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UNA VIOLENZA INVISIBILE
29 novembre 2009
Cari
uomini (= maschi),
oggi voglio
parlare proprio con voi. Cioè parlare tra noi. Senza farci sentire dall’altra
metà del cielo, cioè dalle nostre donne.
Il
25 novembre è stata la Giornata Internazionale contro la Violenza
sulle Donne. Dieci anni fa l’Assemblea Generale delle
Nazioni Unite ha deciso di istituire questa giornata con lo scopo
di sensibilizzare governi, organizzazioni, società civile, mezzi
d’informazione e privati cittadini proprio su questo fenomeno che ancora
invade la nostra società. Società civile, diciamo. Civile? Ma vi
pare civiltà questa, se ancora dobbiamo parlare di violenza che noi
uomini facciamo verso le nostre donne?
In
quest’occasione tante parole si sono dette e scritte. Il fatto che si
debba parlare di violenza contro le donne credo che dovrebbe farci
arrossire di vergogna. Perché a fare violenza alle donne siamo noi
uomini, maschi. Noi, l’altra metà del cielo. Noi, il sesso forte.
Ma tra noi,
oggi, voglio parlare di una forma particolare di violenza di cui
non si parla mai. Anzi, so bene che, appena ve lo dirò, mi direte subito
che qui non c’è proprio nessuna violenza. Che, anzi, quest’atteggiamento
è del tutto normale. Che deve essere così.
Vediamo.
Avete presente cosa succede in famiglia quando nasce un bambino?
Durante i
nove mesi di gravidanza siamo tutti (o quasi) attenti alla nostra
compagna. Le chiediamo come sta, la coccoliamo, la seguiamo nelle visite
mediche (qualche volta), insomma le siamo vicini. Ma non è del tutto
chiaro se siamo vicini a lei o se, invece, siamo più vicini al figlio
che aspettiamo, al nostro erede. Sai, il pensiero di avere un
figlio ci riempie di orgoglio.
Perché
questo dubbio? Perché molto spesso facciamo come se la nascita di un
figlio fosse un affare da donne. Sai, noi siamo maschi, mica femminucce!
Noi dobbiamo produrre, fare politica, portare i soldi a casa…
Poi viene
il parto. Noi dove siamo? Oggi è abbastanza frequente che stiamo
con lei, almeno durante il tempo del travaglio. Alcuni di noi entrano
perfino in sala parto! E’ un po’ di moda, no?
E dopo?
Dopo, lei torna a casa. E ci torna con il bambino. Tutta una grande
festa… i nonni, i parenti, gli amici. Tutti a guardare il neonato, un
po’ la mamma - magari le chiedono come sta, quando si ricordano - e a
noi, neopadri, sì e no qualche complimento.
Ma è tutto
normale. In fondo noi che c’entriamo con la nascita di nostro figlio? O
no? Forse c’entriamo qualcosa. Perché, se ci pensiamo bene, questo
figlio l’abbiamo voluto anche noi. Anzi, certe volte succede che
lo vogliamo più noi di nostra moglie.
Il punto
viene adesso.
Una volta
che la gravidanza è finita, sono finiti i controlli, sono passati il
travaglio e il parto in ospedale, ora siamo tutti a casa e riprende
la vita di prima.
E no, non
riprende la vita di prima: ora c’è un figlio. Eh, sì che ci siamo
accorti che c’è un figlio: questo figlio ci sta portando via la moglie!
Diventiamo gelosi di nostro figlio. E che facciamo?
Trovata la
soluzione, anzi, le soluzioni. Perché le soluzioni sono due. La prima:
sapete che questo periodo, quello della nascita di un figlio e del suo
primo anno di vita è il periodo in cui è più frequente il tradimento
degli uomini verso le loro donne? Così ci dicono le statistiche. Visto
che la nostra compagna ora fa la mamma, noi andiamo ‘altrove’. Che
coraggio, eh?! Ma noi siamo il sesso forte, no? Per fortuna non tutti
facciamo così, anzi, grazie al cielo, è solo una minoranza che si
dimostra così… coraggiosa!
L’altra
cosa che facciamo – e ’sta volta siamo proprio tutti, invece, a farlo –
è che lasciamo le nostre compagne completamente sole con
nostro figlio. E lasciamo nostro figlio solo con la mamma. Certo,
dobbiamo andare a lavorare. Ma non è questo il problema. Il problema è
che noi pensiamo di non essere necessari né alla nostra compagna
di vita né al nostro bambino.
Ma questo
non è vero. Noi siamo non utili, ma necessari, indispensabili.
Indispensabili per i nostri figli. Indispensabili per le nostre
compagne.
Qualche
settimana fa avevamo parlato della depressione dopo il parto. Vi
ricordate? Bene: se una donna “ha la depressione dopo il parto” - così
dicono gli specialisti -, facciamoci subito una domanda: dov’è il
marito-e-padre del bambino? Vedrete che lui si è defilato bene bene.
E il bambino è tutto sulle spalle della mamma.
(Per non
parlare poi di quelli - pochi, per fortuna - che se la danno proprio a
gambe. Pensate, proprio in questi ultimi venti giorni ho incontrato due
giovani mamme, a distanza di una settimana l’una dall’altra. La stessa
storia: il marito ha detto: “Io non ti amo più”. E se n’è andato).
Questa è
una grande violenza che facciamo alle nostre donne (e ai nostri
figli): lasciarle sole con i nostri figli (e lasciare i figli soli con
le loro madri).
Un caro
saluto, da uomo a uomo, tra tutti noi, uomini-maschi del duemila!
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