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150.000 FIGLI
28 marzo 2010
Nello scorso anno, il
2009, sono stati 150 mila i figli coinvolti nella guerra di
separazione combattuta dai loro genitori. E’ un dato che ci fornisce
l’Associazione dei Matrimonialisti Italiani (= gli avvocati esperti nel
diritto di famiglia).
Perché ho scritto
guerra di separazione?
Perché spesso, troppo
spesso, due coniugi che si separano si lasciano trascinare in una
conflittualità che li travolge al punto tale da far perdere loro il lume
della ragione. E così avviene che il campo visivo è tutto occupato dal
conflitto e i loro occhi non riescono a vedere altro, nemmeno dove
stanno i figli. I loro figli.
Quella parte della
psicologia che si occupa delle relazioni familiari ci insegna che quando
nasce una coppia, i due adulti che la mettono al mondo diventano
due coniugi: marito e moglie. Due compagni che decidono di
attraversare il tempo della vita tenendosi per mano, nel progetto di
darsi, reciprocamente, affetto, aiuto e sostegno.
Quando poi decidono
di mettere al mondo un figlio, i due compagni di strada diventano
anche due genitori. Sono, dunque, due coniugi e nello stesso
tempo due genitori.
Il progetto di vita
insieme, nel corso del tempo, viene messo alla prova dalle vicende della
vita che la coppia deve attraversare. Le prove possono consolidare il
legame e irrobustirlo, man mano che le viviamo, come pure possono creare
crepe e incrinature che, se non sappiamo intervenire in maniera adeguata
e tempestiva, possono portare alla perdita di stabilità o, addirittura,
al crollo della ‘casa’. Quella casa che insieme avevamo iniziato
a costruire e avevamo in progetto di ampliare facendovi ‘entrare’ i
nostri figli.
E così siamo
arrivati, in questi nostri anni, a vivere una triste realtà: in Italia
un matrimonio su tre finisce con una separazione.
Quando ci troviamo
travolti dalla crisi, i nostri cuori si riempiono di dolore e di
angoscia. Il senso di fallimento invade i nostri pensieri. E’ il
fallimento di un progetto la sensazione con cui dobbiamo fare i
conti dentro di noi.
Il peso del
fallimento porta ciascuno dei due coniugi a mettere in atto un tentativo
di alleggerimento dei propri sensi di colpa attraverso un meccanismo,
assai conosciuto da tutti noi in tante situazioni di vita, che si
concretizza nell’attribuire all’altro le colpe e le
responsabilità della fine. Il progetto originario non regge più. E il
dolore per la perdita è così grande che ci troviamo immersi nella
nebbia. La nebbia della confusione dei sentimenti.
Tanto spesso la
nebbia è così fitta che non vediamo più niente e nessuno intorno a noi.
Nemmeno i figli. I figli? Sì, i figli.
Forse è capitato a
tutti noi, adulti, di sentirci dire da uno dei nostri genitori che se
non c’eravamo noi, loro si sarebbero lasciati. Se non è capitato a
tutti, sicuramente a molti di noi sì.
Forse è questa la
strada più giusta? Forse è meglio restare insieme in una relazione senza
vita piuttosto che separarsi? Non so rispondere a questa domanda. Non so
rispondere, perché ogni coppia ha la sue difficoltà e le sue energie per
affrontarle: e non credo che si possano dare regole valide per tutti. E’
necessario che ciascuno cerchi la sua strada e provi a
percorrerla. Ogni persona, così come ogni coppia. Nel rispetto dei suoi
princìpi e dei suoi valori.
Una regola, però,
dobbiamo darcela. Una regola che guidi questo momento così pesante e
doloroso.
La regola è questa. I
coniugi si possono separare, i genitori non possono
separarsi.
Che significa?
Significa che se pure il marito e la moglie a un certo punto della vita
possono decidere di non riconoscersi più come coniugi, il babbo e la
mamma restano sempre e comunque padre e madre per i loro figli.
I figli, cioè, hanno
bisogno che i loro genitori restino accanto a loro. Nei diversi modi che
le diverse età (dei figli) richiedono. Perché i figli hanno diritto di
avere due genitori.
Darci questa regola
significa che la relazione di genitori dovrà prevalere sulla relazione
di coniugi. La conflittualità va dunque giocata tra i due adulti
(divisione dei beni, della casa, dei soldi…), ma non si può giocare sui
figli. Sulle spalle dei figli. Quante volte sentiamo uno dei due
minacciare l’altro di non fargli vedere il figlio. Quante volte si
litiga sui tempi in cui un figlio può incontrare l’altro genitore,
quello con cui non vive abitualmente. Quando non si arriva, addirittura,
a parlare male dell’altro genitore con il proprio figlio!
Oggi il diritto di
famiglia parla di affido condiviso. Per dire che un figlio non è
più affidato ad un solo genitore, ma a tutti e due. Purtroppo, però, non
è una sentenza del giudice che rende con-divisa la crescita di un
figlio. E’ solo il desiderio di prenderci cura dei nostri figli che può
aiutarci a non coinvolgerli (= non travolgerli) nelle conflittualità
nostre. Di noi adulti.
Prima
viene il bisogno dei figli di avere due genitori. Dopo, solo dopo
viene il bisogno dei genitori di avere un tempo da condividere con i
figli.
Non dimentichiamo: un
figlio conteso è un figlio infelice. Solo un figlio ascoltato e
rispettato nei suoi bisogni può crescere sufficientemente bene,
anche se i suoi genitori sono due coniugi separati.
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