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IL PRETE, UNO DI
NOI
14 febbraio 2010
Il
giorno di Natale da bravi cristiani siamo andati a messa. Il nostro
parroco ha saputo trovare proprio le parole giuste per parlarci
dell’amore di Dio che manda nel mondo il Figlio. Le sue parole mi hanno
colpita, ma ad avermi colpita è stata anche un’altra cosa: quando ci
siamo salutati, dopo la messa, ho colto un velo di tristezza nel suo
sguardo. Tornando a casa ne parlavo con mio marito e anche lui l’aveva
notato. Strano, ci dicevamo: quelle parole così belle che aveva saputo
dirci, era come se a lui non portassero quella serenità che invece
avevano portato a noi. Ci dev’essere qualcosa che mi sfugge… Forse
pretendo troppo dal nostro sacerdote?
Annachiara G.
Cara
Annachiara, intanto devo dirle che mi pare una bella cosa che siete
stati capaci di osservare lo sguardo del vostro sacerdote e cogliervi,
almeno in parte, il suo stato d’animo. Non sappiamo quali pensieri lui
potesse avere, quel giorno, quali preoccupazioni potessero occupare la
sua mente e renderlo triste. Nonostante le parole di luce e di gioia che
aveva saputo offrire a voi e a tutte le persone che l’avevano incontrato
per la messa.
Le sue
riflessioni mi portano, comunque, a proporre a lei e ai nostri amici
lettori una domanda.
Mi chiedo
se, quando guardiamo i sacerdoti, proviamo mai a guardarli anche
nella loro dimensione di uomini. Persone che vivono la vita, con le
difficoltà e le contraddizioni di qualsiasi altro essere umano. O se
invece li collochiamo sempre (o quasi) su un altro piano, un
piedistallo, lontani dalla realtà della vita quotidiana.
Il mio
timore è che troppo spesso la distrazione o l’abitudine ci rendono
difficile ascoltare i momenti di dolore e di sofferenza che possono
accompagnare anche la vita di un prete. Siamo abituati a vederlo lì,
nelle nostre chiese, la domenica, o qualche altra rara volta, ma non
abbiamo il tempo o l’attenzione per chiederci come starà quando noi non
lo vediamo. Quali saranno i pensieri e gli interrogativi che abitano la
sua mente. Le preoccupazioni che anche lui, uomo-tra-gli-uomini, può
incontrare nei diversi momenti della sua vita.
Le scienze
psicologiche ci dicono che esiste nella nostra mente un processo nel
quale la mente stessa, in certi momenti, si rifugia: lo chiamiamo
idealizzazione. Che significa? Significa che noi guardiamo una
persona, o una categoria di persone, e la collochiamo come su un altro
piano, un piano diverso da quello in cui noi ci troviamo a vivere. Come
se questa persona vivesse in un’altra realtà, in un altro mondo. Una
volta messo lì, su un piedistallo, poi gli chiediamo di essere ‘diverso’
da noi: più buono, più bravo, più onesto, più,
più… perfino più felice. Noi possiamo anche fare qualche
sbaglio nella vita, lui no; noi possiamo anche imbrogliare qualche
volta, lui no; noi possiamo anche incontrare momenti difficili e duri
nella vita, lui no. Lui non è uno di noi!
Non vi pare
che tanto spesso guardiamo i nostri sacerdoti come se fossero esseri di
un altro mondo, come se provenissero da un altro pianeta?
Diciamo,
infatti: “Ma lui è un prete!”. Come se dicessimo: lui non è un uomo come
noi, lui ha la fede, lui ha l’amore di Dio. Poi… che problemi ha? Non ha
mica una famiglia da mantenere, i figli che lo fanno combattere tutti i
giorni, la ditta che lo licenzia. E via di questo passo.
Possiamo
rifletterci un momento su questi nostri pensieri?
Il
lavoro. E’ vero, un prete non rischia di perdere il posto di lavoro:
sono tanto pochi! Ma non vive certo nell’oro: se non fa un altro lavoro,
per esempio l’insegnante, il suo è sì e no lo stipendio di un operario.
Le
preoccupazioni per la famiglia. E’ vero, lui non ha una famiglia da
mantenere. Ma forse non pensiamo che non avere una famiglia significa
anche non avere delle persone vicino, una moglie, dei figli che, se
pure ti fanno faticare, ti permettono anche di vivere momenti di
serenità, di affetto, di gioia. Non abbiamo paura di fare questa
riflessione: all’interno della chiesa (= il popolo di Dio) se ne parla
con sufficiente serenità. Anche se ancora non è facile poterne parlare
con quella necessaria libertà di pensiero che un tema così importante
meriterebbe. Ma tra noi, sottovoce, ce lo possiamo dire.
La fede.
Certo, il prete è uomo di fede. Suo è il compito di essere guida
spirituale per le persone che gli sono affidate. Guida nella preghiera.
Nell’ascolto della Sua parola. Mediatore tra Dio e gli uomini nei
sacramenti. E’ a lui che il Signore affida il compito di ‘ricordarci’
che il Suo amore non ci abbandona mai, che in ogni momento noi siamo fra
le Sue braccia.
Ma l’amore
di Dio non arriva con una cartolina o una raccomandata nella cassetta
delle lettere. Neanche per il prete. Il cuore umano coglie
l’amore di Dio, prima di tutto attraverso l’amore umano. Certo
che il Signore può seguire anche strade a noi incomprensibili - strade
che sfuggono alla comprensione della mente (quindi anche delle scienze
umane, come la psicologia). Ma normalmente è attraverso l’amore e la
vicinanza degli altri, quelli che incontriamo nella vita di ogni giorno,
che il nostro cuore sente e sperimenta l’amore e l’affetto di Dio, padre
e madre di tutti.
Vede,
Annachiara, sono soltanto alcune riflessioni quelle che abbiamo fatto.
Se proviamo ad ascoltarle, penso che possono aiutarci ad essere un po’
più vicini ai preti, e a sentirceli più vicini. Più uno-di-noi. E
quando negli occhi del nostro sacerdote, come lei dice, dovessimo
cogliere un “velo di tristezza” o di preoccupazione, possiamo anche
avvicinarci e chiedergli come sta. Consapevoli che tutti,
preti compresi, siamo dalla stessa parte: quella di esseri umani
che vivono su questa terra. E la cui vita, non di rado, ha dei buoni
tratti in salita.
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LA MENTE E L'ANIMA

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