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PIANETA FAMIGLIA (7)
MATRIMONIO O CONVIVENZA?
29 marzo 2009
Riprendiamo
il nostro viaggio sul pianeta famiglia. Nell’ultima tappa ci
dicevamo che oggi, una volta esaurito il tempo del fidanzamento,
arrivato il momento di prendere la decisione di andare a vivere insieme,
ci si pone un interrogativo: matrimonio o convivenza?
E’ un
interrogativo ‘moderno’? Non so se sia indice di modernità. So,
comunque, che è un interrogativo di attualità. Nel senso che pare
scontato che una coppia se lo debba comunque porre.
Cosa guida
una coppia nello scegliere tra matrimonio e convivenza? Quali pensieri
l’accompagnano? Diverse sono le componenti che orientano la decisione.
Proviamo a prenderne in considerazione alcune: quelle che più
frequentemente vengono addotte come ragioni valide per scegliere di
andare a convivere piuttosto che sposarsi.
La prima
nasce spesso dal pensiero che un periodo di convivenza è come una
prova generale per capire meglio se potremo farcela a vivere bene
insieme; in altre parole, se siamo proprio fatti l’uno per l’altra.
Una seconda
ragione trova le sue radici nella situazione economica: fare un
matrimonio costa un sacco di soldi, adesso non possiamo permettercelo,
poi si vedrà.
Una terza
ragione poi viene portata, con una certa frequenza. E con forza. Suona
più o meno così: quello che ci lega è il nostro amore. Non è
certo una cerimonia che lo rende più vero. Né dobbiamo rendere conto ad
altri: non abbiamo bisogno di nessun riconoscimento, né dalla comunità
civile (lo stato) né da quella religiosa (la chiesa).
(Ci sarebbe
almeno un’altra situazione da considerare: quella delle famiglie
ricostituite. Le nuove famiglie che formano coloro che hanno già un
altro matrimonio alle spalle. Ma di questo parleremo in una prossima
occasione.)
Sempre nel
rispetto di queste scelte, proviamo a fare alcune riflessioni.
Circa le
difficoltà economiche, sappiamo bene che non è certo una cerimonia
da divo di Hollywood che rende più bello il matrimonio: la bellezza e la
gioia di un matrimonio non sono proporzionali allo sfarzo che
l’accompagna.
Rispetto
alla prova generale dobbiamo dirci, purtroppo, che l’esperienza
ha dimostrato ormai da tempo che i matrimoni fatti dopo un periodo di
convivenza non si sono dimostrati più stabili degli altri.
Circa la
terza ragione (= l’amore come scelta esclusivamente privata)
credo che dovremmo ascoltarla con più attenzione. Sia chi la sostiene
sia chi non la condivide. Ci proviamo.
Una cosa
sembra certa: quando due persone decidono di condividere la vita c’è
sempre un pensiero che accompagna questa decisione. Un pensiero che
possiamo tradurre con le parole ‘per sempre’. Se dovessimo
iniziare con il pensiero ‘finché dura’, sarebbe come dire che
vogliamo entrare in casa, mentre in realtà decidiamo di restare sulla
porta. Né dentro né fuori. Non ci si sta bene: siamo esposti a tutte le
correnti.
Sposarsi
significa dirsi per sempre. Certo, sappiamo che potrà anche non
essere così, ma un pensiero nascosto, sempre presente però, almeno come
augurio e speranza, è che “se questo vale per gli altri, non sarà così
per noi due”. Tale pensiero è così forte, anche se non detto, che quando
una coppia si trova a dover affrontare una separazione, questo momento è
sempre accompagnato da un senso di fallimento e di grande sofferenza.
Fallimento rispetto ad un progetto: il progetto che nasce,
appunto, con le parole ‘per sempre’.
Anche
quando due persone decidono per la convivenza? Sì. Nelle profondità
dell’anima è così. Il bisogno di sottolineare la forza dell’amore che ci
lega esprime proprio questo desiderio. Se così non fosse, non sarebbe
tanto dolorosa la separazione che chiude una convivenza. Anche quando si
interrompe una convivenza, è con il fallimento di un progetto che ci si
trova a fare i conti.
Potremmo
chiederci, allora, se al fondo ciò che fa la differenza nella scelta tra
matrimonio e convivenza non sia la dimensione più o meno
esplicita – quindi più o meno consapevole – del progetto.
Decidere
per il matrimonio significa assumersi un impegno non solo l’uno
verso l’altro all’interno della coppia, ma anche di fronte alla comunità
di cui si è parte. E nello stesso tempo significa chiedere che la
comunità stessa ci riconosca nella nuova dimensione di coppia/famiglia.
Parliamo, naturalmente, di comunità civile (sempre) e di comunità dei
credenti (quando si decide anche per il matrimonio religioso).
Chiediamoci, allora, se non c’è un rischio. Se, cioè, non si nasconde,
nel profondo del nostro cuore, un pensiero: che sposarsi è troppo
impegnativo, mentre convivere lo è un po’ di meno. Fare un matrimonio
significa attivare tutta una ritualità che esplicita un impegno anche
pubblico: di fronte ai parenti, di fronte agli amici e di fronte
alla società tutta. Andare a convivere è qualcosa di molto privato:
lo sappiamo noi due, lo sanno le nostre famiglie, i nostri amici. Ma il
tutto è fatto quasi in segreto, come se non ce lo volessimo ‘dire’ fino
in fondo.
Se così
fosse, però, dobbiamo dirci allora che in realtà la nostra scelta di
andare a convivere significa un po’ fare un quasi-matrimonio...
Come se il progetto fosse, in realtà, un po’ meno-progetto.
Io molte
volte ho incontrato questa realtà. Voi che ne pensate?
(Pianeta famiglia 7. continua)
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