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PAZIENTI…?
30 maggio 2010
Ho ricevuto
una lettera. Sono pensieri che una giovane donna, trentenne, malata di
cancro, in dialogo aperto con la Vita, ha voluto condividere con me. Le
ho chiesto se potevo metterla sul nostro giornale perché anche altri
potessero dialogare con i suoi pensieri. Che a me sono sembrati veri e
profondi: pensieri che nascono dall’incontro con la malattia e con il
dolore che l’accompagna. Molto coraggiosamente lei mi ha detto di sì.
Ecco. Oggi ne ascoltiamo una prima parte: l’incontro con i medici
che seguono la terapia.
Ieri ho
incontrato la dottoressa G.
Sapevo
che non sarebbe stato un incontro rasserenante e positivo, lo sapevo
perché lei è così, ti dice il peggio, pensa che sia suo dovere farlo.
Dopo una premessa fatta sui capelli, sul fatto che cresceranno ma
deboli, magari di un altro colore, radi, e sul fatto che il mio aspetto
è buono, è arrivata al punto. […] Dopo varie argomentazioni, lei è
uscita con “Mi sembra che non afferri che la sua malattia non è
controllabile, e che continuare la chemioterapia è l’unico modo per
pensare di fermarla. Lei pensa addirittura a farsi una famiglia”. Le
rispondo che ho già una famiglia, io, e che i miei progetti sono
progetti condivisi.
A questo
punto ho smesso di reagire e parlare, mi sono fermata, azzittita, come
spesso mi accade quando il cinismo o la freddezza di qualcuno mi
disarma. Sentivo di essere debole, di non poterle dire altro.
Sono
malata. Mi ero come dimenticata entrando in quella stanza, e l’ho
messo bene a fuoco uscendone. Lo sentivo nella mia carne. Non sono sana,
non posso desiderare di avere un figlio, non mi è permesso neppure di
pensarlo. Quel ripetere “è mio dovere di medico” mi faceva provare quasi
rispetto, compassione. Lei ci crede. Lei non ha capito che un medico
non ha di fronte a sé solo il corpo di un estraneo, ma tutto il suo
essere: anima, psiche, e da ultimo la dimensione corporea che li
conchiude. Lei non ha capito che ‘io’, malato e paziente, ho bisogno di
progettare e di desiderare, ne ho bisogno per vivere. Se mi viene tolta
la possibilità stessa di coltivare il ‘mio orto’, con tutti i desideri e
le emozioni che lo rendono fertile, non resta che la possibilità di
vegetare, sterile e anoressica. Mi si svuota.
Parlare
come parla lei significa uccidere la dimensione profonda di chi
attraversa il suo studio, di chi si presenta al suo sguardo; non
curarla. Il corpo e l’anima sono un tutt’uno difficilmente districabile.
Il corpo rifiorisce quando l’anima e la psiche sono sane, in
equilibrio. Per alimentare questo equilibrio servono parole buone,
che sono carezze, serve umanità, empatia. Ecco, so di non voler essere
curata da un tecnico, ma di avere bisogno di un uomo-donna, della sua
umanità.
In
ascensore pensavo alle mie parole del giorno prima, alla mia intenzione
di non darle potere di ‘uccidere’ le mie speranze e rimandavo le
paure-ansie ad un incontro con la dottoressa E. Lei che sa essere
prima donna e poi medico, sa cogliere persino il bisogno di un
abbraccio, sa confortare dicendo che la terapia va decisa conoscendo i
progetti del paziente. Sa anche rinvigorire e generare energia,
invitando la paziente che sono a non mollare la possibilità
professionale, a dire di sì alla vita e ai suoi progetti per me.
Maria S.
Cara Maria,
questa volta credo proprio di non dover aggiungere parole mie alle
parole che lei ha voluto darci. Come un dono che il suo cuore ha voluto
condividere con noi. Mi permetto solo di riprendere uno dei suoi
pensieri.
Parlando
del suo incontro con il medico, lei dice: “La dottoressa non ha
capito che un medico non ha di fronte a sé solo il corpo di un estraneo,
ma tutto il suo essere: anima, psiche, e da ultimo la dimensione
corporea che li conchiude”.
Duemila400
anni fa un uomo, che la medicina moderna considera suo fondatore e
maestro, Ippocrate, insegnava ai suoi allievi che non è la
malattia che va curata, ma il malato. Ciò significa che buon
medico è colui che sa tenere presente la persona intera, non solo la
parte del corpo malata. La nostra medicina, che pure ha fatto progressi
impensabili al tempo di Ippocrate, ha però dimenticato questo grande
insegnamento. E rischia di tradire sé stessa, chiudendosi in una miopia
che appare sempre più irreversibile: i suoi occhi non riescono più a
vedere la persona che soffre, la persona malata. Da
medicina che deve prendersi cura di un essere vivente, si sta riducendo
ad una medicina degli organi: il cuore, il cervello, lo stomaco,
i polmoni, ecc. Come se questi fossero parti di una macchina,
senza vita.
Purtroppo
nei corsi universitari non viene fornita ai nostri medici nessuna
preparazione su come rapportarsi con i pazienti. E questa è una
mancanza. Una grave mancanza. Nei corsi di specializzazione in
psicoterapia, mi trovo spesso a ricordare con gli allievi (che sono
giovani psicologi e giovani medici) il significato della parola ‘paziente’.
E’ la parola che più spesso viene usata per indicare chi è malato.
Paziente nasce dal latino patiens che significa ‘colui che
soffre’. Cioè una persona che soffre. Non semplicemente un
corpo, peggio ancora, un organo malato.
Insieme ci
chiediamo se la medicina moderna - che pure continua ad usare questa
parola per parlare dei malati - non stia tradendo perfino il suo
linguaggio: come se ‘paziente’ dovesse significare ‘colui che ha
pazienza’. Pazienza con le strutture sanitarie, malate di lentezza e di
burocrazia. Pazienza con il medico, lo psicologo, l’infermiere… che
dimentica il suo compito primario: curare il malato, cioè prendersi cura
del malato. Che dimentica che prendersi cura significa prima di
tutto ascoltare il dolore, la sofferenza e la paura che accompagnano la
malattia. Significa saper ascoltare la persona intera, con le sue paure
e i suoi progetti.
Scrive
Maria: “So di non voler essere curata da un tecnico, ma di avere
bisogno di un uomo-donna, della sua umanità… di chi sa essere prima
persona, poi medico”.
Grazie,
Maria. Per il suo coraggio e per l’insegnamento che ci dà. Che le sue
parole possano essere ascoltate da tutti noi che svolgiamo una
professione di cura: medici, psicologi, infermieri…
(1-continua)
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