
’sta sera o fra qualche giorno, chi sa, vedrete che riuscirete anche a
dirglielo veramente!
Lui sarà
sorpreso, magari si commuoverà pure e vi getterà le braccia al collo. E
vi commuoverete insieme.
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