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Il corpo, la mente, l’anima
IL CORPO
7 settembre 2008
Diciamoci
un BENTORNATI. Reciprocamente!
Così,
dopo la pausa estiva, proviamo a riprendere il nostro viaggio intorno
all’uomo, nel tentativo di incamminarci verso la comprensione di noi
stessi.
C’eravamo
lasciati dicendo che nel momento in cui ci avviciniamo all’essere umano
ne possiamo cogliere aspetti diversi. Li abbiamo chiamati ‘dimensioni’.
Ne avevamo indicate tre: quella biologica, quella psicologica e la
dimensione spirituale. Oggi incontriamo la prima di queste: la
dimensione biologica, quella fisica. Il nostro corpo. Qui siamo
in buona compagnia, dicevamo. Questa dimensione infatti ci colloca sullo
stesso piano di tutti gli altri esseri viventi. Con loro condividiamo un
corpo, più o meno complesso: come loro nasciamo, ci evolviamo nel tempo
in un processo di crescita, più o meno lungo, finché un giorno anche
noi, come tutti gli altri, incontriamo la morte che mette la parola fine
alla nostra permanenza sulla terra.
Il corpo
siamo noi stessi. Io sono il mio corpo. Quando mi penso ho
davanti ai miei occhi l’immagine del mio corpo. “Quello sono io” diciamo
quando mostriamo una foto o un video a qualcun altro. Anche gli altri
hanno di me l’immagine del mio corpo. Quando mi pensano, quando parlano
di me, quando mi cercano, ecc., hanno davanti ai loro occhi la mia
immagine: il mio viso, i miei occhi, i miei capelli, la mia altezza… in
una parola, il mio aspetto fisico, il corpo. Quando una qualche malattia
ci colpisce noi diciamo “sto male”, cioè “io sto male”. Non
diciamo “sta male il mio corpo”!
Questi
pensieri ci portano a dire che se noi siamo il nostro corpo,
allora prenderci cura di esso significa prenderci cura di noi stessi. La
qualità della cura che diamo al nostro corpo è la qualità della cura che
diamo a noi stessi.
Quale
cura diamo al nostro corpo e quale scienza per conoscerlo? La
scienza che studia il nostro corpo è la scienza medica. Facciamo una
riflessione su come usiamo la nostra medicina e su come, attraverso
questa, ci prendiamo cura di noi. Un grande medico dell’antichità,
Ippocrate, vissuto circa 2.400 anni fa in Grecia, diceva che è il
malato che deve essere curato, non la malattia. Ciò significa che
buon medico è colui che sa tenere presente la persona intera, non solo
la parte del corpo malata. La ‘nostra’ medicina ha fatto passi davvero
grandi nella conoscenza e nella cura dei processi che regolano il
funzionamento dell’organismo. Chiediamoci però se oggi non sta correndo
un grosso rischio: quello di diventare una medicina degli organi,
dimenticando di essere la medicina di un organismo vivente.
Quante volte ci sarà capitato di incontrare uno specialista che ‘sa
tutto’ (o quasi!) su una parte del nostro corpo: il cardiologo sa del
cuore, l’ortopedico sa delle ossa, il neurologo sa del sistema nervoso…
con il rischio, però, che è sempre più difficile trovare qualcuno che sa
guardare l’insieme di un essere umano, che sa guardare un corpo che
vive. A scuola ai bambini insegniamo cos’è un insieme e li
aiutiamo a comprendere che l’insieme è diverso dalla somma delle parti.
Non rischia la nostra scienza medica di cadere in questa dimenticanza?
Che, cioè, un corpo vivente è diverso dalla somma dei suoi singoli
organi o apparati?
Ancora
Ippocrate. “Lascia che il cibo sia la tua medicina” diceva. Qui, un
diluvio di domande!
Che
rapporto abbiamo noi con il cibo? La quantità che
ingeriamo è tanto spesso superiore a ciò di cui abbiamo bisogno. Salvo
poi a sottoporci a diete, più o meno estreme e più o meno corrette.
E la
qualità? Concimi chimici, pesticidi, diserbanti non stanno
inquinando i nostri terreni?
E agli
animali che ci forniscono la carne cosa diamo da mangiare? In che
condizioni li facciamo vivere? Tanti animali - della cui carne noi ci
cibiamo (bovini, pollame, per es.) - non escono mai dalle loro stalle e
non vedono mai la luce del sole, in tutta la loro vita! Almeno una
domanda ‘egoistica’ dobbiamo farcela: quale ‘energia’ troveremo nelle
loro carni? Una domanda ‘umana’ dovrebbe essere: ma con quale rispetto
trattiamo gli animali ai quali poi chiediamo di diventare nostro cibo?
Perché non permettiamo loro una vita più normale, all’aria aperta e nel
rispetto dei ritmi biologici, di crescita, come sarebbe nella loro
natura?
E dell’inquinamento
atmosferico quanto ci preoccupiamo? Pensiamo mai che stiamo
costruendo un ambiente pieno di ‘veleni’ (nell’aria, nella terra, nelle
acque…) e questo sarà il mondo che ‘regaleremo’ ai nostri figli e ai
nostri nipoti? Prenderci cura di noi e della nostra salute significa
anche prenderci cura dell’ambiente che oggi è la nostra casa e domani
sarà la casa dei nostri figli.
Ancora un
ultimo pensiero. Anzi, due. Se noi siamo il nostro corpo, allora il
rispetto che abbiamo verso il corpo è il rispetto che abbiamo verso
noi stessi e verso gli altri. Ogni volta che riduciamo il corpo (nostro
o altrui) ad oggetto di consumo, non è solo un corpo che riduciamo ad
oggetto, ma una persona. Ancora: se il corpo, la nostra dimensione
‘fisica’, ci accomuna a tutti gli altri esseri viventi, allora la cura
che dobbiamo al nostro corpo non è anche cura e attenzione che dovremmo
imparare ad avere verso le piante e gli animali, nostri ‘coinquilini’
del pianeta terra?
(3 -
continua)
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