|
IL SETTIMO GIORNO
24 gennaio 2010
Usciti
dalle feste, molti di noi si sono ritrovati piuttosto malconci. Strano,
no? Un sospiro di sollievo perché finalmente le feste sono
finite…
Eppure
l’umanità deve aver inventato le feste per avere un po’ di riposo dai
giorni di lavoro, dagli impegni obbligati. Il bisogno di fermarsi, per
respirare, deve essere stato sempre tanto forte.
Così forte
che quando, all’alba del tempo, noi uomini abbiamo sentito il bisogno di
dare un volto all’idea di Dio, e ci siamo fermati a pensarlo come
Creatore del mondo, abbiamo ritrovato anche in lui il bisogno di
fermarsi. Il bisogno di cambiare il ritmo del cuore, accelerato dalla
fatica, e il bisogno di respirare, in pace, per godersi la bellezza del
creato.
Guardandolo
così, ce lo siamo sentito più vicino. Più uno-di-noi. Simile a
noi.
Il mito
della creazione del mondo, come ce lo racconta la Bibbia, parla di un
Creatore che dopo sei giorni di ‘lavoro’ - tanti ne aveva impiegati per
creare l’universo -, il settimo si ferma.
Non solo. Ci insegna a fermarci.
Nell’antica
tradizione ebraica il settimo giorno è il giorno del riposo. Più
precisamente, il giorno in cui cessa il lavoro. La parola ebraica
shabbàt (da cui viene la parola sabato) significa
cessare. Cioè fermare il tempo del lavoro. Quindi riposare.
La motivazione è così alta che non ci possono essere eccezioni a questa
norma. Come Dio, nel creare il mondo, ha cessato il suo lavoro nel
settimo giorno, così è per le sue creature, gli uomini: il settimo
giorno devono cessare il loro lavoro.
Ma è
soltanto perché dopo sei giorni di lavoro siamo stanchi e sfiniti che
abbiamo bisogno di fermarci? Certo, questo sarebbe già un buon motivo.
Ma non basta.
Sempre nel
mito della creazione, la Bibbia ci dice che “Dio benedisse il
settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni
lavoro che egli, creando, aveva fatto” (Genesi 2,3). Il settimo giorno,
il giorno del riposo, ha inizio dunque agli inizi del tempo.
Non può
bastare la stanchezza, dicevo, a giustificare il bisogno del riposo.
Quando,
nell’estate dello scorso anno, abbiamo iniziato questi nostri incontri
settimanali, nel nostro VIAGGIO INTORNO ALL’UOMO ci dicevamo di come
l’essere umano non possa essere visto in una sola dimensione. Fin da
allora parlammo di una dimensione fisica (il corpo), di una
dimensione psicologica (la mente) e di una dimensione spirituale
(l’anima). Tanto, ci dicevamo, ci chiede il tentativo di studiare la
complessità dell’essere umano.
Alla luce
di tanta complessità, proviamo a vedere se possiamo riscoprire un senso
nuovo nel vivere i giorni del riposo, i giorni della festa. Nei giorni
del lavoro il corpo e la mente sono occupati nel produrre.
Produrre cose, oggetti, studi. Produrre ricchezza, attraverso la
trasformazione della materia. Cessare il lavoro significa
permettere alla dimensione fisica e psicologica di fermarsi, di cessare
nell’opera di trasformazione della materia. E significa dare respiro
alla dimensione spirituale. All’anima.
Non
pensiamo che la parola anima, come la parola spirituale,
riguardi solo i credenti. Coloro, cioè, che si riconoscono in una
religione. La dimensione spirituale appartiene all’uomo, credente o non
credente. Coltivare la dimensione spirituale, far respirare la propria
anima, significa concedersi un tempo di quiete, un momento di
silenzio in cui possiamo stare con noi stessi, ascoltare i nostri
pensieri. Provare ad aprire la nostra mente al senso della vita. Al
senso di ciò che facciamo, al significato che proviamo a dare alle
nostre giornate di lavoro, alle nostre relazioni sociali, agli affetti
del cuore.
Il
settimo giorno è benedetto da Dio, ci dice il mito biblico.
Benedetto significa bene-detto: che è un giorno di bene,
un giorno buono. Buono per noi.
Il credente
(un cristiano, un musulmano, un buddista, ecc.) troverà un tempo per la
preghiera, per un dialogo con sé stesso e con il ‘suo’ Dio - che, poi, è
il Dio di tutti. (A volte penso a quanti sorrisi il Buon Dio deve farsi,
guardando a tutte queste religioni che noi uomini abbiamo costruito,
dimenticando che in realtà siamo tutti in comunione con Lui, anche se lo
chiamiamo con nomi diversi…). Nella preghiera il credente dà respiro
alla sua anima.
Chi non si
riconosce in una religione, e non usa la parola preghiera, sente
comunque il bisogno di ascoltarsi, di fermarsi a dialogare con la parte
più profonda di sé. La parte più vera. Perché la ricerca del senso nella
vita è la strada maestra che ogni essere umano, che vuol vivere in
pienezza i suoi giorni sulla terra, sente di dover percorrere.
Possiamo
salutarci, allora, con una domanda: com’è stata la nostra anima
nei giorni di festa? Quanto tempo ci siamo potuti dedicare? Un po’ di
tempo per noi stessi, cioè per i nostri pensieri, per il nostro cuore. O
sono state ancora le cose (da fare, da comprare, da regalare…) i
padroni del nostro tempo?
Dialogare
con i nostri pensieri, ascoltare il nostro cuore non è un lusso: è
proprio una necessità. E’ questo il senso del riposo, il senso della
festa.
Per questo
il settimo giorno è un tempo bene-detto. Ed è per questo
che ritorna… ogni sette giorni!
Ritorna a
LA MENTE E L'ANIMA

Biblioteca Home


|