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SE VUOI CAMBIARE IL TUO PAESE
23 maggio 2010
Da un po’
si tempo a questa parte si sta accentuando un comportamento. Che, in
realtà, è sempre appartenuto al genere umano, ma che ora pare stia
diventando un’epidemia. Una pandemia.
Coprire
di fango chi sta dall’altra parte. Con l’idea che, coprendo di fango
il nostro avversario, riusciremo a distruggerlo e ad evitare di doverci
confrontare con lui. Il mondo della politica, amplificato dalla cassa di
risonanza della stampa, sembra prosperare in questo ‘gioco’. Un gioco al
massacro.
La
frequentazione e il dialogo continuo con i meccanismi che guidano la
mente umana, che da più di trent’anni accompagnano la mia vita, mi fanno
nascere due domande. Che provo a condividere con voi.
La prima:
non sarà che se siamo capaci di gettare tanto fango addosso agli altri,
è perché in casa nostra ne abbiamo una grande scorta?
La
seconda: non sarà che siamo convinti che più riusciamo ad infangare
gli altri, più speriamo di venirne fuori noi più ‘puliti’? Come se la
nostra mente ci dicesse che quanto più fango buttiamo loro addosso e
quanto prima riusciamo a farlo, tanto più li mettiamo in condizione di
non nuocerci, a loro volta.
Ma la cosa
che mi preoccupa è che vedo una specie di approvazione che sta
crescendo, nella nostra Italia, verso questo ‘gioco fangoso’. Una sorta
di plauso. Pensate, uno dei giornali che più ‘brilla’ in questa
strategia sembra essere l’unico quotidiano che, in questo periodo di
difficoltà per la carta stampata, aumenta le sue vendite. Mah…
Come
uscirne per non morire soffocati? Perché riempire il mondo di fango,
prima o poi ci si ritorcerà contro. E alla fine rischieremo di vederci
anche noi immersi in questa sporcizia.
Prima di
tutto penso che non dovremmo mai dimenticare che il mondo della
politica è fatto da quegli uomini che noi scegliamo perché ci
rappresentino e perché prendano nelle loro mani il governo del paese. Se
li scegliamo, non sarà perché i loro difetti sono un po’ anche i nostri?
Magari noi nel piccolo. Loro un po’ più in grande. E se attribuiamo
successo ai giornali che si specializzano in questo gioco, non sarà
anche perché in questo gioco, piuttosto meschino, molti di noi ci si
rispecchiano?
Insegnava
Confucio:
«Se vuoi cambiare il tuo paese, devi prima cambiare la tua
provincia;
se vuoi cambiare la tua provincia, devi prima cambiare la tua città;
se vuoi cambiare la tua città, devi prima cambiare la tua tribù;
per cambiare la tua tribù, devi prima cambiare la tua famiglia.
Se vuoi cambiare la tua famiglia, devi prima cambiare te stesso».
Tanto tempo
è passato, duemilacinquecento anni, da quando Confucio indicava questa
strada ai suoi, nella lontana Cina di allora.
Che ne
dite?
Quante
volte capiterà anche a noi di accorgerci dei limiti e dei difetti delle
persone che frequentiamo. Dei nostri colleghi o dei nostri amici o dei
nostri famigliari. O di quelli che, anche non invitati, tuttavia
lasciamo entrare nelle nostre case, attraverso la sempre-accesa
televisione.
Non
dobbiamo guardare i difetti e i limiti degli altri? Certo che sì. Tanto
più dobbiamo farlo, quanto più essi sono importanti per la nostra vita.
Privata e pubblica. Guardare i limiti e le contraddizioni di chi ci
governa (dal sindaco di un paesino al capo del governo), osservarli
con occhi aperti, dovrebbe portarci a scegliere bene i nostri
rappresentanti, quelli nelle cui mani mettiamo la gestione del bene
comune, quelli cui affidiamo il bene del paese.
Ma per
tenere viva questa vigilanza, credo sia fondamentale alimentare la
nostra capacità di osservare noi stessi. Quali sono i nostri
pensieri, i nostri atteggiamenti. In altre parole, i valori che guidano
le nostre scelte nel quotidiano.
Spesso noi
adulti siamo critici verso i più giovani, verso i figli. Ci pensiamo mai
che i bambini e i giovani di oggi sono i nostri figli? Direte:
certo che sono i nostri figli! Ma, allora… Osserviamo con attenzione i
loro atteggiamenti e i loro comportamenti. Questo ci aiuterà a guardare
meglio in casa nostra. «Se vuoi cambiare… cambia la tua famiglia».
Un altro
grande maestro del passato, Gesù di Nazareth, duemila anni fa,
proponeva ai suoi contemporanei questa immagine: «Non vi è albero buono
che produca un frutto cattivo né vi è albero cattivo che produca un
frutto buono. Ogni albero, infatti, si riconosce dal suo frutto: non si
raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L'uomo
buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l'uomo cattivo
dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca, infatti,
esprime ciò che dal cuore sovrabbonda» (Luca 6, 43-45).
Culture
diverse, epoche diverse. La Cina di Confucio e la Palestina di Gesù. Da
sempre i grandi maestri di vita insegnano che la strada per
migliorare il mondo passa attraverso il cambiamento di noi stessi.
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