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IL PRETE, UN UOMO
24 gennaio 2010
Il
giorno di Natale da bravi cristiani siamo andati a messa. Il nostro
parroco ha saputo trovare proprio le parole giuste per parlarci
dell’amore di Dio che manda nel mondo il figlio. Le sue parole mi hanno
colpita, ma ad avermi colpita è stata anche un’altra cosa: quando ci
siamo salutati, dopo la messa, ho colto un velo di tristezza nel
suo sguardo. Tornando a casa ne parlavo con mio marito e anche lui
l’aveva notato. Strano, ci dicevamo: quelle parole tanto belle
sull’amore di Dio, che aveva saputo dirci, era come se a lui non
portassero quella serenità che invece avevano portato a noi. Ci dev’essere
qualcosa che mi sfugge… Forse pretendo troppo dal nostro sacerdote?
Annachiara G.
Cara
Annachiara, intanto devo dirle che mi pare bello che voi siete stati
capaci di osservare lo sguardo del vostro sacerdote e cogliervi, almeno
in parte, il suo stato d’animo. Non so quali pensieri lui potesse avere,
quel giorno, quali preoccupazioni potessero occupare la sua mente e
renderlo triste. Nonostante le parole di luce e di gioia che aveva
saputo offrire a voi e a tutte le persone che l’avevano incontrato per
la messa.
Le sue
riflessioni mi portano a proporre a lei e ai nostri amici lettori una
domanda. Che vi invito ad ascoltare e a tenere aperta. Almeno qualche
minuto.
Mi chiedo
se, quando guardiamo i sacerdoti, proviamo mai a guardarli nella loro
dimensione di uomini. Persone che vivono la vita, con le difficoltà
e le contraddizioni di qualsiasi altro essere umano. O se invece li
collochiamo sempre (o quasi) su un altro piano, un piedistallo, lontani
dalla realtà della vita quotidiana.
Il mio
timore è che troppo spesso la distrazione o l’abitudine ci rendono
difficile ascoltare i momenti di dolore e di sofferenza che accompagnano
la vita di un prete. Siamo abituati a vederlo lì, nelle nostre chiese,
la domenica, o qualche altra rara volta, ma non abbiamo il tempo o
l’attenzione per chiederci come sarà il suo tempo quando non lo vediamo.
Ed è
proprio quest’aspetto particolare della sua vita che vorrei proporvi di
guardare ora, con me. E’ solo un aspetto, sia chiaro, ma non di poco
peso.
Probabilmente è difficile immaginare, per chi non ne ha esperienza, cosa
significhi non poter contare su un affetto umano, non avere una spalla
su cui appoggiarsi nel momento della stanchezza o della malattia. Non
avere con chi condividere la gioia della festa.
Rientrare
in casa e trovare le stanze vuote, senza parole, e senza una presenza,
con cui magari anche litigare, qualche volta, ma con cui comunque
incontrarsi. Entrare in un letto che è sempre troppo grande - anche
quando i centimetri dicono che è piccolo - perché vuoto, privo del
respiro e del calore di un altro essere umano.
Da
trent’anni lavoro come psicoterapeuta e in questi anni, in provincia
come nella grande città, ho incontrato sacerdoti che mi hanno portato il
peso e il dolore della loro solitudine. Il bisogno di un affetto
umano, di una compagna con cui condividere un’intimità. Di anime e di
corpi. Una mano da stringere, e che possa stringere la tua, e camminare
insieme per le strade della vita.
Sembra che
non ci debbano essere parole di conforto per il prete: lui deve trovare
parole per gli altri. Ma chi ne trova per lui? Per il suo cuore,
quando, uomo tra gli uomini, soffre le medesime sofferenze di un
qualsiasi altro essere umano ‘costretto’ dalla vita ad essere solo.
Solo. Mi raccontava un prete che, quando usciva, lasciava la luce
accesa in una stanza della casa così, la sera, al rientro, aveva
l’illusione che ci fosse qualcuno ad aspettarlo…
So che
nella chiesa, tra il popolo dei credenti, nessuno si scandalizzerebbe se
ai preti venisse riconosciuta la libertà, che la vita riconosce ad ogni
essere umano, di poter scegliere se formarsi una famiglia o no. La
chiesa cattolica (romana) richiede ai suoi sacerdoti di vivere nel
celibato. E’ una norma della chiesa in vigore da circa mille anni come ‘obbligo’:
prima era un’indicazione, c’erano sacerdoti sia celibi sia sposati.
Sul piano
dottrinale, lo sappiamo bene, nulla vieta che nel tempo questa norma
possa di nuovo cambiare. E di certo cambierà. Nelle altre chiese
cristiane, anche oggi, i sacerdoti sono liberi di scegliere se vivere
nel celibato o formarsi una famiglia. Del resto Gesù stesso aveva scelto
uomini sposati tra gli apostoli: ricordate la suocera di Pietro
(= il primo papa, sposato!) che Gesù guarisce dalla febbre?
Nel Vangelo
Gesù dice che ad alcuni è dato da Dio il dono del celibato ‘per il regno
dei cieli’. E’ certo un dono grande da parte di Dio: Gesù stesso ha
vissuto questa condizione. Ma non ha legato questo dono al sacerdozio
ministeriale.
Se è un
dono, non rischiamo di impoverirlo rendendolo un obbligo?
Lei,
Annachiara, ci ha dato l’occasione di condividere alcune domande. Le ho
scritte perché credo che noi, chiesa di Dio, possiamo crescere nel
dialogo. Nella possibilità, cioè, di poter esprimere e poter
ascoltare opinioni anche diverse. Nel rispetto reciproco e nella
convinzione che nessuno, da solo, può pretendere di possedere
tutta la verità.
Farci delle
domande, e tenerle aperte, significa avere il coraggio di ascoltare i
pensieri che lo Spirito vorrà suggerirci. Se dovessimo restare schiavi
di regole rigide, soprattutto quando queste si rivelassero non
pienamente rispettose dell’uomo d’oggi, sarebbe segno di paura, non di
coraggio.
Nella
consapevolezza che un sacerdote più sereno è un dono per tutta la
comunità.
(N.B. La Direzione
del giornale ha ritenuto di non poter pubblicare questo articolo perché
"non fedele alla posizione ufficiale della Chiesa")
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