|
NOVEMBRE, IL MESE DEI MORTI?
9 novembre 2008
E’ un
nostro modo di dire: novembre, il mese dei morti. E se, invece, fosse
il mese dei vivi, il mese, cioè, in cui i vivi possono pensare alla
morte e alla vita? Sarebbe una bella risorsa novembre: il mese in cui
i ‘morti’ e i ‘vivi’ possono ritrovarsi e riscoprire che stanno
percorrendo, insieme, la stessa strada. Oggi, allora, guidati da
novembre, proviamo a condividere tra noi, e con loro, due
riflessioni.
La
prima. A volte ci sentiamo dire che bisogna accettare la
morte. Certo, ma ‘accettare’ è parola molto impegnativa, ed è un
cammino arduo che ciascuno può fare solo con sé stesso… Ma riprenderemo
questo pensiero in un altro momento.
Oggi ci
fermiamo un po’ prima. Con una domanda: se, almeno, ci diamo il permesso
di parlare della morte. Parlarne è una necessità. Per chiunque.
Perché poterne parlare significa poter dare la parola a quel ‘terrore’
profondo che ci coglie ogni volta che lei entra nella nostra vita.
Noi
sappiamo che quando ci troviamo a dover affrontare un’esperienza
dolorosa, riuscire a parlarne ci è di aiuto, ci dà sollievo: non ci
toglie il dolore, ma fa sì che esso diventi meno invasivo. La psicologia
ci insegna che quando il dolore rimane muto e non trova la parola per
esprimersi, prima o poi si farà sentire in qualche altro modo, magari
attivando qualche disturbo fisico: un male allo stomaco, un dolore alla
testa, disturbi nella digestione, nel sonno, ecc.
E il
dolore più profondo che accompagna l'uomo lungo l’arco della vita
nasce proprio dalla consapevolezza della morte. Questo si rinnova e si
ripresenta ogni volta che lei ci si pone davanti: specialmente quando si
permette di incontrare una persona del nostro mondo affettivo o,
addirittura, della nostra famiglia. Poterne parlare, allora,
significa poter avviare quel processo di metabolizzazione (=
digestione) che rende pensabile, quindi dicibile, un dolore che
altrimenti si porrebbe come qualcosa di non accessibile al pensiero né
alla parola, quindi indigeribile per la nostra mente/anima.
Accogliere
la domanda sulla morte, ce lo dicevamo anche in un’altra occasione,
significa, in realtà, accogliere la domanda sulla vita, ossia sul senso
della vita. Ma non è facile, perché la nostra ‘civiltà’ non solo non ci
aiuta, piuttosto fa del tutto per farcela evitare. Un monaco tibetano,
Sogyal Rinpoche, osservava: "Quando arrivai in occidente fui colpito dal
contrasto tra l'atteggiamento verso la morte in cui ero stato allevato e
quello con cui ora ero venuto in contatto. Nonostante le sue conquiste
tecnologiche, la moderna cultura occidentale non ha una reale conoscenza
della morte... Agli occidentali viene insegnato a negare la morte,
che viene presentata solo come annientamento e perdita definitiva". E’
difficile, credo, non dargli ragione!
La
seconda riflessione. La settimana scorsa ci dicevamo sulle
visite ai cimiteri che accompagnano un po’ questi giorni. E parlavamo
del cimitero come del luogo dove riposano i nostri morti.
Oggi vorrei invitarvi a fare un passo avanti. Anzi, due.
Il primo è
un invito a correggere il nostro linguaggio. Perché non usiamo un po’ di
più la parola ‘defunto’ piuttosto che ‘morto’? Morto dà l’idea di
una perdita totale, di qualcosa o qualcuno che è finito, non c’è più.
Defunto (dal latino de-functus) significa colui che ‘ha
portato a termine’ qualcosa. I nostri defunti sono coloro che
hanno portato a termine, cioè hanno completato questa fase della vita
che noi ancora stiamo vivendo.
L’altro passo avanti è un invito a pensarli, i nostri defunti, non al
cimitero, ma insieme con noi, sia pure in una dimensione che
non sappiamo definire. Con un tentativo un po’ ardito proviamo ad
avvicinarci a questo pensiero attraverso due possibili strade,
apparentemente lontane: la fisica e la religione.
La
fisica moderna ci insegna che nell’universo ‘nulla si crea e nulla
si distrugge’. Tutto ciò che esiste (quindi anche l’essere umano) è
energia. Questa, in determinate condizioni, diventa (= si presenta
come) materia, percepibile dai nostri sensi. Materia ed energia,
sono in realtà solo due modalità per esistere e possono trasformarsi (=
assumere una forma) l’una nell’altra. La famosa formula di Einstein (E =
mc2) ce lo spiega e ce lo ricorda.
La
religione, meglio, le religioni ci invitano a pensare i nostri
defunti come viventi in un’altra dimensione. Non più attraverso un corpo
‘materiale’, ma nella loro dimensione ‘spirituale’. Possiamo dire nella
loro dimensione di energia.
Come
credenti, quando pensiamo ai nostri defunti, noi diciamo di pregare
per loro e pensiamo che loro pregano per noi. Se cambiassimo
quella parolina? Al posto di per mettiamoci con. Allora
possiamo dire: noi preghiamo CON i nostri defunti, ed essi pregano CON
noi. Essi, cioè, vivono con noi. Perché la preghiera, per noi
umani, non è che una delle tante dimensioni della vita.
Non è più
bello? Non arriva meglio e con maggiore intensità alla nostra mente? E
non è di maggiore conforto al nostro cuore? Questo pensiero ci
aiuterebbe a sentire che loro (= la loro ‘energia’ o, in altre parole,
la loro ‘anima’) continuano ad essere CON NOI nel comune viaggio
della vita. Abbiamo forme e modalità diverse di vita, noi e loro, ma è
la stessa vita che ci unisce. In un certo senso possiamo pensare che ci
sono ancora più vicini se ora vivono in una dimensione che trascende il
tempo e lo spazio.
E possiamo
sentire il fluire della vita che ci unisce. Noi e loro.
Ritorna a
LA MENTE E L'ANIMA

Biblioteca Home


|