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LA CROCE… VUOTA
13 dicembre 2009
La
lettera di Enzo che abbiamo letto la settimana scorsa, nata
dalla sentenza della Corte Europea per i diritti dell’uomo sulla
presenza del crocefisso nelle scuole, ci ha dato occasione di
riflettere sul rischio che noi cristiani possiamo correre: quello di
sentirci i ‘proprietari’ del crocefisso e, di conseguenza, quello
di proporre (o addirittura di imporre) questa immagine come il
simbolo della nostra religione.
Alcune
persone mi hanno detto che i pensieri espressi in quelle righe non sono
così facili da accettare. Hanno ragione. Io non vi chiedo di essere
d’accordo con me: vi chiedo semplicemente di ascoltare quelle
riflessioni e di pensarci. Pensarci. Sia prima di accoglierle,
condividendole, sia prima di respingerle perché non le ritenete
condivisibili.
Il
dialogo è strumento di pace. Perché ci sia dialogo è indispensabile
che ciascuno di noi sappia, prima di tutto, ascoltare il pensiero
dell’altro. Anche il pensiero di chi la pensa diversamente da noi.
Il mio
timore è che il peso della tradizione, che è una grande ricchezza
culturale, può farci correre il rischio di chiudere i nostri pensieri e
la nostra capacità di porci delle domande. Così come ci fa correre il
rischio di congelare la nostra capacità di ascoltare le domande
che ci vengono poste da chi è cresciuto all’interno di storie e culture
diverse.
Dire questo
non significa dire che gli altri hanno ragione e noi torto. Significa
semplicemente dire che l’apertura al dialogo ci chiede di provare a
comprendere il senso delle domande che ci vengono poste.
Per
arricchire ancora le nostre riflessioni, oggi vorrei proporvi due
pensieri. Due pensieri che proviamo a dirci proprio in quanto
cristiani. Ce lo possiamo permettere, dato che i nostri incontri
settimanali si svolgono su questo nostro giornale.
Il primo.
Gesù di
Nazareth, l’uomo rappresentato nel crocefisso, è venuto nel mondo per
tutti. Non solo per i cristiani. Noi lo sappiamo bene. Il mio timore
è che ce ne dimentichiamo troppo facilmente. E nel momento in cui ce ne
dimentichiamo, ne facciamo un Dio-di-parte.
In un certo
senso rovesciamo le cose. Invece che lasciarci guidare dal pensiero che
noi apparteniamo a Lui (“egli ci ha fatti e noi siamo suoi” è
scritto nel Salmo 99,3) - noi tutti però, perché tutti siamo figli suoi,
non solo i cristiani -, pensiamo e ci comportiamo come se fosse Lui ad
appartenere a noi. Come se noi ne avessimo l’esclusiva, il monopolio.
Così
facendo, però, dimostriamo di aver dimenticato la rivoluzione che
Gesù ha portato tra gli uomini del suo tempo: il popolo ebraico,
compresi coloro che ne erano le guide (i sacerdoti, gli scribi, gli
anziani…), si era chiuso in sé stesso, pretendendo di tenere dentro i
propri confini perfino Dio, il ‘Creatore del cielo e della terra’. Gesù
ha insegnato che Dio è il Padre di tutti, non solo dei ‘figli di
Abramo’.
Io temo
fortemente che in certe prese di posizione, quando rivendichiamo certi
nostri diritti - che facilmente diventano privilegi -
anche noi cristiani corriamo il rischio di chiuderci dentro la nostra
torre d’avorio che chiamiamo cultura o tradizione.
Il
secondo pensiero.
Noi diciamo
che il crocefisso è il simbolo del cristianesimo. Ne siamo poi
così sicuri? Certo, l’uomo del crocefisso è Gesù di Nazareth, colui che
noi riconosciamo come il Cristo, cioè come il Figlio-di-Dio, il
Dio-con-noi. Ma non è il CROCEFISSO l’oggetto della nostra fede, la
sorgente della nostra speranza e la fonte del nostro amore, ma il
RISORTO.
Questo, lo
sapete bene, non sono io a dirlo! E’ la parola della Bibbia. L’apostolo
Paolo ai cristiani di Corinto scrive: “Se Cristo non è risorto, è vana
la vostra fede…” (1 Cor 15,17). E nella lettera ai Romani, a un certo
punto sente come la necessità di correggersi quando dice della morte di
Gesù, come a volerci ricordare che parlare della sua morte senza
guardare la sua resurrezione sarebbe un grosso limite. Scrive: “Cristo
Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato…” (Rm 8,34).
Se ci
pensiamo bene, magari una domanda ce la possiamo tenere: non sarebbe il
caso di rappresentare un po’ di più il Cristo risorto piuttosto
che il Cristo crocifisso quando vogliamo rappresentare con
un’immagine la nostra religione (= cioè il nostro legame,
la nostra unione con il Dio che ci ha fatto conoscere Gesù)?
E il
Crocefisso, allora?
Chi sa,
magari possiamo provare a riscoprire, e rappresentare, la CROCE.
Vuota, però.
Perché
vuota?
Prima di
tutto perché Gesù di Nazareth non è più sulla croce. Lui è morto duemila
anni fa, ma poi ha vinto la morte, risorgendo, e ora vive nella pienezza
della vita. Questa è la nostra fede.
Poi, perché
della croce vuota noi ne abbiamo bisogno. Perché quella croce fa
parte della vita. Ce lo dicevamo la settimana scorsa, ricordate? Il
fatto che anche Gesù ci sia dovuto passare, in fondo ci conferma, se ce
ne fosse ancora bisogno, che essa è parte integrante della strada che
tutti, proprio in quanto uomini, stiamo percorrendo.
Lui è lì,
per stare in nostra compagnia, proprio in quei momenti in cui siamo noi
a salire su quella croce vuota. E’ lì per dirci che siamo in buona
compagnia: la sua.
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