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GENITORI: UNO O DUE?
(1)
18 ottobre 2009
Quattro
mesi fa è nata Lucia, la nostra prima figlia. Io passo tutto il giorno
con lei e certe sere sono proprio stanca. Però devo dire che non è lei
che mi affatica. E’ la mancanza di un supporto morale, di un dialogo col
mio compagno, del non ricevere ascolto e sostegno mentale dopo giornate
piene di impegni ed evoluzioni. Come ieri: quando lui torna va a
riposare perché stanco del lavoro, poi mangia; e prima di uscire per la
partita di calcetto con gli amici si mette pure a giocare con la
playstation. Questo mi stanca mentalmente più delle notti insonni tra
pappe e pannolini. Magari sbaglio io.
Marta B.
Cara Marta,
lei non sbaglia. O un po’ forse sì. Vediamo.
Da quattro
mesi, la vostra vita è cambiata: Lucia ha portato una nuova energia
nella vostra casa. Ed ora questa energia chiede di essere accolta e di
essere condivisa. Tra voi.
Lei e il
suo compagno siete i suoi genitori. Vede, finché usiamo questa
parola, possiamo pensare che siete ‘alla pari’: nel senso che, da quando
siete diventati genitori, vi ritrovate tutti e due con la casa
illuminata dalla vostra bambina e riempita dalla sua presenza. Lei vi
dona gioia e piacere, e vi chiede tanto impegno e tanta cura. Siete i
suoi genitori, dicevo.
Se, però, al posto di genitori proviamo ad usare altre due
parole, mamma e babbo, allora troviamo subita una grande
disparità. Che significa grande differenza.
Lei è in
casa, il suo tempo è riempito dalla presenza di Lucia. E ogni volta che
i vostri occhi s’incontrano e ogni volta che lei guarda questo piccolo
angelo entrato nella sua vita, è come se Lucia le ricordasse che lei,
Marta, ora è la sua mamma e lei, Lucia, la sua bambina. Per di più
questo richiamo, che ora si moltiplica mille volte al giorno, arriva
dopo nove mesi di un’intimità unica, che insieme avete vissuto.
L’intimità della gravidanza. Che è appartenuta soltanto a voi due.
E il suo
compagno?
Lui esce il
mattino e torna la sera. A lui non arriva un richiamo così forte, così
intenso. E così frequente. Certo, lui ora è diventato padre. Ma è come
se ancora non sapesse bene cosa questo significhi per lui. Lui non ha
esperienza - come del resto non l’aveva lei prima di diventare madre.
Si dice, di
solito, che nessuno ci insegna a fare i genitori. Eppure tutti, in
realtà, abbiamo frequentato una scuola. Ci aveva mai pensato? La
scuola che abbiamo frequentato per imparare a fare i genitori è
la nostra famiglia d’origine: quella in cui siamo nati e cresciuti.
Questo significa che ciascuno di noi ha interiorizzato un modello
di genitore. Nel bene e nel male. Per gli aspetti buoni e positivi, come
per quegli aspetti meno buoni o addirittura negativi.
Il modo in
cui nostra madre si è presa cura di noi, diventa modello di riferimento
per una giovane donna che diventa mamma. Così come il modo in cui nostro
padre si è comportato con noi diventa modello di riferimento per un
giovane uomo che diventa padre.
Se vogliamo
usare un’immagine, possiamo dire che una donna, per fare la mamma, apre
il quaderno di appunti della sua vita (quello conservato nella
memoria del suo cuore e della sua mente) dove trova ‘scritto’ come sua
madre ha fatto la mamma con lei. E lei tenderà ad essere una mamma come
sua madre. Lo stesso avviene per il suo compagno: lui troverà ‘scritto’
nel suo quaderno come suo padre ha fatto con lui e tenderà a
ripetere lo stesso comportamento.
Automaticamente? Saremo proprio uguali a loro? No. Non proprio uguali.
Perché possiamo apportarvi delle correzioni: possiamo cambiare qualcosa
di ciò che non ci è piaciuto e non ci piace, e potenziare, invece, ciò
che i nostri genitori hanno fatto di buono con noi.
A questo
punto, allora, dobbiamo chiederci: come sarà stato il padre del suo
compagno con lui bambino? Forse anche lui era tutto impegnato nel suo
lavoro e nei suoi hobby, lasciando la cura e l’accudimento del figlio
alla sola mamma? E’ molto probabile che sia stato così: questo era un
modo piuttosto comune di fare il padre, trenta o quaranta anni fa. Come
era piuttosto normale che una madre si prendesse cura dei figli solo
lei, lasciando il marito del tutto, o quasi del tutto, fuori.
Una domanda
analoga, però, dobbiamo farci anche per lei. Come ha fatto la mamma con
lei sua madre? Forse anche sua madre ha fatto un po’ come da genitore
unico con i suoi figli, lasciando che il marito stesse in panchina
piuttosto che a ‘giocare’ sul campo di padre?
Oggi le
scienze psicologiche ed educative ci dicono che questo modello ‘vecchio’
non è buono né per i figli né per i genitori. I figli hanno bisogno
della presenza e delle cure della mamma così come hanno bisogno della
presenza e delle cure del babbo.
Il suo
disagio, quello che la fa sentire ‘sola’ con la bambina, è un buon
segno. Lo ascolti. Significa che nel suo cuore lei sente che non può
fare da madre e da padre. E sente bene. Perché Lucia ha bisogno
anche della presenza del babbo. Proprio come lei ha bisogno della
presenza del suo compagno per crescere bene la vostra bambina.
Ricorda?
Dicevo sopra che forse anche lei sbaglia. E’ qui, nel come si
giocherà questo disagio, che lei può sbagliare.
Proveremo a
vederlo la prossima settimana: ripartiremo proprio da qui. Per ora
grazie per le riflessioni che ci permette di condividere.
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