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GIOVANI E ADULTI: un incontro possibile
19 ottobre 2008
Ho letto
su Voce la sua rubrica. Mi ha colpito molto la risposta che ha dato a
proposito della morte e la ringrazio.
Ma io
voglio chiedere un'altra cosa. Quando noi adulti ci disponiamo a
dialogare con i giovani, abbiamo (almeno io ho) la sensazione della
distanza che ci separa da loro. Non perché su alcuni temi abbiamo la
sensibilità diversa, ma perché si ‘scontrano’ due identità diverse.
La nostra di adulti, ormai stabile o conquistata a fatica. La loro in
formazione, ma molto (anche troppo, dico io) frammentata e indefinita.
Lo so che sono in questa fase della vita. Ma io mi chiedo: può un
giovane maturare un’ identità profonda? A quali condizioni? Oppure è
inevitabile (anche auspicabile) che non sia come la nostra, piuttosto
ferma e forse paurosa di mettersi in discussione?
E' possibile maturare una identità precisa, o ci dobbiamo rassegnare
alla superficialità (almeno io la chiamo così)?
Luca P.
Caro Luca,
non so bene a quale età della vita lei fa riferimento quando parla di
giovani… Provo comunque a proporle alcuni pensieri su cui riflettere.
Insieme.
Che cosa
chiamiamo identità? Semplificando il nostro pensiero, possiamo
dire che identità significa chi sono io. Ma se pure questo
pensiero appare molto chiaro, in realtà è assai complesso, perché ogni
volta che provo a dirmi chi sono io, mi accorgo che non posso dare una
risposta univoca, ma la mia risposta mi porta a mettermi in relazione
con qualcuno o qualcosa. Provo a spiegarmi con qualche esempio. In
famiglia il chi sono io si traduce in ‘io sono…’ una moglie, un
marito, un padre, una madre, un figlio, un fratello. A scuola ‘io sono…’
un insegnante, uno studente. Sul lavoro ‘io sono…’ l’operaio, il
ragioniere, il titolare dell’azienda, ecc. La mia identità, cioè, è data
dal ruolo che occupo nelle diverse situazioni, nei diversi
contesti. Nel gruppo di amici io sono Lucio: ma chi è Lucio?
Per un
giovane la famiglia, la scuola, il gruppo di amici
sono i contesti più significativi. Oggi possiamo considerare
‘significativi’ anche i modelli che arrivano attraverso i mass
media (televisione, internet, cinema...) e quelli che incontrano nei
luoghi più frequentati: pensi alle discoteche, per esempio.
Come
costruisce un giovane la propria identità? Ciascuna delle persone
per lui significative - i genitori, gli insegnanti, gli amici, i modelli
che la società gli propone - gli rimanda un’immagine di lui. Possiamo
dire: ciascuno di questi è come uno specchio sul quale il giovane
riflette sé stesso e si guarda. Sono immagini più o meno reali, più o
meno parziali, più o meno deformate, ma sono immagini significative.
Tanto più significative, quanto più lo sono le persone che fanno parte
del suo mondo affettivo relazionale.
Qual è
l’immagine che gli altri mi rimandano? Cosa mi chiedono gli altri per
essere ‘accettato’? A quali valori debbo aderire? Con quali immagini mi
devo misurare? Ciascuno di noi, dunque, costruisce la propria identità
ponendosi in relazione con gli altri. Con gli altri significativi.
(Teniamo presente che questo processo è attivo fin da bambini. E
continua, con intensità e significati diversi, per tutta la vita).
E
l’adulto? Lei parla di un’identità ormai stabile e definita
nell’adulto. Certo, a quarant’anni, cinquanta, una persona dovrebbe aver
raggiunto una certa stabilità nell’immagine di sé, così come una
sufficiente chiarezza in quelli che sono i valori fondamentali nella
vita. Ma… sarà proprio così? Perché, vede, la critica maggiore che i
giovani fanno agli adulti è che questi pretendono di sapere già tutto
della vita e vogliono avere sempre ragione su tutto. I genitori con i
figli, gli insegnanti con gli alunni, i preti con coloro che frequentano
le chiese. Sarà poi vero che è sempre così? Penso di no. Ma la critica
che i giovani ci fanno dovrebbe portare a farci una domanda: la mia
identità (= chi sono io, quali sono i miei valori) è stabile, forte o è
un’identità rigida? “Dov’è la differenza?” lei mi chiederà.
Un’identità forte mi permette di mettermi in discussione quando
incontro un altro che contesta certe mie idee, il mio modo di guardare
le cose della vita. Perché sono una persona sufficientemente stabile sui
miei piedi e una buona stabilità hanno i miei valori di riferimento.
Un’identità rigida non mi permette di mettermi in discussione: sono
così instabile nel profondo di me stesso, che chiunque venga con idee
diverse dalle mie diventa pericoloso per me. Come se potesse farmi
crollare da un momento all’altro. E’ un’identità barcollante, quella che
lei stesso ha definito ‘paurosa di mettersi in discussione’. Guardi,
tanto per osservare qualcosa che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni,
quanta chiusura mentale incontriamo tra i politici. Si riempiono la
bocca della parola dialogo, ma lo fanno nella piena convinzione
che solo loro hanno la verità e qualunque cosa possono dire o
fare gli altri (= quelli dell’altra parte politica) è sempre sbagliata!
Questo è un bell’esempio di identità rigida, quindi assolutamente
barcollante! C’è proprio da chiedersi in che mani siamo…
Ma
riprendiamo il nostro filo. E’ evidente, dunque, che solo un’identità
sufficientemente forte mi permette di entrare in una relazione di
dialogo con il mio interlocutore. Lei sa che la parola dialogo è
una parola molto impegnativa. Essa ha origine dal greco dià (=
tra, attraverso) + lògos (= parola): significa che la parola
può passare dall’uno all’altro degli interlocutori e diventa
parola che costruisce l’incontro. Ma perché ci sia il dialogo le
condizioni sono due, fondamentalmente: la prima è che ci sia chi parla
e, naturalmente, chi ascolta; la seconda è che chi può parlare non sia
sempre lo stesso, né può essere sempre lo stesso chi deve ascoltare.
Altrimenti sarebbe non un dia-logo, ma un mono-logo (mònos
= uno solo).
Non crede
lei che tanto spesso noi adulti ci poniamo con i giovani
nell’atteggiamento di chi ‘sa tutto’, quindi ha tutto il diritto di
parlare, e mai - o quasi mai - nell’atteggiamento di chi dovrebbe
anche ascoltare? Quante volte nel mio lavoro incontro genitori che
lamentano il fatto che “i figli oggi non ascoltano più, vogliono fare
quello che gli pare…”! E quando li invito a chiedersi “ma cos’è che
questo figlio ci sta dicendo in questo periodo della sua vita?”, spesso
mi guardano come se fossi un marziano.
I giovani
ci chiedono di essere anche ascoltati. Se hanno la fortuna di
incontrare degli adulti che sanno anche ascoltare, essi
apprendono il senso della libertà, del rispetto. In una parola, forse
poco di moda in questi tempi, essi apprendono il pensiero della
democrazia. Che è rispetto e attenzione verso sé stessi e verso
l’altro. Un’identità che si costruisce con questi valori sarà
un’identità certamente forte. Diamo loro il tempo di costruire.
Ma non dimentichiamo che della loro identità anche noi adulti siamo
responsabili, con il nostro atteggiamento verso di loro.
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