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L’UCCELLO A DUE TESTE
(2)
16 maggio 2010
Ricordate
la storia che avevamo incontrato la settimana scorsa? Proviamo a
riprenderla per scambiarci ancora qualche pensiero.
C’era
una volta un uccello con un corpo e due teste. La testa di destra
era vorace e abilissima nella ricerca del cibo, mentre quella di
sinistra, altrettanto ghiotta, era maldestra. La testa di destra
riusciva sempre a nutrirsi a sazietà, mentre quella di sinistra era
incessantemente tormentata dalla fame. Così, un giorno, la testa di
sinistra disse alla destra: “Conosco, qui vicino, un’erba squisita di
cui ti delizieresti. Vieni, ti conduco dove cresce”. In realtà sapeva
che quell’erba era velenosa, ma voleva con questo stratagemma uccidere
l’altra, per poter poi mangiare, da sola, a piacimento.
La testa
di destra mangiò l’erba. Ma il veleno uccise l’uccello dalle due teste.
Guidati da
un’antica tradizione nella lettura del mito delle origini, così come
viene raccontato nella prima pagina della Bibbia, con le nostre
riflessioni eravamo giunti a guardare il nostro mondo come un mondo
fondato sul DUE.
E’ vero,
non è un concetto facile da comprendere. Non preoccupatevi. A volte
capita che usiamo parole o pensieri ‘difficili’ per dire cose semplici.
Cose facili, perché sotto l’esperienza di tutti. Anche in questo caso:
dire che il mondo è fondato sul due è come un’immagine che
adoperiamo per dirci che tutta la nostra esperienza si costruisce in un
movimento continuo tra diversi modi di vedere. E di vivere.
Non è
esperienza di tutti, ad esempio, che la nostra vita procede tra momenti
di serenità e pensieri carichi di preoccupazioni? Tra uno stato di
salute e incontri con la malattia? Tra relazioni affettive piacevoli e
gratificanti e incontri pieni di tensione, di rabbia, di dolore?
Tante volte
ci ritroviamo con domande alle quali non riusciamo a trovare una
risposta. O, anche quando la troviamo, poco dopo ci accorgiamo che altre
domande spuntano sul terreno della nostra mente. Molte volte anche in
questi nostri incontri settimanali ci siamo trovati di fronte a quesiti
che sono rimasti aperti. Che, cioè, non hanno trovato una risposta
univoca.
Ci siamo
chiesti e ci chiediamo qual è il senso del nostro essere nel mondo.
Chi può dare una risposta univoca a questa che è la domanda di fondo che
da sempre ha accompagnato l’umanità? Tante risposte proviamo a darci.
Tante ce ne siamo date nel corso della storia. Attraverso le filosofie,
attraverso le religioni. Quando le ascoltiamo, ci accorgiamo che
ciascuna ci illumina qualche aspetto della vita, e altri ne lascia in
ombra.
Ci
chiediamo qual è il senso della presenza del male nel mondo.
Perché sembra che sono sempre gli uomini ‘peggiori’ quelli che hanno
successo. Peggiori, nel senso che si lasciano guidare dall’egoismo,
prepotenti, pieni di sé, capaci soltanto di fare i propri interessi
‘fregandosene’ degli altri. Incapaci di accorgersi quando altri, uomini
come loro, si trovano nel bisogno.
Perché c’è
la malattia che continuamente cammina, mano nella mano, con la salute.
Perché nascono bambini che ai nostri occhi sembrano non in grado di
vivere nella pienezza della vita umana. Perché altri muoiono, aggrediti
dalla malattia o dalla fame, prima ancora di aver assaporato il piacere
di vivere.
Chi può
dare una risposta univoca a queste domande?
Ma la
mancanza di una riposta univoca la sperimentiamo anche quando ci
facciamo domande su aspetti più semplici della vita. Pensate, per
esempio, a quando dobbiamo cambiare casa, o cambiare lavoro. O decidere
quale corso di studi intraprendere. Un giorno ci sembra di doverci
muovere in una direzione. Il giorno dopo guardiamo altri aspetti e
cambiamo opinione. Un amico ci dà un parere, un altro, poco dopo, ce ne
dà uno diverso. Chi ha ragione? Magari sia l’uno che l’altro. Nel senso
che ciascuno guarda un aspetto e tutti e due osservano parti di
verità.
Ecco cosa
significa dire che il mondo – cioè il nostro essere nel mondo – è
fondato sul DUE. Significa che le domande sono la nostra
guida. Ci dicevamo domenica scorsa che il due è il numero della
ricerca. Nelle scienze, nelle filosofie, nelle religioni. Nel nostro
quotidiano. Se ci facciamo guidare dalle domande, riusciamo a gustare la
ricchezza dei nostri pensieri, delle nostre diversità. Quando sappiamo
guardare la diversità come ricchezza, siamo su un terreno buono
per coltivare il dialogo. La capacità di percorrere strade
diverse nella ricerca della verità fa sì che impariamo ad apprezzare la
diversità delle opinioni e a non temerla. O addirittura combatterla.
Due,
dunque, è il numero dell’incontro. Ma può diventare anche il numero del
conflitto. Dello scontro. Quando la nostra insicurezza si tramuta
in presunzione, in supponenza, essa ci fa temere l’incontro con la
diversità. E chiude ogni porta al dialogo e al confronto.
Le due
teste dell’uccello sono avide e ghiotte. La loro avidità le rende
miopi e stupide. Non sanno vedere che ciascuna ha bisogno dell’altra per
vivere. Non sanno vedere che farne morire una significa far morire
l’intero corpo, quindi anche l’altra.
Se le due
teste potessero imparare ad apprezzarsi. Ad ascoltarsi. A collaborare.
Scoprirebbero che essere in due significa disporre di maggiore
energia, di più risorse. Essere in due significa avere la
possibilità di guardare nello stesso tempo a destra e a sinistra, sopra
e sotto.
L’avidità e
la presunzione sono solo stupidità. La differenza è ricchezza.
(2- fine)
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