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ASCOLTARE I BAMBINI
27 giugno 2010
Qualche
giorno fa mio figlio Simone, di quattro anni, mi dice: “Mamma, a me mi
manca tanto nonno Franco!”. Poi, dopo un po’ aggiunge: “Tu hai detto che
nonno Franco è andato in cielo. Ma dal cielo quand’è che si ritorna?”.
Io gli ho detto che dal cielo non si può tornare, ma che il nonno ci sta
molto vicino, solo che noi non possiamo vederlo. “Sì, ma io lo voglio
vedere”…
Sono due
anni che mio padre è morto, e anche a me manca tanto: non riesco a fare
la pace con questa morte che è arrivata troppo presto. Aveva solo 62
anni. Ma quello che mi chiedo è come fa mio figlio a dire queste cose:
in fondo aveva poco più di due anni quando il nonno è morto. Magari non
se lo ricorda nemmeno…
Anna D.
Cara Anna,
noi diciamo che le mamme sanno ascoltare il cuore dei loro
bambini. Ed è vero. Ma forse dimentichiamo che i bambini sanno
leggere nel cuore delle loro mamme. E sanno trovare quelle parole
che noi adulti, spesso, facciamo fatica a trovare. E a dire.
Lei
riconosce con sé stessa quanto sia forte in lei il dolore per la perdita
di suo padre.
Quando un
genitore ci lascia, è un po’ come se noi, improvvisamente, ci venissimo
a trovare in prima linea, come in trincea. Prima c’era lui che ci
proteggeva. Ci proteggeva anche soltanto con la sua presenza, con il suo
essere nel mondo. E’ un po’ come se il nostro inconscio pensasse e
sentisse che finché ci sono i nostri genitori in vita, la morte non può
toccarci: loro hanno il potere di difenderci dalla sua vicinanza.
Poi, un
genitore se ne va. E con lui se ne va una parte di noi. Noi sentiamo di
non esistere più nella sua mente, nei suoi pensieri. Quella parte di
noi che ‘viveva’ nella sua mente ora se n’è andata con lui.
Altrove.
Altrove.
Ma dove?
Chi sa
rispondere a questa domanda?
Tutte le
religioni provano a trovare una risposta. E cercano di trovare parole
che siano di conforto al cuore di chi resta.
Certo è che
l’umanità da sempre ha cercato, e cerca, di conservare un legame con
coloro che se ne sono andati. Ma oggi siamo nel mondo del razionale, del
cosiddetto pensiero scientifico. Nel mondo del pensiero che vuole
rassicurarci portandoci con forza dentro le stanze della certezza.
Quella che ci fa dire che esiste solo ciò che è dimostrabile, ciò
che possiamo cogliere con i nostri sensi. E con gli strumenti che li
potenziano.
E’ un
pensiero seducente questo. Ma non ci rendiamo conto di quanto,
ragionando soltanto così, togliamo respiro alla nostra vita.
Rischiando di soffocare, costringendo il pensiero dentro limiti
artificiosi.
L’altrove,
il ‘luogo’ dove collochiamo i nostri defunti, lo sentiamo lontano.
Certo, il
nostro pensiero si muove entro la cornice della nostra esperienza. E
questa ci dice che la vita procede dentro i confini dello spazio e
del tempo. E soltanto dentro queste categorie riusciamo a muoverci
con sufficiente libertà. E’ questo limite che ci fa dire che l’altrove
in cui pensiamo i nostri morti è lontano. Lontano nello spazio,
perché non riusciamo a raggiungerli con nessuno dei nostri mezzi di
trasporto - quelli che ci permettono di avvicinare le distanze. Ma anche
lontano nel tempo: in un tempo per noi irraggiungibile, perché è
il tempo del non-ritorno.
Forse
abbiamo bisogno di recuperare un dialogo interiore. Un dialogo con la
nostra anima. Per ascoltare i suoi desideri e riscoprire la sua capacità
di oltrepassare i confini dello spazio e del tempo. Se proviamo a
percorrere questa strada, possiamo ritrovare la nostra capacità di dare
voce alla domanda che, prima fra tutte le domande, vi troviamo
scritta: oggi mi trovo qui, in questa parte del mondo, con questa
famiglia, insieme a queste persone. Ma… da dove vengo?
Ascoltare
questa domanda, credo che possa aiutarci a ritrovare un ‘luogo’ che non
è poi così lontano. Perché il cielo è dentro di noi. Nelle
profondità del respiro dell’anima.
Forse è
questo, Anna, che il suo bambino le sta dicendo. Lui ha bisogno di
ritrovare questo luogo e sente forte il desiderio di frequentarlo. Per
ritrovare il nonno. Certo. Ma anche per chiedere a lei, che è la sua
mamma, di accompagnarlo in questo viaggio. In questa ricerca. Con la
libertà di un volo che le sue ali, non ancora completamente ‘chiuse’,
gli permettono di fare.
In un libro
sugli indiani d’America ho trovato una vecchia storia.
La mamma di
un bambino di quattro anni ha appena partorito la seconda figlia. Il
bambino chiede ai genitori se può stare un po’ da solo con lei. “Non
adesso, dopo” gli dicono. Il giorno seguente, dopo tanta insistenza,
finalmente i genitori acconsentono e lasciano soli i due bambini. Ma
sono curiosi di scoprire il perché di questa strana richiesta.
Così si mettono vicino alla stanza per vedere e ascoltare. Il bambino si
avvicina alla sorellina e, guardandola negli occhi, le dice: “Dimmi
qualcosa di Dio. Io sto iniziando a dimenticare”.
I nostri
bambini. Questi piccoli grandi maestri…
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LA MENTE E L'ANIMA

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