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VICINI, NEL SILENZIO
26 aprile 2009
E’
passato il terremoto, dicevano i nostri vecchi. Proprio due
settimane fa riflettevamo sulla parola Pasqua, che significa
passaggio. Ma quest’anno è stato un ospite non gradito a passare,
proprio nei giorni di pasqua. E’ passato il terremoto: un modo di
dire che esprime l’idea che ‘qualcuno’, passando, viene a
scuotere le nostre sicurezze.
Nelle
nostre case è passato come un soffio di vento. Impetuoso. Nelle
case dei nostri vicini, a sole due ore di strada, è passato come una
furia, facendosi accompagnare dalla distruzione e dalla morte.
Sconforto.
Paura. Terrore. Panico. Disperazione. I nostri cuori hanno ritrovato
sentimenti che non vorrebbero mai trovare.
Il
terremoto che passa fa crollare le nostre certezze. La casa che
non ci protegge più e la natura che si rivela non governabile da noi
umani: due segnali che ci mettono davanti tutta la nostra fragilità e ci
fanno perdere i nostri punti di riferimento.
La casa.
L’essere umano è un animale che appartiene alla terra, e come tutti gli
altri animali trova sicurezza nel suo rifugio. Il nido, la tana
sono il luogo dove gli animali si ritirano per far nascere i loro
cuccioli, per difendersi dai predatori, per ripararsi dalle intemperie.
Anche l’animale-uomo trova sicurezza nel suo rifugio. Ma quando a
crollare è proprio il luogo della sicurezza, ci sentiamo scoperti, come
in balia di forze dalle quali non possiamo difenderci. La casa che
trema ci getta nel panico. La perdita del nido ci getta in
mezzo alla strada. La perdita del luogo dove poterci rifugiare nel
momento del pericolo ci fa sentire nudi, in balia di ogni
possibile minaccia. Non possiamo più andare da nessuna parte per trovare
rifugio e conforto. Sia in senso fisico (reale) che in senso morale
(affettivo).
La
natura. La grande evoluzione della tecnologia e della scienza, che
caratterizza il nostro tempo, ci porta sovente a guardarci come i
‘padroni’ della natura. In grado di controllarla. E la pensiamo sempre
più come una natura addomesticata. I super computer che fanno
calcoli che la nostra mente non riuscirebbe neanche ad immaginare; la
capacità di entrare dentro l’infinitamente piccolo, superando il limite
che i nostri padri avevano chiamato ‘atomo’ (= qualcosa che ‘non può
essere sezionato’); l’ingegneria genetica che ci fa sognare figli
‘perfetti’, immuni da difetti o da malattie… Sono alcuni dei tanti
aspetti che ci fanno dire che il sogno dell’onnipotenza umana sta
per realizzarsi.
Di fronte a
tutto ciò, la natura che ci parla - questa volta con la voce del
terremoto, altre con la voce di un’alluvione, di una malattia… - ci
mette davanti alla nostra piccolezza. E l’immagine di noi, uomini del
duemila, oscilla: tra il sogno dell’onnipotenza e l’esperienza della
fragilità e della piccolezza.
Possiamo
provare ad ascoltare questa voce? Potrebbe giungerci come un richiamo ad
attivare un nuovo atteggiamento con la natura: ritrovare la
capacità di ascoltarla e di rispettarne le leggi. Invece di ostinarci,
con la nostra presunzione, nel volerla piegare ai nostri interessi.
Noi
siamo parte di questa natura. Come possiamo pensare di poterla
‘piegare’ secondo i calcoli delle nostre piccole menti? Se riuscissimo a
comprendere che la tecnologia e la scienza, strumenti preziosi
dell’ingegno umano, devono servirci a conoscere meglio le leggi che
regolano il funzionamento dell’universo e la vita degli uomini sulla
terra…
*
Ma ora, in
un momento così particolare come quello che stiamo vivendo questi
giorni, vorrei guardare con voi ad un altro aspetto. Un pensiero su
come comportarci con quelle persone che si sono trovate in mezzo a
questa terribile esperienza e con coloro che, pur stando qui - quindi
non toccate direttamente dal terremoto - vivono tuttavia momenti di
terrore o di panico. Che fare con loro? Cosa dire?
Molte
volte, quando una persona cara si trova in un momento difficile, noi ci
mettiamo a parlare, a dire parole e pensieri. A volte chiari, altre
confusi. E non ci accorgiamo che al cuore di chi sta male non arrivano
né le nostre parole né i nostri pensieri.
Ciò che può
arrivare è la nostra vicinanza. Il tempo che sappiamo
condividere. Il silenzio, che è capacità di ascolto, con cui
sappiamo essere vicini.
Quando il
dolore invade la nostra anima, non abbiamo bisogno di sentire parole.
Abbiamo bisogno di trovare qualcuno che sappia accogliere le nostre
parole e i nostri pensieri. Senza invadere lo spazio del cuore, già
pieno del nostro dolore. Senza giudicare. Senza che ci venga a dire cosa
dobbiamo fare. Quando stiamo male abbiamo bisogno di lamentarci. Di
piangere. Di imprecare, a volte. Abbiamo bisogno di trovare qualcuno che
sappia ascoltare il nostro dolore. Senza scappare. Senza chiuderci la
bocca e soffocare le nostre parole con le sue. E’ il nostro dolore che
ha bisogno di uscire, di trovare qualcuno che lo possa condividere. Che
gli riconosca il diritto di esistere, la dignità di un sentimento nobile
e vero.
In un
libro di alta psicologia - quando ancora la psicologia non si
sapeva neanche cosa fosse, ma, sembra, si sapeva molto bene cosa fosse e
come fosse l’uomo - si racconta: “Tre amici di Giobbe vennero a
sapere della sua grande disgrazia. Partirono allora per andare insieme
da Giobbe a fargli le condoglianze e a dargli conforto. Scorsero Giobbe
da lontano, ma non lo riconobbero. Quando gli furono vicini e videro la
sua grande sofferenza, si misero a piangere… Poi si sedettero a terra,
con lui, per sette giorni e sette notti, senza dirgli una parola, perché
vedevano che molto grande era il suo dolore” (cfr. Giobbe 2,11).
Gli amici.
Sette giorni e sette notti stanno con lui, senza dire una
parola. Vicini. Nel silenzio. Siamo, più o meno, duemilacinquecento
anni fa… Non lasciamoci scappare tanta saggezza.
Vicini, nel
silenzio.
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