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TIBET: IL SILENZIO DEL MONDO
22 febbraio 2009
Marzo
1959. E’ difficile dimenticare questa data. Meglio: sarebbe bello
che fosse difficile dimenticarla. Perché, invece, il mondo sembra
proprio averla cancellata, non solo dai libri di storia, ma anche dai
suoi pensieri. Parlo del mondo della politica come del mondo delle
religioni: in una parola, del mondo degli uomini.
A cosa mi
riferisco? Alla tragedia consumata, esattamente cinquant’anni fa, in una
sperduta parte del nostro pianeta: l’esercito della Repubblica
Popolare Cinese stronca nel sangue il tentativo del popolo
tibetano di ritrovare la libertà per il suo paese invaso
dall’esercito rosso.
Pochi
giorni fa il Dalai Lama ce l’ha ricordato. Lui, la guida
spirituale del Tibet, da allora costretto all’esilio, in India, insieme
a tanta parte del suo popolo. I giornali ci hanno riportato l’eco delle
sue parole: il governo cinese sta riducendo il Tibet ad un inferno
sulla terra.
Cosa
c’entra il Tibet in una rubrica di psicologia?
Ce lo
spiega Etty Hillesum, una giovane donna, ebrea, morta ad
Auschwitz nel 1943, a ventinove anni. Un anno prima di morire scrive:
“La ribellione che nasce solo quando la miseria comincia a toccarci
personalmente non è vera ribellione e non potrà mai dare buoni
frutti”.
Ognuno di
noi ha imparato che la vita, più o meno frequentemente, ci fa incontrare
situazioni di sofferenza. Una malattia, la perdita di una persona cara,
una situazione lavorativa difficile o addirittura la perdita di un
lavoro - come, purtroppo, capita in questo periodo -, un’ingiustizia che
ci viene fatta, un torto o un’offesa… sono tante le occasioni in cui il
disagio o la sofferenza ci chiedono di ribellarci, di far sentire
la nostra voce, di dover chiedere il perché di quanto ci succede. Ma il
grosso rischio che corriamo è proprio quello di dare voce e forza alla
nostra ribellione solo quando la sofferenza ci tocca personalmente.
Abita nella nostra mente quella forza che riconosce dignità alla nostra
ribellione quando sono altri a subire una violenza o un’ingiustizia?
Sentiamo di poter mettere in campo la medesima forza per gridare contro
l’ingiustizia che altri devono subire?
Se proviamo
a guardare a quanto sta succedendo da cinquant’anni in questa lontana
regione del mondo e a come il mondo stesso reagisce, credo proprio che
dovremmo riconoscere la miopia del nostro sguardo e riconoscere che i
nostri occhi hanno perso la capacità di guardare oltre un palmo dal
nostro naso.
Queste
riflessioni ci toccano, certo, nella nostra dimensione personale.
E con questa ognuno di noi potrà farci i suoi conti. Se vuole. Se trova
in sé la forza di rimettere in discussione la scala dei suoi valori. Ma
queste riflessioni, credo, dovremmo farle, anche considerando la nostra
dimensione sociale. Come comunità civile e come comunità di
credenti. Parlavo sopra del silenzio della politica e del silenzio delle
religioni di fronte alla tragedia del popolo tibetano.
Il
silenzio della politica. Tutti i governi sono in allarme per la
questione israelo-palestinese. E giustamente! L’Iraq e l’Iran li
nominiamo con il fiato sospeso. Il terrorismo ci toglie il sonno. La
crisi economica ci getta nel panico. E il Tibet? Questo popolo
silenzioso che ha saputo coltivare una spiritualità così profonda e
non-violenta, portatrice di pace e di valori così lontani dal consumismo
che ci soffoca, chi lo vede? Il governo italiano, l’Unione Europea, gli
Stati Uniti, la Russia?
Ragioni
diverse, credo, sottostanno a questa indifferenza della politica. Una
prima ragione: in Tibet non ci sono né petrolio né diamanti né
miniere d’oro… La sua ricchezza è la spiritualità. Cos’è la
spiritualità? Non ci dà da mangiare né viene quotata in borsa… La
spiritualità non è un valore per il mondo della politica. Una seconda
ragione, forse ancora più forte: abbiamo paura e siamo pavidi di
fronte ai ricatti della Cina, la nuova potenza economica, il nuovo
mercato sul quale ‘bisogna’ investire per ricavarne utili e guadagni per
casa nostra.
Il
silenzio delle religioni. Questo è un mondo sensibile alla
dimensione spirituale. Sensibile alle ingiustizie tra gli uomini e al
rispetto della dignità umana. Eppure anche questo mondo tace. Il
Cristianesimo e l’Islam, le due più grandi religioni del mondo (grandi,
per il numero degli aderenti) sembrano ignorare la tragedia del popolo
tibetano. Perfino in casa nostra, nel mondo cattolico, così attenti come
siamo alle necessità dei più poveri, secondo l’insegnamento del Maestro,
sembra regnare il silenzio. Certo, dobbiamo tenere presenti tante
variabili. Ci sono anche qui questioni aperte con il governo cinese. La
prudenza della diplomazia dice di non parlare troppo.
Ma è
proprio questo l’insegnamento del Maestro? Mi torna in mente il Vangelo
che abbiamo letto domenica scorsa. Non vorrei sentirmi sulla schiena la
“frusta di cordicelle” con cui ha scacciato dal tempio la “gente che
vendeva buoi, pecore e colombe…”. Con il rimprovero per aver fatto della
Casa del Padre una casa della diplomazia, piuttosto che il luogo della
preghiera e della cura dei più deboli e degli oppressi del mondo.
Il popolo
tibetano non ce la può fare da solo a sopravvivere. Ha bisogno della
nostra attenzione e della voce di tutto il mondo.
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