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CONFESSIONE O PSICOLOGIA?
(3)
21 marzo 2010
Stimolati da quel
pensiero apparso nella rubrica La citazione, oggi proviamo a
chiudere le nostre riflessioni. In particolare proviamo a chiederci se è
proprio vero che “il numero dei depressi e dei malati di mente in
continuo aumento” è il risultato del fatto che “abbiamo
abbandonato la confessione e ci siamo affidati agli psicologi”.
Perché, secondo me, dire questo significa guardare le cose restando
soltanto in superficie. Molto in superficie. Ma procediamo con calma.
Le due volte scorse
ci siamo detti alcuni pensieri per comprendere, almeno un po’, come la
confessione e la psicologia non sono due realtà in conflitto. Neanche in
concorrenza. Ma sono semplicemente due realtà diverse, due
esperienze, nella vita di chi le incontra, che rispondono a esigenze,
bisogni e desideri diversi.
Nella frase citata si
parla di “depressi” e di “malati di mente”. Così come scritte, queste
parole indicano categorie piuttosto generiche. Io credo sia meglio
parlare di persone in situazioni di sofferenza, di grande
sofferenza, piuttosto che di malati di mente. Non perché la malattia
mentale non esista, ma perché non saremo in grado di guardarla
adeguatamente finché ci fermiamo sulle diagnosi: come fosse un
raffreddore o una polmonite.
Tutte quelle che
chiamiamo malattie della mente possono essere comprese e curate
soltanto se attiviamo un processo di osservazione e di ascolto che sia
in grado di cogliere la sofferenza interiore dell’essere umano.
Sofferenza che si esprime attraverso la malattia. Depressione, angoscia,
ansia, panico, disturbi nel comportamento alimentare, disturbi
nell’attenzione, paranoie - e chi più sa più ne metta - sono in realtà
tanti nomi che diamo alla sofferenza. Alla sofferenza della mente
e dell’anima.
I tanti nomi che la
psichiatria usa servono soltanto a ‘descrivere’ il modo particolare in
cui, in quella persona, si esprime la sofferenza interiore. Che è il
disagio di vivere.
Per capirci meglio.
Non esiste il depresso. Esiste quella persona che esprime la sua
sofferenza interiore con una modalità che noi chiamiamo
depressione. Ma se non ascoltiamo la sua sofferenza e non andiamo a
lavorare per ritrovare e riattivare le sue energie interiori, ci
perdiamo la persona e troviamo solo la depressione.
E’ questo, oggi, il
rischio che possiamo correre se non ascoltiamo i segnali di sofferenza
che ci vengono dalla nostra mente e dalla nostra anima. Ed è questo il
rischio che possono correre le scienze psicologiche e quelle mediche
quando, troppo velocemente, corrono verso le diagnosi (= la faccia
con cui si presenta il dolore interiore), dimenticando di andare oltre,
per ascoltare la sofferenza del cuore.
Allora se vogliamo
davvero guardare dove trae origine e alimento tanta sofferenza, credo
che dovremmo riconoscere quanto poco essa abbia a che fare con la
diatriba tra confessione e psicologia. E non è certo
l’aumento degli psicologi che produce la sofferenza interiore. Sarebbe
come dire che il cancro sta aumentando perché sono aumentati i centri
che lo curano o perché abbiamo affinato le tecniche diagnostiche di cui
disponiamo.
Io penso che se
vogliamo avvicinarci seriamente a ciò che chiamiamo ‘malattie della
mente’, e chiederci dove esse abbiano origine, dovremmo guardare
piuttosto a come stiamo vivendo, a quali sono i ritmi che guidano
le nostre giornate.
Dovremmo chiederci su
quali valori stiamo investendo le nostre energie. Quanto tempo
dedichiamo a noi stessi, alla cura delle nostre relazioni affettive.
Quanta della nostra energia vitale investiamo nel prenderci cura di
costruire una vita a misura d’uomo e quanta, invece, spendiamo solo per
accumulare cose su cose. Una macchina più grossa, una casa più bella,
vestiti più alla moda, telefonini dell’ultima generazione, e via di
questo passo…
Il rischio è che oggi
la nostra vita sia tutta proiettata sull’esteriorità, sull’apparire,
sull’accumulare. Che ci lasciamo prendere da ritmi di vita che ci
tolgono il respiro. Che ci facciamo catturare dal nervosismo e
dall’insoddisfazione, ponendo sempre la nostra attenzione su ciò che ci
manca senza apprezzare ciò che abbiamo.
Vogliamo provare a
darci qualche ‘consiglio’ per una vita sana? Immaginiamo che sia la
nostra anima a darceli.
Cerchiamo di trovare
un po’ di tempo da passare con la nostra famiglia, per ascoltarci l’un
l’altro, per ‘giocare’ insieme. Ogni tanto prendiamo in mano un buon
libro. Regaliamoci qualche minuto di silenzio, nella nostra
giornata, per ascoltare i nostri pensieri e dialogare con loro.
Se poi ci ritroviamo
anche in una dimensione di fede, se, in altre parole, siamo credenti
- qualunque sia la religione in cui ci riconosciamo -, allora possiamo
anche provare a spendere qualche minuto della nostra giornata nella
preghiera. Intesa come dialogo con noi stessi e come dialogo con il
Buon Dio che ci tiene fra le sue braccia in una relazione di amore
paterno e materno.
E se ci definiamo
non-credenti, la nostra preghiera possiamo viverla comunque. Nella
costruzione di pensieri di pace, nella ricerca di armonia con la natura
e il mondo, nella ricerca del bene. Per noi e per tutti gli esseri
viventi.
(3- fine)
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