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NOVEMBRE: SE NON CI FOSSE…
8 novembre 2009
Se non ci
fosse, bisognerebbe inventarlo. Inventare un tempo in cui possiamo
fermarci a riflettere. Riflettere sulla vita. Perché pensare alla
morte significa pensare alla vita.
Questi
giorni ci ritroviamo nei cimiteri. Con i nostri morti. In realtà ci
ritroviamo con noi stessi, con i nostri pensieri. Se possiamo
permetterci di ascoltarli.
Quali
pensieri?
Proviamo a
chiederci cosa andiamo a cercare al cimitero. Un incontro con coloro che
hanno vissuto prima di noi questa dimensione della vita che noi ancora
stiamo attraversando? Ma loro non sono lì. Lo sappiamo bene. Lì c’è
quella parte di loro che ormai ha esaurito la sua funzione: il corpo
fatto materia.
Altre volte
abbiamo riflettuto insieme sulla relazione tra la materia (che noi
chiamiamo corpo) e l’energia (che nel nostro linguaggio diventa
anima). Ci siamo detti come queste, la materia e l’energia, non
sono che aspetti diversi della medesima realtà. Che è la vita.
Questo è la scienza che ce lo insegna, che, cioè, ci dà gli strumenti
per comprenderlo.
Ma,
nonostante queste spiegazioni, dotte e affascinanti, rimane tutto
intero, nelle nostre anime, il mistero della relazione tra la
vita e la morte.
La scienza,
dicevo. Ma anche la scienza si ferma di fronte alla domanda di fondo
che abita le radici della nostra anima: perché c’è la morte nel
mondo? E perché c’è la vita? Qual è il senso del vivere e del
morire? Sembrano due realtà opposte, in contraddizione l’una con
l’altra.
Ma è
proprio così? E’ la contraddizione il loro legame, o quello che a noi
appare come contraddizione, contrapposizione, in fondo sono solo due
aspetti della medesima realtà, due modi diversi di presentarsi, due
modalità che si susseguono l’una dopo l’altra, in un fluire continuo?
Ma non è
questo il fluire della vita?
La fisica
ci dice che tutto ciò che esiste è immerso in un movimento continuo,
incessante. Vi ricordate? Ce l’eravamo detti anche in un’altra occasione
(nel maggio scorso, mentre riflettevamo sulla natura dell’anima).
Chi sa,
credo che dovremmo provare a dirci che c’è la morte perché c’è la
vita. E che proprio il suo fluire continuo richiede che essa si
manifesti in questa doppia faccia: dalla vita alla morte, dalla morte
alla vita. Ma se è così, allora dovremmo anche provare a dirci che la
morte non è non-vita, ma solo una modalità diversa che la vita
assume per esserci.
Halloween! Direte: “Che c’entra Halloween?”. E forse avete ragione a
farvi questa domanda. Perché non è una festa (festa?) che ci appartiene,
che appartiene alla nostra storia e alla nostra cultura. Mah! Interessi
commerciali e una certa ignoranza culturale hanno fatto sì che ce la
dobbiamo sorbettare…
E, visto
che ormai c’è, vediamo se ci può essere utile per una riflessione. Io ci
provo. (Una parentesi per dire una parola agli insegnanti, che sono
maestri di vita per i loro alunni. Sarebbe bello che nelle nostre
scuole, soprattutto con i bambini, gli insegnanti aiutassero i loro
alunni a riflettere anche sulle feste, come su ogni altro momento
di vita. Se non facciamo questo, cari colleghi, diventiamo solo
trasmettitori di nozioni. E, oggi come oggi, potremmo diventare una
brutta copia di internet - che, di nozioni, ne sa certo più di noi!)
Dunque
Halloween. Intanto entriamo nella parola. Halloween è una forma
contratta che comprende tre parole: all (= tutto) + hallow
(= santo) + eve (= vigilia). Sono parole della lingua inglese.
Perché è dalla tradizione anglosassone che deriva. Il suo significato,
quindi, è semplicemente la vigilia di Tutti i Santi. La festa che
noi cristiani celebriamo il 1° novembre.
In realtà
la sua origine sembra essere ancora più lontana nel tempo, più antica
ancora della festa cristiana di Tutti i Santi: le sue radici le possiamo
ritrovare in un’antica festività celtica, il Samhain (=
passaggio). Questo era il giorno di passaggio tra la stagione calda e la
stagione fredda, ed era il giorno in cui in cui si credeva possibile
attraversare il confine tra il mondo dei morti e il mondo dei vivi.
Vedete, da
sempre la domanda sulla vita e la morte ha accompagnato
l’umanità. Gli uomini di tutti i tempi e di tutte le culture si sono
interrogati sul senso del loro rapporto indissolubile, e sul significato
che può avere per noi il fatto che, da sempre, esse si presentano
inscindibilmente legate.
Ci possiamo
scommettere che questo interrogativo continuerà ad accompagnarci per
lungo tempo ancora. Per tutto il tempo in cui la specie umana continuerà
a vivere sulla terra.
Proviamo
allora a non avere paura di tenerla aperta, questa domanda. La teniamo
aperta con noi stessi. Quando siamo da soli. Quando siamo in
compagnia di altre persone che non si lasciano vincere dalla paura o
dal panico di fronte al pensiero della morte e accettano, insieme, di
scambiarci dei pensieri. Teniamola aperta anche con i nostri cari
defunti che ci hanno lasciato qui, in questa dimensione della vita,
e stanno continuando la loro vita, insieme con noi, in una
dimensione e in un ‘mondo’ che noi ancora non conosciamo.
Se ci
lasciamo accompagnare da questa domanda, allora possiamo essere certi
che, almeno noi, non corriamo il rischio di fare una festa con… le
zucche vuote!
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