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CONFESSIONE O
PSICOLOGIA?
(1)
7 marzo 2010
Una strana citazione
ho trovato nel nostro giornale del 14 febbraio. Essa diceva: “Che
tristezza: abbiamo abbandonato la confessione e ci siamo affidati
agli psicologi, passando ore e ore sdraiati nei loro studi, con
l’unico risultato che il numero dei depressi e dei malati di mente è in
continuo aumento”.
Mi rendo conto che,
come per ogni citazione, una frase estrapolata dal contesto rischia di
essere letta in modo sbagliato, quando non addirittura di essere capita
con un significato opposto a quello che l’autore voleva dire. Mi
dispiace che il nostro giornale sia scivolato così. Ma, dato che la
frase è stata messa in questo modo, nuda e cruda, la prendiamo per buona
così com’è e proviamo a farci qualche riflessione.
Non conosco l’autore.
Ma, onestamente, la frase, così come suona, mi fa pensare che chi l’ha
scritta non conosce bene né cosa sia la confessione né cosa sia la
psicologia e la psicoterapia. O forse le conosce solo a livello
giornalistico, non professionale.
Non comprendo la
ragione che ha portato Voce ad offrirci una citazione così
inutile, se non addirittura dannosa, per quanto è lontana dalla realtà
delle cose. Dico questo, perché io credo che nessun sacerdote
penserebbe di affrontare e risolvere i disturbi mentali (come
depressione, stati di angoscia, disturbi di panico, anoressia, bulimia,
ecc.) con la confessione. Così come nessuno psicologo,
professionalmente serio e competente, porterebbe i suoi pazienti lontano
dalla religione, e dalla confessione, se queste fanno parte della vita
di chi si rivolge a lui per un aiuto professionale.
Detto questo, oggi
proviamo a fare qualche riflessione sulla confessione. La prossima volta
parleremo della psicologia.
Per parlare
correttamente di confessione dovremmo guardare la tradizione
nella chiesa, illuminata dalla parola del Vangelo.
Nel Catechismo
della chiesa cattolica essa viene chiamata Il sacramento della
penitenza e della riconciliazione (cap. 2, art. 4). “Quelli che si
accostano al sacramento della Penitenza ricevono dalla misericordia di
Dio il perdono delle offese fatte a lui e insieme si riconciliano con la
chiesa…”. (La parola chiesa significa la comunità dei credenti).
Nella confessione,
dunque, un cristiano vive un incontro particolare con Dio, che con il
suo amore, paterno-e-materno, si avvicina a noi per perdonare le nostre
mancanze e le nostre ingratitudini. Nello stesso tempo incontra anche i
suoi ‘fratelli’ verso i quali pure ha mancato nel comandamento
dell’amore: l’unico comandamento in cui Gesù ha racchiuso tutta la
legge di Dio.
Il sacerdote davanti
al quali ci inginocchiamo per la confessione ha come una duplice veste:
egli in quel momento rappresenta il Signore Dio e, nello stesso tempo,
nella sua umanità, tutti i nostri fratelli. Coloro verso i quali abbiamo
mancato con i pensieri non buoni del nostro cuore e con i nostri
comportamenti sbagliati. L’assoluzione che ci dà, quindi, è
contemporaneamente il perdono da parte di Dio e il perdono da parte dei
fratelli.
E’ vero che, spesso,
molti di noi utilizzano il momento della confessione anche per avere
qualche indicazione o consiglio dal sacerdote. Quando possiamo farlo, è
qualcosa in più che troviamo nella confessione. Lo possiamo fare,
certo. Ma non è il consiglio buono che possiamo ricevere che rende
‘buona’ la confessione. E’ nell’incontro con Dio e con i fratelli,
per avere il loro perdono sul male che abbiamo fatto o sul bene che
abbiamo trascurato di fare, il significato vero della confessione.
Riprendiamo in mano
il Vangelo e andiamo a leggere il racconto che ci fa Gesù quando ci
parla di come il Padre si comporta con noi nel momento in cui ci
‘allontaniamo’ dalla sua casa (= dal suo amore). E’, secondo me, una
delle pagine più commoventi del Vangelo: Luca al cap. 15, 11-31.
Questo padre ha due
figli.
Il più piccolo, dopo
aver preteso le sue cose, scappa di casa e ne combina di tutti i colori.
L’altro rimane in casa e fa il bravo figlio.
Dopo tanto tempo, il
figlio che è scappato si rende conto del male che ha fatto e, pentito,
ritorna con il desiderio di chiedere al padre di poter essere accolto
come uno dei suoi servi. A lavorare per lui.
Gesù, che conosce
bene questo padre, ci dice che “quando era ancora lontano, suo padre lo
vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo
baciò”. Riaccogliendolo come figlio.
Qui, però, questo
padre deve affrontare un altro dramma. L’altro, il figlio ‘bravo’,
quando si accorge che il padre è in festa per il ritorno di suo
fratello, non solo non sa partecipare alla gioia di suo padre, ma non
vuole neanche entrare in casa, tanta è la rabbia che coltiva nel suo
cuore contro suo fratello e contro il padre che lo riaccoglie.
E questo padre che
fa? Esce lui dalla casa per andare da questo figlio, per supplicarlo di
entrare e partecipare alla festa: “Figlio mio, tu sei sempre con me e
tutto ciò che è mio è tuo. Ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché
questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è
stato ritrovato”.
Ognuno di noi, in
fondo, può ritrovarsi in uno di questi due figli. O forse con un po’
dell’uno e un po’ dell’altro: tra chi ne ha combinate di tutti i colori
e prima o poi riconosce i suoi errori, o tra chi ha la pretesa di essere
nel giusto, pronto sempre a giudicare e condannare gli altri.
Che stiamo da una
parte o dall’altra, nella confessione è questo il Padre che
incontriamo: colui che esce di casa per parlare al nostro cuore e
ci corre incontro per abbracciarci.
(La prossima
settimana ci diremo qualcosa sulla psicologia. Per dirci come
confessione e psicologia non sono due realtà in conflitto, ma
semplicemente diverse.)
(1 - continua)
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