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DI FRONTE ALLA MORTE
5 ottobre 2008
Eravamo
ad una cena tra amici. Ad un certo punto in tre o quattro stavamo
parlando delle nostre paure... e dopo un po’ io dico che la mia paura
più grande è quella di morire. Premetto che ho trentadue anni e un anno
fa è morta una mia amica, della mia età, per una malattia incurabile.
Uno degli amici mi dice che se ho paura di morire significa che la mia
anima non è molto progredita, perché un’anima progredita non ha paura
della morte. Quest’amico è molto religioso, e frequenta un gruppo, credo
dei neocatecumenali, ma non vorrei sbagliare, perché ne abbiamo nominati
tanti quella sera: neocatecumenali, pentecostali, rinnovamento dello
spirito, comunione e liberazione… forse anche qualcun altro che però non
ricordo. E’ in questo gruppo che gli hanno detto questa cosa sulla
morte. Lei che ne dice? E’ vero che un’anima progredita non ha paura
della morte?
Lara
Cara Lara,
credo che la morte sia la cosa più difficile da pensare. Al punto
che quando la pensiamo è sempre in riferimento agli altri che possiamo
parlarne. Quando poi ci riusciamo a parlarne! Perché lo sai bene quanti
scongiuri (toccare ferro, o altro…) accompagnano questa parola quando
viene anche solo nominata. E’ vero che ci diciamo “tutti dobbiamo
morire”, ma lo diciamo con la nostra intelligenza, cioè con la nostra
testa, non lo diciamo con il nostro cuore. La psicologia ci
invita a riflettere sul fatto che ognuno di noi, nel suo profondo, “è
convinto della propria immortalità” (sono parole di Freud), perché
l’inconscio rifiuta l’idea della morte.
Tolstoj ce
lo dice con una chiarezza disarmante nel suo racconto La morte di
Ivan Il'ic. Ivan è a letto, malato, e sta lottando contro una morte
che sente ormai inevitabile. "L'esempio di sillogismo che aveva studiato
nella logica «Tutti gli uomini sono mortali, Caio è un uomo, quindi Caio
è mortale» gli era per tutta la vita sembrato giusto nei riguardi di
Caio, ma nient'affatto nei suoi propri. Quello era Caio, un uomo
qualunque, ma lui era Ivan Il'ic, non era né Caio, né in generale un
uomo, lui era un essere del tutto diverso dagli altri”
.
Sembra
proprio così: ognuno di noi si sente diverso dagli altri. Sembra
strano, ma è come se pensassimo davvero che è naturale che tutti
muoiano, ma non lo è che sia proprio io a morire. Forse questo
pensiero è alimentato dal fatto che, se ci pensiamo bene, noi non
possiamo avere esperienza della morte, se non della morte altrui. Questa
è l’unica realtà di cui non potremo mai parlare ‘per esperienza’, perché
quando la incontreremo non saremo più in grado di parlarne.
E quando
allora ci capita di desiderare la morte? E’ vero, questo può succedere,
ma dobbiamo dirci che questo pensiero lo facciamo solo quando ci
troviamo in una situazione così dolorosa che non riusciamo a
intravvedere una via d’uscita: la morte di una persona cara, la perdita
di un amore, uno stato di profonda tristezza e disperazione… Mai succede
che desideriamo davvero morire quando stiamo bene e quando siamo felici!
Il tuo
amico sosteneva che un’anima progredita non ha paura della morte
e che questo pensiero lo ha incontrato nel suo gruppo di spiritualità.
Per avvicinarmi di più al tuo amico voglio prendere un esempio che,
credo, lui per primo potrà guardare con interesse e rispetto. L’incontro
di Gesù di Nazaret con la morte.
Come sai,
per i cristiani Gesù è Dio con noi. Vorrei però che provassimo a
guardarlo, questa volta, con gli occhi della psicologia, nella sua
dimensione umana, di giovane uomo, poco più che trentenne. Tuo coetaneo.
Tutti, penso, credenti e non, possiamo trovarci d’accordo nel guardarlo
come uno dei grandi maestri dell’umanità, come un’anima
progredita - per usare il linguaggio del tuo amico.
Più volte
il vangelo ci parla dei suoi incontri con la morte. Vorrei provare a
guardarne tre in particolare. Il primo ce lo racconta Matteo. Dopo che
Erode aveva fatto uccidere Giovanni Battista, i suoi discepoli lo vanno
a dire a Gesù e “quando sentì questa notizia, Gesù partì in barca per
recarsi in un luogo isolato, lontano da tutti” (Mt 14,13). Lui ha
bisogno di starsene da solo, con il suo dolore e con il suo lutto. E,
chi sa, forse anche con la sua paura di venire anche lui catturato da
Erode.
Un altro
episodio ce lo racconta Giovanni. E’ ancora un altro amico di Gesù che
muore. Quando arriva a casa di Lazzaro e chiede dove l’avevano sepolto,
“Gesù si mise a piangere […] e ancora profondamente commosso, si recò
alla tomba” (Gv 11, 35.38). E’ ancora il dolore di fronte alla morte di
un amico che invade il suo cuore.
L’altro
momento che volevo indicarti è la sera in cui Gesù si rende conto che
questa volta lui dovrà incontrare la sua morte. Leggiamo nel
vangelo di Marco. Lui è nell’orto degli ulivi, con i discepoli. “Si fece
accompagnare da Pietro, Giacomo e Giovanni. Poi cominciò ad aver
paura e angoscia e disse loro: «L’anima mia è triste fino alla
morte. Restate qui e vegliate». Mentre andava più avanti, cadeva a
terra e pregava. Chiedeva al Padre, se era possibile, di evitare quel
terribile momento. «Padre mio, tu puoi tutto. Allontana da me questo
calice di dolore»” (Mc 14, 33-36). Poi interrompe la sua preghiera e
torna dai suoi, poi riprende a pregare e dopo un po’ ritorna ancora. Per
tre volte. Perché non possiamo vedere che in quel momento anche Gesù -
l’anima progredita, il maestro - di fronte alla morte che gli si
avvicina, ha “paura e angoscia” ed ha bisogno anche lui di
trovare conforto, non solo nella preghiera con il Padre, ma anche nella
vicinanza dei suoi amici?
Io penso
che dobbiamo riconoscere che la paura della morte ci è connaturale
e di fronte ad essa tutti ci sentiamo disorientati. L’evoluzione e la
crescita di un’anima possiamo coglierla, piuttosto, nella sua capacità
di sentirsi nel flusso della Vita. Che diventa capacità di
fidarsi di Dio, per un credente, per fare sue anche le altre parole
di Gesù che, dopo aver supplicato il Padre di allontanare da lui quel
terribile momento, si affida a Lui e aggiunge “Però non fare come
voglio io, ma come vuoi tu” (Mc 14, 36).
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