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IN DIALOGO CON LA VITA
(2)
6 giugno 2010
Dopo
l’incontro con il medico, di cui abbiamo sentito la settimana scorsa,
Maria torna a casa. E’ sola, nella sua macchina. Con i suoi
pensieri. Ascoltiamo.
[…] Poi,
subito dopo aver divorato un piccolo gelato deludente, la risposta è
stata uno sguardo verso l’alto: nessuno sa, neppure l’oncologa.
Io sono nel palmo delle Sue mani, al riparo. Lui non mi farà del male e
mi proteggerà da tutto questo, non può accanirsi perché sa che sono
atterrata. Mi ha provata nello spirito e nel corpo, ora mi aiuterà a
rialzarmi, mi conforterà, mi darà nuova forza.
Guidando
verso casa e il piccolo cimitero dove riposa un mio giovane amico,
pensavo che io sono troppo attratta dalla Vita, ne sono innamorata. Mi
piacciono le persone con tutte le loro limitatezze, mi piacciono le
colline, il mare, i campi di grano, persino le erbacce e i fossi
incolti. Mi piacciono le città, anche i piccoli borghi, visitarli e
conoscere la loro storia. Mi piacciono le stradine anche quando mi perdo
percorrendole. Mi piace insegnare, anche quando è dura e non ne ho la
forza; mi piacciono i ragazzi anche quando mi prendono in giro e credono
di farla franca. Mi piace la musica, anche quando è rumore ed è altro da
armonia. Sono garbata persino con gli errori, pure i miei, e li scuso
guardandoli come figli delle mie fragilità. Lecco le mie ferite,
osservandole con rispetto, e provo a farle rimarginare. Mi piace il cibo
gustoso e succulento (la nutella, il gorgonzola, i formaggi soffici,
ecc), il vino buono, ma so anche apprezzare il tè verde o un pasto
‘casto’ (con pane nero, cereali, verdure e cioccolato biologico). […]
Amare
la Vita, sentire che si è in cammino verso una realizzazione
piena del sé mi sembra una ragione valida per chiedere al buon Dio, che
non può deludermi e non esserci, di lasciarmi proseguire nel mio cammino
e di lasciarmi percorrere i miei passi. Sono così irrisolta, il mio
cammino è incompiuto… fatto di tentativi, svolte, retrocessioni… Come
posso mollare tutto e abbandonare i miei progetti? Non può portarmi via
ora… sarebbe come non amarmi.
È la mia
preghiera, a Lui che sa e che conosce ogni angolo nascosto del mio
animo. […]
Ora
la svolta. Scopro ora, in tutta la sua chiarezza, che debbo
coltivare il mio orto, amandolo nella sua interezza. In fondo anche
per me è una recente acquisizione. Posso comprendere la dott. G., persa
nella sua letteratura e nella sua prassi terapeutica.
Cosa
significa coltivare il mio orto?
Significa che l’aggettivo ‘bello’ riferito al corpo ha un nuovo
significato: implica cura e amore e si esplica in una sana ed
equilibrata alimentazione (diverso da digiuno) e nella necessità di
muoverlo, agirlo, non racchiuderlo nella dimensione
contemplativo-intellettuale…
Significa, soprattutto, che io debbo essere quella che sono. Pienamente
e con autenticità, non adeguarmi a ciò che gli altri mi chiedono di
essere. Il mio io rischia di frantumarsi in una miriade di variabili,
alimentando fragilità, insicurezze, confusione e fantasmi…
Ma il
mio io, chi è?
Questa è
la domanda alla quale proverò a rispondere con tutta franchezza di qui
in avanti, se dai ‘piani alti’ me lo consentiranno… Io mi impegno a non
dimenticare la lezione e ad essere di parola, mantenendo la promessa.
Maria S.
Molte
volte, in questi nostri incontri settimanali, ci siamo detti della
necessità di tenere aperta la domanda sul senso della vita.
Tenerla aperta, ciascuno con sé stesso. Ci siamo detti che questa è la
dimensione spirituale. Una dimensione che appartiene a tutti,
credenti e non credenti. Il dialogo con la vita non può chiudersi, pena
il ritrovarci imprigionati nell’affanno di una corsa interminabile. Una
corsa ad accumulare cose su cose che però, inesorabilmente, si rivela
vuota di significato, capace soltanto di alimentare le nostre angosce e
il nostro vuoto interiore.
La capacità
di dialogare con la vita è un dono che la vita stessa fa
all’essere umano. Per chi, poi, può permettersi di viverla con uno
sguardo religioso, questo dialogo assume le dimensioni della voce
dello Spirito che si rende presente nel nostro cuore e ci richiama a
questa domanda. Perché sappiamo tenere vigile la nostra anima.
Nel mito
della creazione è lo Spirito/Respiro di Dio che rende l’uomo un ‘essere
vivente’ (= ‘respiro vivente’ dice il testo originale ebraico).
Il respiro di Dio diventa il respiro dell’uomo, il suo spirito diventa
il nostro spirito.
Due
domeniche fa noi cristiani abbiamo celebrato la Pentecoste. Se
pure questa parola non ha un gran significato - pentecoste
significa semplicemente cinquantesimo (giorno) -, il significato
di quel giorno, invece, è davvero grande. Indica il tempo in cui lo
Spirito di Dio si incontra nella pienezza con lo spirito
dell’uomo che, trascinato e confuso negli impegni del quotidiano,
rischia di affievolirsi e di perdersi. Disorientato.
Le parole
di Maria, questa giovane donna immersa in un dialogo serrato con la
Vita, sono, per noi che le ascoltiamo, un invito forte a tenere aperta
la domanda sul senso del nostro essere nel mondo. Ma il mio io, chi
è? Lei si chiede. E aggiunge: questa è la domanda alla quale
proverò a rispondere con tutta franchezza di qui in avanti.
Ancora un
grazie, Maria, perché le sue parole sono per noi un insegnamento e un
richiamo a restare svegli nel dialogo con la Vita.
(2- continua)
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