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DIALOGO: TRA CORAGGIO E PAURA
7 febbraio 2010
Penso che
capiti anche a voi di fermarvi a riflettere su quante volte oggi usiamo
la parola dialogo. E’ sulla bocca di tutti.
Ne parliamo
quando guardiamo in casa e ci diciamo l’importanza del dialogo
tra genitori e figli, l’importanza del dialogo nella coppia, tra marito
e moglie. Parliamo di dialogo nella scuola, tra insegnanti e
studenti, tra dirigente scolastico e insegnanti, tra colleghi. Ne
parliamo nel mondo della politica. Quale partito non sostiene di
essere ‘aperto al dialogo’? Destra, sinistra, centro. Parliamo di
apertura al dialogo tra le religioni. Ogni religione dichiara
rispetto e attenzione verso le altre. Dialogo con i non-credenti.
Dialogo tra cattolici e laici.
Parliamo di
dialogo nella chiesa. Proprio in questi giorni noi cristiani
(cattolici, ortodossi, anglicani, protestanti… quanti siamo a definirci
‘cristiani’ e ad essere in disaccordo tra noi!), proviamo ad essere
vicini nella preghiera per ritrovare l’unità nel nostro riconoscerci
discepoli dello stesso Maestro, il Signore Gesù.
Tutto
questo parlare di dialogo, però, mi fa nascere un dubbio. Non sarà che
ne parliamo tanto perché, in realtà, poi ne abbiamo tanta paura? Che,
cioè, preferiamo tenere questa parola nella nostra bocca, girandola e
rigirandola, così non corriamo il pericolo che essa possa scendere nel
nostro cuore?
La
psicologia ci invita a farci questa domanda e a tenerla aperta. Nella
speranza che se riusciamo ad essere un po’ più sinceri con noi stessi,
potremo poi muoverci con più coraggio verso la verità. La verità che ci
fa aprire gli occhi sulle nostre paure, sulle nostre chiusure, sulla
nostra pretesa di essere sempre dalla parte giusta, convinti che gli
altri (= quelli che non la pensano come noi) sono dalla parte sbagliata.
Proviamo ad
entrare nel significato di questa parola.
Come tante
altre parole della nostra lingua, anche questa deriva da una lingua
antica: il greco. Essa nasce nell’incontro tra due parole: dià
(che significa ‘tra’) e lògos (che significa ‘parola’).
Dia-logo, quindi, significa che la parola è tra due o più
persone: cioè che la parola unisce e permette l’incontro tra le
persone.
Perché io e
l’altro possiamo incontrarci, perché la parola sia il luogo
dell’incontro tra noi due, sono però necessarie almeno due condizioni.
La prima:
che io apra uno spazio di silenzio perché l’altro possa collocarci le
sue parole. Che significa: devo ascoltare il suo pensiero. Ma per
ascoltarlo è necessario, prima di tutto, che io gli lasci il tempo e il
modo di dirlo.
La seconda:
che, ascoltando l’altro, io cerchi di capire, di comprendere
quello che mi vuole dire. Le sue idee, i suoi pensieri, le sue ragioni.
Anche quando il suo pensiero è diverso dal mio e io non sono d’accordo?
Se dico che sono aperto al dia-logo, non può che essere così: sì, anche
quando il suo pensiero è diverso dal mio! Parlare solo con chi è
d’accordo con me non è poi gran che. Non vi pare?
Attenzione.
Ascoltare e comprendere l’altro non significa che devo essere d’accordo
con lui. Significa, però, che non posso impedirgli di esprimere i suoi
pensieri e le sue ragioni. Chiudere la bocca a chi ha pensieri
diversi dai miei, significa chiudersi al dialogo: significa
avere paura.
Paura di
che?
Paura che,
se ascolto i suoi pensieri, questi possano portarmi a rimettere in
discussione i miei. Paura di scoprire che le mie idee, le mie
convinzioni, non sono poi così forti e così solide. La paura del
confronto è indice di debolezza nei pensieri e nelle convinzioni. E’
indice di rigidità, non di forza. E’ segno di chiusura mentale, non di
intelligenza.
Un padre,
un insegnante, un uomo politico, un sacerdote, un dirigente, una
qualunque persona… che impedissero all’altro di parlare, di esprimere i
suoi pensieri, e dicessero: “E’ così perché è così, perché lo dico io”,
o parole simili, non sanno cosa sia il dialogo. Sono, purtroppo, nella
loro debolezza, prigionieri della paura.
Essere
aperti al dialogo richiede coraggio.
Il coraggio
di ascoltare gli altri, di saperci confrontare con chi ha sviluppato e
coltiva pensieri diversi dai nostri. Il coraggio di rimettere in
discussione le nostre idee, se necessario. Il coraggio di ascoltare le
domande che altri possono proporci. Il coraggio di riconoscere che
nessuno di noi, da solo, può pensare di possedere la verità. Tutta la
verità. Chiunque noi siamo e qualunque posto, nella scala sociale, noi
occupiamo.
Genitori,
insegnanti, dirigenti, uomini di chiesa, uomini della politica,
direttori di giornali, uomini di scienza, giovani e adulti… è solo con
il coraggio del dialogo che possiamo costruire una società di
uomini liberi.
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