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DIO: PADRE E MADRE
(2)
11 ottobre 2009
Ricordate
la lettera di Claudia? Ci invitava a riflettere sull’immagine di
Dio come padre e/o come madre. Nel fare le nostre
riflessioni ci dicevamo che quando la psicologia tenta di parlare di Dio
può farlo solo partendo dalla conoscenza che essa ha dell’uomo, e può
farlo con tutti i limiti del linguaggio umano. Come, del resto,
fanno tutte le scienze, compresa la teologia - la scienza che, per
definizione, si occupa dell’immagine di Dio [dal greco theòs (=
dio) + lògos (= studio)]. Le scienze ‘umane’ non possono che
usare un linguaggio ‘umano’. Ed è con questo che ci dobbiamo muovere
anche quando parliamo di Dio e del nostro rapporto con Lui.
Insieme ci
siamo fermati a riflettere sul fatto che l’immagine di Dio che noi ci
costruiamo nasce dall’esperienza di cura e di accudimento che facciamo
(abbiamo fatto) nel rapporto con i nostri genitori: il babbo e la mamma.
Questa riflessione ci ha portati a vedere come limitare l’immagine di
Dio al solo padre significa impoverire la percezione del
nostro legame d’amore con Lui e del suo legame di amore con noi.
La
psicologia ci aiuta a comprendere che, proprio perché siamo umani,
ci rimane più difficile avvicinarci alla relazione d’amore con Dio se
usiamo un’immagine limitata alla sola relazione paterna. E’ un po’ come
impoverire la nostra vicinanza con Lui. Richiamare, invece, al nostro
cuore l’esperienza di affetto e di accudimento che abbiamo vissuto
anche con nostra madre e provare a ritrovarla nella
relazione con Dio, diventa un grande dono che facciamo a noi stessi
- oltre che un più pieno ‘riconoscimento’ del Suo modo di essere con
noi.
Ed è
proprio su questo riconoscimento che oggi vogliamo riflettere, facendoci
la seconda domanda. Non vi sembra limitante guardare Dio
attribuendogli un genere (= quello maschile)?
La Bibbia,
nel mito della creazione del mondo, ci racconta che nel dare vita
all’essere umano Dio l’ha fatto “a sua immagine e somiglianza”,
facendolo “maschio e femmina” (Cfr. Genesi 1,27). Come dire che in Dio è
presente sia il maschile che il femminile.
In parole
molto semplici potremmo dire che Lui è uomo-e-donna. Ma, vedete, già
dire ‘Lui’ è limitante: è come vederlo di genere maschile. Se volessimo
essere più precisi, dovremmo dire che Lui/Lei è uomo-e-donna.
Meglio ancora, forse, dovremmo dire che Lui/Lei non è né uomo né donna:
Lui/Lei è la pienezza della Vita.
Capisco che
certe parole possono sembrare fuori luogo, come ‘stonate’, quando
parliamo di Dio. Ma proviamo a tenerle per un momento. Consapevoli dei
limiti del linguaggio umano. Il linguaggio, del resto, riflette la
nostra esperienza e noi non abbiamo esperienza di un essere vivente che
sia nella pienezza della vita, cioè che non sia o maschio o femmina.
Ecco perché, come dicevamo prima, siamo costretti a usare delle
immagini.
E’ per
questo che nelle religioni che, per avvicinarsi a Dio, usano più
immagini della divinità, ci sono sempre divinità (= immagini) maschili e
divinità (= immagini) femminili. Oggi possiamo guardare l’induismo, per
esempio. Ma ricorderete che anche gli antichi romani e i greci avevano
il loro Olimpo abitato da dèi e dèe, divinità maschili e divinità
femminili. Questo, sempre perché come esseri umani possiamo parlare di
Dio/Dea solo per immagini. E le diverse divinità non sono che
immagini di Dio: come se ciascuna ne rappresentasse un aspetto
particolare.
Nelle
religioni che chiamiamo ‘monoteiste’ (mònos = uno solo + theòs
= dio) - l’ebraismo, il cristianesimo, l’islam - abbiamo bisogno di
recuperare questa duplicità di genere (maschile e femminile) quando
parliamo di Dio. E’ la nostra esperienza umana che ce lo
richiede. Questa riflessione, del resto, è molto antica. Pensate che in
una pagina di 2.500 anni fa troviamo scritto: “Dice il Signore:
«Avrò cura di voi come una madre
che allatta il figlio, lo porta in braccio e lo fa giocare sulle proprie
ginocchia. Come una madre che consola il figlio, io vi consolerò.»” (Si trova nel libro di Isaia: 66,
12-13). Possiamo pensare che è Lui stesso che, conoscendoci molto bene,
sa che abbiamo bisogno di incontrarlo anche nella sua dimensione
di madre.
Secondo me
queste riflessioni, se proviamo ad ascoltarle, ci fanno cogliere
l’incontro di un doppio bisogno. Un bisogno nostro: di
ritrovare nel rapporto con Dio l’esperienza del legame d’amore che
viviamo con entrambi i nostri genitori, e non solo con nostro padre. E
un bisogno di Dio: di farsi conoscere da noi nella pienezza del
suo amore, paterno e materno.
Se essere
credente significa vederci in questa relazione d’amore con il Creatore
del mondo, allora, io penso, poterlo chiamare Padre-e-Madre
significa essere fedeli a lui ed essere fedeli a noi stessi.
(Dio: padre e madre 2. fine)
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