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PIANETA FAMIGLIA (12)
DEPRESSIONE DOPO IL PARTO?
(2)
12 luglio 2009
Vi
ricordate il discorso della settimana scorsa? Ci dicevamo dei
cambiamenti nella vita di una donna dopo la nascita di un bambino.
Eravamo arrivati a guardare una sua giornata. Dal mattino alla sera (=
di giorno) e dalla sera alla mattina (= di notte). Perché non solo il
giorno, ma anche la notte è profondamente cambiata.
A un certo
punto c’eravamo fermati. Ora proviamo ad andare avanti.
E’ sera e
sta per tornare a casa il marito (e padre del bambino).
Lui torna dopo una giornata di lavoro. Cosa si aspetta? Come minimo che
lei lo accolga con un gran sorriso, magari anche con un bacetto.
Poverino, ha faticato tutto il giorno! E ha lavorato per loro (= la
moglie e il figlio), mica per lui soltanto.
Invece…
invece entra a casa: “Ciao, amore! Sono tornato!”, “Ciao…”. Un ciao a
mezza bocca, uno sguardo stanco, le occhiaie. Anche i capelli sono
stanchi. E lei è triste. Sfinita. “Ma come? – dice lui prontamente – che
succede? Sei stanca? Ma sei stata a casa tutto il giorno!”. Lei non
risponde, non ne ha neanche la forza. “Allora cosa dovrei dire io che ho
dovuto faticare tutto il giorno, combattere con quegli s… di colleghi?
Lo sai, no, come sono…”. Poi, tanto per dirle un’altra gentilezza: “Ma
di che ti lamenti? Ci potessi stare io tutto il giorno a casa con nostro
figlio!”. Poi la guarda - era ora! - e vede che le scendono due lacrime.
Lei non gli
dice niente. Nella sua mente risuonano: “Di che ti lamenti? Ci potessi
stare io tutto il giorno a casa con nostro figlio”. Rimbombano queste
parole, come quelle case acustiche nei concerti rock che ti fanno
tremare anche lo stomaco. Le verrebbe da dirgli: Mica male? Sarebbe
un’idea… Poi, però, un pensiero la ferma: Tanto lui non riuscirebbe a
capire. E qui, non più un pensiero, ma un’emozione forte, quasi un tuffo
al cuore: neanche lui! Neanche lui mi capisce.
Neanche
lui. La persona che ha condiviso con lei il progetto di un figlio,
che ha vissuto con lei tutta la gravidanza. E’ stato con lei perfino in
ospedale per il travaglio e il parto. Neanche lui! E’ proprio sola. Sola
con questo bambino. Arrivato da pochi giorni e già tanto presente. Al
centro del suo mondo, di giorno e di notte. Di notte e di giorno.
Direte:
“Non ti pare che la stai facendo tanto tragica? Tutti hanno fatto un
figlio, anzi, tutte. E tutte ce l’hanno fatta benissimo”. Certo. Ce
l’hanno fatta. Ma ve l’hanno mai raccontata la fatica che hanno dovuto
fare? La solitudine che hanno vissuto? Ve l’hanno mai detto di quando,
sfinite perché non sapevano più che fare con questo bambino che
continuava a piangere e a non voler dormire, sentivano l’impulso di
sbatterlo da qualche parte? Lo so che vi scandalizzate per queste
parole. Lo fate, perché a voi non ve la raccontavano tutta, le vostre
compagne. Poi, perché non avete mai visto il vostro bambino sbattuto da
qualche parte, perché lei non l’ha mai fatto. Grazie a Dio e alla sua
prontezza di spirito.
Ma quanta
solitudine. Quanti sensi di colpa per aver solo sentito,
in quei momenti, nel suo cuore, la rabbia, l’impotenza, la disperazione.
Perché anche lei ha dentro di sé il mito della madre perfetta.
Anche lei ha fatto sua l’idea che una mamma è solo una mamma.
Sempre attenta, sempre disponibile, sempre comprensiva, sempre paziente,
sempre capace di capire suo figlio, di capirlo subito, di sapere sempre
e subito cosa fare, in ogni momento. Sempre. Tutto. Subito.
E’ davvero
bello avere un bambino. “E’ il regalo più grande che la vita possa farti
- mi diceva qualche giorno fa una giovane mamma con il figlio di venti
giorni. Quando lo guardo e lui mi guarda, mi passa tutto”. Dopo un po’:
“Certe volte, però, mi viene da piangere. E non capisco perché. Dovrei
essere felice. Solo felice. Me lo dice anche mio marito: ‘ma non
sei felice che abbiamo un bambino?’ Ci dev’essere qualcosa che non va
dentro di me. Che ne dice lei, dottore?”.
Che ne
dico?
A lei
dovrei dire che se, accanto alla felicità che le riempie il cuore quando
guarda il suo bambino, ogni tanto si permette di sentire la stanchezza
e, in certi momenti, perfino di non farcela più, tutto questo è il segno
che lei è una donna ‘normale’. Una buona madre (=
sufficientemente buona - ricordate?).
Ma una cosa
vorrei dire agli uomini di queste donne.
Cari
mariti, le vostre compagne hanno bisogno di voi. Di sentire
che voi state dalla loro parte, che ne comprendete la fatica (che,
almeno, ci provate): facendovela dire, ascoltandola. Smettete di pensare
che stare in casa tutto il giorno con un bambino piccolo, che dipende in
tutto e per tutto da voi, sia una cosa facile. Che sia una cosa meno
faticosa della fatica che fate nel vostro lavoro. Ricordate: se non ci
siete voi accanto alla vostra donna, in un momento così importante nella
vita della vostra famiglia, rischiate di perderla. Di perdervi. E se vi
perdete, non pensate che rischia di perdersi anche il vostro bambino?
Oggi ci
fermiamo qui. Noi ne riparleremo.
Ora,
invece, sottovoce, una parola tra addetti ai lavori. Cari
colleghi, pronti, in scienza e coscienza, a diagnosticare la
depressione, vogliamo provare a passare tre giorni (= dal mattino alla
sera e dalla sera alla mattina) al posto di questa donna? Solo tre
giorni. Chi sa, magari qualche depressione post partum in meno
potrebbe uscire dalle nostre penne… e qualche parola in più riusciremo a
spenderla con i compagni di queste donne. Per aiutarli ad esserci. Che
ne dite?
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