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COME GLI STRUZZI?
25 aprile 2010
Dopo
varie ricerche, i medici mi hanno diagnosticato la SLA. Non è stato e
non è semplice per me doverci fare i conti. All’inizio ne eravamo a
conoscenza soltanto io e mio marito. Da un paio di mesi ne abbiamo
parlato con alcuni nostri amici. E’ successa una cosa che non mi
aspettavo: ora i nostri amici non ci chiamano più come prima. La cosa
che più mi colpisce è che perfino la mia migliore amica sembra evitarmi:
se non sono io a chiamarla per sentirci, temo che passerebbe tanto di
quel tempo… Perché le persone fanno così? Eppure non sono loro ad avere
questa terribile malattia, sono io che dovrò farci conti man mano che
andrò avanti negli anni…
M.
Letizia A.
Cara M.
Letizia, è vero, non sono loro a dover fare i conti con questa malattia.
Ed è assolutamente giustificata la sua meraviglia. Se parlo di un mio
problema con un amico, lo faccio anche per dirgli che ho bisogno di
parlare con lui. Della sua condivisione. Anche solo della sua vicinanza
- che è già tanto. Gli amici, si dice, si vedono al momento del bisogno.
Perché allora queste persone sembrano essersi allontanate da lei?
Vede, noi
usiamo un’immagine quando parliamo di chi non vuol vedere la realtà che
la vita, nelle diverse circostanze, ci pone davanti. Diciamo che uno fa
come gli struzzi: mette la testa sotto la sabbia. Cos’è che i
suoi amici non vogliono vedere? Non vogliono vedere che esiste la
malattia. Che, cioè, esiste la possibilità, per ciascuno di noi, di
doverci incontrare un giorno o l’altro con una qualche malattia, più o
meno grave. E siccome la malattia richiama il pensiero della morte,
incontrare la malattia significa, per il nostro inconscio, doverci
incontrare con la morte. La nostra morte.
Succede un
fenomeno strano: quando incontriamo una persona che ha una malattia
seria, noi pian piano non vediamo più quella persona, vediamo la sua
malattia. Un po’ come quando incontriamo un immigrato, quelli che
chiamiamo ‘extracomunitari’: non vediamo una persona, vediamo la sua
diversità.
La
malattia, la diversità. La paura.
Evitare il
diverso ci fa sentire sicuri nella nostra identità. Evitare il malato ci
fa sentire sicuri nella nostra salute.
Ma se ci
vuole così poco per metterci in crisi, significa che le nostre sicurezze
sono proprio traballanti.
Nessuno di
noi ama star male. E tutti ci auguriamo di non incappare mai in una
malattia grave. Questo pensiero è sano. E facciamo molto bene a mettere
in atto tutti quegli accorgimenti che aiutano a prevenire l’insorgere di
un qualche malanno.
Il problema
nasce quando gli accorgimenti che mettiamo in atto sono comportamenti e
atteggiamenti magici, piuttosto che comportamenti concretamente
efficaci e scientificamente validi. Quali sono questi accorgimenti
magici? Pensi, per esempio, a quando tocchiamo ferro o facciamo altri
scongiuri per evitare che una cosa brutta di cui stiamo parlando ci
possa colpire. Lo facciamo perfino quando passa un funerale: come se
toccare ferro (o qualche altra cosa) potesse impedire che anche noi, un
giorno, incontreremo la nostra morte.
Vede, gli
amici che cercano di evitare lei e la sua famiglia, stanno dicendo che
sono prigionieri di un pensiero magico. Con una parola più
‘scientifica’, diremmo che sono prigionieri di un pensiero inconscio,
di un pensiero, cioè, di cui non sono consapevoli. Al punto che, se noi
glielo diciamo, ci diranno che assolutamente non è vero. Loro questo non
lo pensano proprio: “Mica siamo bambini!” direbbero. E direbbero bene.
Questo è un pensiero proprio da bambini, nel senso che sono i
bambini che pensano così: il loro pensiero è un pensiero magico.
Per i suoi
amici, incontrare lei significa incontrare (= dover vedere che esiste)
una grave malattia o, come lei dice, una malattia ‘terribile’. La sua
malattia diventa come una maschera che le mettono sul viso e che
i loro occhi non riescono ad attraversare, una maschera che impedisce
loro di riconoscere il suo vero volto, il volto di M. Grazia.
C’è poi
un’altra difficoltà che loro sentono. Se noi chiedessimo alla sua amica
perché fa tanta fatica a chiamarla, lei ci direbbe: “Perché non so cosa
dirle”.
La sua
amica, i suoi amici, i nostri amici fanno fatica a comprendere che chi
sta male non chiede che gli si dicano tante parole: chiede di poter
vivere la vita di tutti i giorni in quella normalità che la malattia
permette.
Quando
siamo malati abbiamo bisogno di avere vicino le persone che ci vogliono
bene. Abbiamo bisogno di poter parlare con loro di come stiamo, anche
delle nostre paure. Ma non solo di questo. Abbiamo bisogno di poter
parlare di loro, di come stanno loro, di quello che fanno. Poter parlare
dei nostri progetti. Poter parlare della normalità della vita. Che
comprende anche la malattia.
Abbiamo
bisogno, in sintesi, di poterci incontrare da persona a persona.
Senza maschere sul volto.
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