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LUCA, UN ANGELO IN VOLO
14 dicembre 2008
Vorrei
condividere con lei una notizia, purtroppo dolorosa: due settimane fa ho
dovuto partorire il mio bimbo che da un'ecografia abbiamo
scoperto era morto. Eravamo quasi al sesto mese. Può immaginare
quanto dolore questo ha comportato per me e per tutta la mia famiglia...
E' stato ed è ancora una ferita indescrivibile per tutti noi. Le scrivo,
perché non riesco ancora a parlare, neppure con le persone a cui voglio
bene, senza piangere. Vorrei chiedere a lei e alle persone che
leggeranno di tenerci un po’ con voi: me, mio marito e gli altri miei
due bambini, per poter lenire un po’ il nostro dolore. Sappiamo che in
qualche modo il nostro angioletto, che abbiamo chiamato Luca, ci è
vicino, ma ci manca la sua presenza, anche se non era ancora nato. Non
so se questo sia il destino o la volontà di Dio. Io
preferisco pensare che sia la Sua volontà, perché se è così, tutto il
dolore ha un senso in un disegno di cui noi non siamo a conoscenza e che
non possiamo capire, ma che c'è.
Scusatemi se vi ho rattristato. Grazie per avermi dedicato la sua
attenzione.
Silvia
D.
Cara
Silvia,
non credo
proprio che si deve scusare per aver voluto condividere con noi
un’esperienza tanto forte come questa che la vita le ha riservato.
Sappiamo
che parlare ci è d’aiuto, perché permette al nostro dolore di uscire un
po’ dalle profondità dell’anima e di essere ascoltato. Ma parlare,
dovendo sostenere la fatica di reggere una conversazione, può risultare,
in certi momenti, troppo doloroso. Come un peso che oltrepassa le nostre
forze. Allora scrivere diventa una strada più percorribile, perché il
foglio sa aspettare le parole che man mano si formano nella nostra
mente e permettono ai nostri pensieri di assumere una forma ‘leggibile’.
Le persone che ci sono vicine, anche quelle che ci voglio bene, anzi,
soprattutto loro, si avvicinano a noi preoccupate di riempire con le
loro parole il nostro dolore. Quasi come a volerlo ‘coprire’
perché non prenda troppo spazio. Come a costruire degli argini oltre i
quali non gli sia permesso di andare.
Il fatto è
che chi ci sta vicino teme che il dolore possa invadere anche il suo
spazio vitale. Oltre che il nostro. Di qui la necessità e il bisogno di
riempire ogni nostro possibile silenzio con fiumi di parole che, però,
diventano per noi solo rumore e non arrecano alcun conforto al nostro
cuore, perché in realtà non possono neanche raggiungerlo.
Dovrà darsi
un po’ di tempo, Silvia, prima di poterne parlare con un po’ di libertà.
Prima, soprattutto, che chi le sta vicino possa ascoltare il suo dolore
senza sentirsi in dovere di chiudergli (al dolore) la bocca, di
togliergli la parola.
Lei si fa
una domanda: se il fatto che questo bambino appena arrivato è subito
ripartito, prima ancora di nascere, “sia il destino o la volontà di
Dio”. E nel farsi questa domanda ci dice che il suo pensiero preferisce
vedervi un progetto di Dio, perché questo le permetterebbe di vedere “un
senso” nel suo e vostro dolore: il senso di essere parte di “un disegno
di cui non siamo a conoscenza, ma che c’è”.
Poter
vedere in un’esperienza, pure tanto dolorosa, un segno della vicinanza
di Dio nella vita sua e della sua famiglia è senz’altro un dono che Dio
stesso le sta facendo. Quel Dio in cui lei crede e di cui sente di
potersi fidare. Proprio perché credere in lui altro non
significa che fidarsi di lui, affidarsi a Lui, certi che
il Suo amore non può tradirci. Perfino quando ci si presenta attraverso
momenti tanto difficili, quindi incomprensibili per la nostra mente.
Da un punto
di vista puramente ‘umano’ - quello che può cogliere la psicologia, la
scienza dell’anima - le sue riflessioni ci ricordano che cercare un
senso in ciò che ci succede è un’esigenza alla quale non possiamo
rinunciare. Quando la vita ci fa incontrare il dolore, tanto più
esso è grande, tanto più noi abbiamo bisogno di trovarvi un senso, un
significato. La nostra mente non sa tollerare un’esperienza che ne sia
priva. Non può accettarla.
E anche
quando un significato è nascosto e difficile da raggiungere, il bisogno
di trovarlo fa sentire tutta la sua pressione. Il dolore che lo
accompagna è anche spinta verso la ricerca. Ci riflettevamo un po’ di
tempo fa, in uno dei nostri primi incontri, subito dopo l’estate. La
ricerca di senso è vita per la nostra anima. E’ vita per
tutto il nostro essere.
E’ vero, la
tentazione di fermarci prima è forte: sembra un cammino impossibile o
addirittura inutile tenere aperta la domanda ‘che senso ha ciò che mi
sta succedendo’. Ma nel momento in cui ci fermiamo, il dolore diventa
vuoto, perdita di speranza, disperazione. E un dolore inascoltato
cercherà altre strade per uscire e non si ferma finché non le avrà
trovate. Magari passerà attraverso il corpo. Con quei disturbi che le
scienze mediche e psicologhe chiamano ‘psicosomatici’. Ansia,
depressione, disturbi digestivi, tono dell’umore alterato, disturbi del
sonno, dolori vari, ecc.: diamo loro, di volta in volta, nomi diversi,
ma sono facce di una medesima realtà.
La nostra
anima, la nostra mente… in una parola, noi abbiamo bisogno di
trovare un senso ai diversi momenti della nostra vita. L’essere
credenti, come lei, Silvia, ci sta dicendo, diventa una risorsa: una
strada da percorrere per riscoprirci all’interno di un progetto
d’amore che Qualcuno, che vede oltre il nostro campo visivo,
ha elaborato per la nostra crescita, per la nostra evoluzione.
La
ringrazio per le sue parole. E un grazie a Luca, vostro - e un
po’ anche nostro, ce lo permetta - compagno di cammino in questa
vita.
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LA MENTE E L'ANIMA

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