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DA BUONI COLTIVATORI…
(2)
26 luglio 2009
La
settimana scorsa, parlando in merito a certi comportamenti dei nostri
politici, ci siamo fermati a riflettere sul rapporto che lega loro a
noi e noi a loro. Se li abbiamo eletti, ci dicevamo, significa
che in qualche modo ci sentiamo da loro rappresentati. Nei valori, nelle
scelte, nel modo di vedere la vita sociale (e personale?). Ci dicevamo
che essi, in fondo, sono un po’ come i frutti di un albero. E
quest’albero siamo noi. Noi italiani.
E con
questa immagine nella mente, c’eravamo lasciati con una domanda: se i
nostri politici sono il frutto di questa società (= noi
italiani), noi che albero siamo?
Così
c’eravamo lasciati: con questo interrogativo aperto e con un po’ di
tristezza nell’animo. Se le persone più in vista, quelle che occupano i
primi posti nella vita politica e sociale, si comportano con tanta
leggerezza e superficialità, a volte addirittura con strafottenza e
supponenza, dimostrando di non avere alcuna consapevolezza di quanto il
loro modo di vivere diventi non solo espressione di ciò che sono, ma
anche modello di comportamento per milioni d’italiani… Se è così, come
fare a cambiare le cose? Quale strada possiamo/dobbiamo percorrere per
intraprendere una via di cambiamento e di rinnovamento?
Ci avevano
accompagnato le parole di due maestri. Vissuti in epoche e in
aree culturali e geopolitiche molto diverse. Un filosofo dell’antica
Grecia, Platone, e un profeta della Palestina, Gesù. Ambedue grandi
conoscitori dell’animo umano. Potremmo dire due grandi maestri di
psicologia (ancora prima che la psicologia come scienza venisse
riconosciuta!).
Indipendentemente da come possiamo vedere la figura di Gesù di Nazareth
- per i cristiani egli è Dio-con-noi, per tutti gli altri è
sicuramente un grande maestro di vita -, riprendiamo oggi le sue
parole: «Ogni albero si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono
fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L'uomo buono
dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l'uomo cattivo
dal suo cattivo tesoro trae fuori il male» e aggiunge: «La sua bocca
infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda» (Luca 6, 44-45).
Parafrasando il proverbio ‘dimmi con chi vai e ti dirò chi sei’,
potremmo anche dire ‘guarda come fai (= come ti comporti) e saprai come
sei’. Il nostro comportamento esprime i nostri valori, ciò che crediamo
importante.
Qualche
esempio. Se facciamo di tutto pur di accumulare più soldi,
significa che i soldi sono per noi la cosa più importante. Se facciamo
di tutto per aiutare un amico che si trova in difficoltà, significa che
per noi l’amicizia è un grande valore. Se un uomo cerca ad ogni costo
l’occasione per fare sesso con una donna - che sia sua moglie o meno, a
lui non importa -, vuol dire che per quest’uomo il sesso viene prima di
ogni altra cosa, perfino prima della parola di fedeltà che ha dato alla
sua donna, o prima del rispetto che si dovrebbe verso un altro essere
umano. Se per fare carriera siamo disposti a venderci al padrone di
turno, anche a costo di tradire o sacrificare amicizie e rispetto,
significa che il nostro interesse privato viene prima di ogni altro
valore… E così via.
«La bocca
esprime ciò che dal cuore sovrabbonda». Potremmo dire anche che il
comportamento di una persona esprime il suo atteggiamento interiore.
Per cui se
davvero si vuole cambiare il comportamento bisogna cambiare
l’atteggiamento interiore. Il modo di reagire alle situazioni. Il
modo di valutare le situazioni. Diventa necessario attivare la
consapevolezza di quali sono i valori che ci guidano nelle nostre
scelte.
Non sunt
facienda mala ut veniant bona (= non è lecito fare il male con
l’obiettivo di fare del bene), scrivevano nel nostro antico latino. Ma,
visto che il male già viene fatto, perché non ‘approfittarne’ per
fermarci e rifletterci un po’? In altre parole, perché non guardare alle
defaillance dei nostri rappresentanti per provare a guardare un
po’ meglio che cos’è importante per noi, quale scala di valori
guida le nostre scelte, i nostri comportamenti. In altre parole, quali
sono i valori, e le norme che da questi derivano, che prendiamo a guida
del nostro comportamento quotidiano.
Due sono i
timori che si affacciano alla mia mente.
Il primo:
che possiamo arrivare perfino a guardare con una certa dose d’invidia i
nostri uomini di successo, con una sorta di desiderio, quasi augurandoci
di essere noi al loro posto. Per poi fare proprio come fanno loro.
L’altro:
che, abituati a tollerare tutto, perdiamo ogni sensibilità allo
scandalo. In greco scàndalon significa ostacolo,
inciampo: è la pietra, il gradino, il sasso sul quale s’inciampa
camminando. Recuperare la capacità di scandalizzarci (= di
accorgerci che c’è un ostacolo sul quale possiamo inciampare,
camminando) significa evitare di inciampare, di cadere. Quindi di
farci male.
Tutto
questo per diventare dei buoni coltivatori. Per prenderci cura
dell’albero che siamo. Nella convinzione che, se ben curata, questa
pianta riprenderà a dare buoni frutti. Da gustare noi. E da
lasciare in eredità ai nostri figli.
(L’albero e i frutti 2. fine)
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